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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

domenica, 18 maggio 2008
Quelli che non si scioglie la tab

Con Diego e sua moglie ci incontriamo una o due volte l'anno. L'ultima volta abbiamo visto My Blueberry Nights. Diego l'aveva già visto, ma voleva rivedere la scena in cui Rachel Weisz entra nel bar, che secondo lui vale l'intero film (anche secondo me).

Prima del film si parla di varie cose, ma chissà come il dialogo finisce sulle lavastoviglie. Sì, anche a noi ogni tanto non si scioglie la tab. Ora siamo passati al detersivo in polvere, ma a volte lascia aloni sulle stoviglie. Sì, abbiamo provato a cambiare programma di lavaggio, ma gli aloni rimangono. Provate con il detersivo liquido.

A cena, a parte i diversi tifi calcistici, si scopre che guardiamo gli stessi programmi in tv (che ci piace la stessa musica lo sapevamo già), e mangiamo anche gli stessi cereali. Perfino alcuni problemi fisici sono gli stessi.

Siamo un segmento sociale definito, un target commerciale di tutto rispetto. Il dubbio è: siamo amici perché ci piacciono le stesse cose, o siamo stati esposti alle stesse cose e non possiamo che essere amici? Siamo un'entità autodeterminata o hanno fatto in modo che fossimo così?

Che scegliamo frequentazioni e amori in base a interessi e background comuni non è una gran novità (birds of a feather flock together, dico gli inglesi), ma ultimamente circola una parola non nuova, ma che si applica ai rapporti sociali: homophily (per il momento "omofilia" in italiano significa altro). Ne parla Ethan Zuckerman in un articolo pubblicato da Internazionale la scorsa settimana. La parola esprime l'idea che ogni simile ama i suoi simili, e che tendiamo a circondarci di persone con il nostro stesso bagaglio culturale, economico e religioso. Insomma, tutti quelli che conosciamo la pensano come noi.

Secondo alcuni Internet è una fonte di homophily e può renderci tutti più stupidi. Siti Web come digg o librarything e i sistemi che si basano un un network fanno della homophily una filosofia e del filtraggio collaborativo una pratica: ci chiedono quali argomenti ci interessano maggiormente, trovano altre persone che hanno gli stessi gusti e ci consigliano i loro argomenti preferiti.

Per Zuckerman la homophily è un rischio, parlando solo con persone che la pensano come noi indeboliamo la nostra capacità di analisi: nel 2004 rimase così sconcertato dai risultati delle presidenziali americane che invitò qualche repubblicano a bere una birra con lui per spiegargli le sue idee (solo uno accettò). Per ampliare l'universo informativo la homophily non funziona, e in Internet come nella vita dovremmo imbatterci in informazioni meno pertinenti ma più interessanti (serendipità).

Ah, abbiamo anche un problema con il frigorifero.

Postato da: nicpoeta, 18/05/2008 16:42 | link | commenti
semanticamente, dizionari visionari

domenica, 11 maggio 2008
Elogio del refuso

Lo si trova sui siti delle agenzie di stampa o dei giornali, o sul blog d'autore nel post scritto evidentemente di fretta. Ma in realtà il refuso è ovunque e lo si rintraccia perfino in strada (un bar della zona offriva "mouse al cioccolato"), o nei contratti di assicurazione (che volevo ritenere valido). Dare la caccia la refuso dà soddisfazione, e anche qui talvolta si fà, ma in maniera  che definirei gioiosa (come qui e qui). Qualcuno organizza delle vere e proprie cacce, qualcun'altro istituisce osservatori permanenti (pur con qualche pedanteria).

Ma il refuso è negli occhi di chi legge o nella realtà extrasensoriale? Scrivete un testo e lo leggete e rileggete e tutto è a posto. Guardate le bozze, tutto è a posto. Poi il libro è negli scaffali delle librerie è appena lo aprite il refuso occhieggia divertito, esce allo scoperto quando ormai non si può più castigare, vanificando tutti i vostri sforzi per eliminare "stare sui carboni attenti", "ultima chiamata per Belino" e "penumatici sgonfi".

Esso è più forte di chiunque perchè dimostra il prevalere della caoticità della reale sull'ordine della norma immaginaria.

Postato da: nicpoeta, 11/05/2008 19:15 | link | commenti (4)
semanticamente

lunedì, 05 maggio 2008
Let's pee in the corner (while I kiss this guy)

I was in history class and the teacher said to raise your hand if you know the continents. I raised my hand and said, 'A, E, I, O, U.' And the teacher replied, 'Those aren't even consonants. They're vowels.'"

Jessica Simpson, da They X-Rayed my Head and Found Nothing, The Ultimate A-Z of Very Stupid Things Said by Very Famous People, Mike Haskins and Clive Whichelow (letto su Glamour, December 2007).

Avevo già parlato qui di come madrelingua anglofoni confondano parole con pronuncia simile (e che uno straniero che apprende la lingua per iscritto non confonderebbe). La graziosa Simpson capisce consonants per continents, ma poi elenca le vocali, forse perché sono cinque come i continenti.

Questa citazione mi ha fatto venire in mente un altro caso di errata comprensione, quello delle canzoni. Da giovani ascoltando le canzoni in inglese inserivamo la soluzione che ci pareva più probabile al posto delle parole che non capivamo, spesso basandoci sulle assonanze. Prima di Internet e quando i dischi non avevano i testi, era un bell'esercizio di comprensione. Poteva anche capitare che ci si riunisse tra amici per fare dei gruppi d'ascolto. Un mio amico aveva ribattezzato Words (Don't Come Easy) la canzone delle "camicie". (E sì, si usano ancora le canzoni per apprendere e insegnare l'inglese, con esercizi come "fill in the blanks", rimettere nell'ordine giusto le parole all'interno dei versi, dettato ecc.)

Così come capita a noi italiani di non capire le canzoni nella nostra lingua, anche gli anglofoni sono soggetti al mishearing. Esiste perfino un nome per questa cosa, Mondegreen, termine coniato da Sylvia Wright. Ci sono diversi siti che elencano i mondegreens più divertenti come The Archive of Misheard Lyrics, Mondegreen Central, e Am I Right; in alcuni degli esempi il confine tra parodia ed errata comprensione è molto sottile.

Tra i mondegreens per me più spassosi, "Let's pee in the corner", anziché "That's me in the corner", R.E.M., Losing My Religion, e "'Scuse me while I kiss this guy" invece di "'Scuse me while I kiss the sky", Jimi Hendrix, Purple Haze. (La mia parodia preferita di Losing My Religion è Losing My Partition.)

Ma se voi siete quelli che sanno i testi così bene che si lamentano se durante il concerto il cantante dice una cosa diversa, beh allora come non detto.

Postato da: nicpoeta, 05/05/2008 21:23 | link | commenti (1)
semanticamente, intraduzioni

domenica, 20 aprile 2008
Come non fare cose con le telefonate

Alcuni avranno studiato, letto o solo sentito parlare di Come fare cose con le parole, un libro di John L. Austin in cui si discute dei concetti di performativo e atto linguistico. Alcuni verbi (detti performativi) e gli enunciati che li contengono non non usati per dire qualcosa (e sono quindi o veri o falsi), ma per fare qualcosa; quando dico "Vi dichiaro marito e moglie", "Battezzo questa nave Regina dei mari", i miei enunciati compiono un'azione (sposare, battezzare), per cui sono veri e proprio atti "linguistici". Gli atti linguistici sono stati oggetti di numerosissimi studi, e la mia grossolana semplificazione non ha tanto lo scopo di informare quanto di creare un contesto per quello che segue.

Ultimamente le telefonate dei call center, oltre a essere diventate più aggressive, hanno cambiato strategia: dicono che non ti vogliono vendere nulla. Mi riferisco a Sky che nel giro di due giorni ha telefonato due volte, la prima discutendo con Poeta e l'altra con Selvaggio, affermando questo: Siete tra i fortunati estratti per un regalo, avrete due mesi di Sky gratis a casa tutto compreso e alla fine dei due mesi scegliete se stipulare l'abbonamento. La mia risposta è stata: Grazie ma a regime costa troppo e comunque metteremo la parabola condominiale quindi tutta la mercanzia che ci date non ci serve. Grazie comunque dell'informazione. Alla parola informazione il mio interlocutore mi interrompe ed esclama: No! Non è un'informazione, è un regalo, una cosa completamente gratuita. Selvaggio ha ribadito: Ci avete già telefonato ieri, siamo a conoscenza dell'offerta, ma alla parola offerta il tipo le dice: No, non è un'offerta, è un regalo!

È evidente quindi che tutte le parole relative al "commercio" (informazione, offerta, sconto) devono sparire non solo dal discorso chi propone l'offerta (e non saprei come chiamarla altrimenti) ma anche da quello di chi la riceve. Con le mie parole non t'informo su nulla, ti faccio un regalo, un atto praticamente disinteressato, che denota quasi superiorità morale. Un'informazione o un'offerta sono parole nel discorso che possono essere vere o false. Un regalo, in quanto atto, è qualcosa di fisico che non può che essere vero. Tranne però accorgersi dopo qualche mese che il regalo l'avete fatto voi a Sky.

Postato da: nicpoeta, 20/04/2008 18:24 | link | commenti
semanticamente

mercoledì, 16 aprile 2008
Il reggiseno alfabetico

Why are there AA and DD bra sizes but not BBs and CCs?
It all began in 1935 when the US-based Warner Brothers Corset Company invented the 'Alphabet bra,' says Oriole Cullen, a curator of Fashion and Textiles at London's Victoria and Albert Museum. 'Before then, bras were really just two triangles of fabric sewn together. The Alphabet bra, available from an A to a D, revolutionised sizing, as it took into account that women had different cup as well as back sizes.' But as the population expanded, so did the need for even bigger bras. A spokesperson for Rigby & Peller, corsetieres to the Queen, explains: 'E sounded far too big so new sizes were created at either end of the spectrum - a size AA and a DD. Then in America the DDD was created, until eventually manufacturers realised they had to go bigger still, creating an E and so on. Today, our largest size is a 44I.

Eve, November 2007, nella rubrica "1001 Things every woman should know". (Perché i maschi no?)

Postato da: poetaselvaggio, 16/04/2008 20:27 | link | commenti (1)
semanticamente

domenica, 13 aprile 2008
Il fiasco della fiaccola e dell'etimologia

Mi incuriosiscono sempre le parole di origine italiana che sono più usate all'estero che in Italia, o che sono utilizzate con significati diversi (si veda questo post di un paio d'anni fa). In questi giorni i giornali di lingua inglese hanno in molti casi descritto le disavventure della fiaccola olimpica come fiasco.

È interessante notare come l'etimologia di fiasco (nel senso di insuccesso, fallimento) e fare fiasco sia una sorta di mistero etimologico. Prova a fare qualche tentativo Anatoly Liberman sull'OUP blog, secondo cui fare fiasco non avrebbe nulla a che fare con i vetrai veneziani o con perdite al gioco, ma avrebbe origini onomatopeiche.

Postato da: nicpoeta, 13/04/2008 20:47 | link | commenti
semanticamente

martedì, 08 aprile 2008
Copyright sugli appunti

Prendere appunti a lezione violerebbe il copyright. Il docente ha la proprietà intellettuale di ciò che spiega e prendere appunti mentre parla, e soprattutto rivenderli, potrebbe essere un reato. È quanto ritiene Michael Moulton, docente presso l'università della Florida, che insieme al suo e-textbook publisher Faulkner Press ha denunciato Einstein's Notes (noto online come How I Got An A), un servizio che raccoglie gli appunti delle lezioni, li organizza e li rivende. Secondo il legale di Moulton, Einstein 's Notes pagherebbe gli studenti per trascrivere gli appunti. Per il professore e il suo legale non si tratta di una questione economica ma di difendere le proprie idee da indebita appropriazione. Ma c'è di più: anche il semplice prendere appunti degli studenti per se stessi violerebbe il copyright, anche se secondo l'avvocato si tratterebbe di fair use. (Per saperne di più Zeus News, Wired.)

Nell'università italiana questo mi sembra davvero l'ultimo dei problemi, ma se ci eleviamo al di sopra delle quotidiane italiche piccolezze (e ob(b)iettivamente ragioniamo un po' per assurdo), ci accorgiamo che senza appunti non avremmo il Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure, opera postuma ricostruita da Charles Bally e Albert Sechehaye fondendo gli appunti presi dagli alunni durante i corsi di linguistica generale e le note autografe trovate tra le carte del linguista dopo la sua morte.

E quando sono i docenti a "prendere appunti" dagli studenti?

Postato da: nicpoeta, 08/04/2008 20:14 | link | commenti (5)
riletture, semanticamente

martedì, 25 marzo 2008
Il tradattore e l'etimodella

Il ragazzo che doveva venire a fare uno stage dice che non può garantire una presenza costante perché dovrà fare una fiction.

D'altronde, questa tipa dichiara di essere filologa, etimologa e che il suo libro preferito è l'OED. E chi sono io per dubitarne?

Postato da: nicpoeta, 25/03/2008 19:02 | link | commenti (3)
semanticamente, intraduzioni

mercoledì, 19 marzo 2008
Ora Eliza è un po' più sola

Il 5 marzo è scomparso a 85 anni Joseph Weizenbaum, lo scienziato che nel 1966 inventò Eliza. Eliza è un programma che crea un'interazione uomo-macchina attraverso una conversazione che utilizza frasi pre-confezionate e parole chiave o riproponendo spezzoni delle domande dell'utente umano (via Zeus News). Un tipico scambio con Eliza è:
Eliza: How do you do. Please state your problem.
>> I am sad
E: I am sorry to hear that you are sad.
>> What can I do?
E: Why do you ask ?
>> Because you can help me
E: Is that the real reason ?

Pur trattandosi di scambi banali e che ripetono in gran parte le parole dell'uomo, Eliza rappresentava il primo esempio di interazione in linguaggio naturale. Per saperne di più Weizenbaum in inglese  e Wikipedia in italiano.

Le discussioni sono state moltissime e l'aneddotica è ricchissima. Per chi vuole provare a parlare con Eliza, ci sono varie Eliza in rete, come qui, e qui.

Di Eliza io lessi per la prima volta nel Il Professore va al congresso.

Postato da: nicpoeta, 19/03/2008 21:01 | link | commenti
semanticamente

mercoledì, 20 febbraio 2008
Lingua figlia

Arrivo un po' tardi sull'argomento, ma magari questo ritardo dà l'impressione di una lunga e sofferta riflessione. Un paio di settimane fa Repubblica pubblica un articolo di Michele Smargiassi dal titolo Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere. L'articolo suscita confronti e dibattiti su varie mailing list di traduttori, e su Proz interviene lo stesso Smargiassi. Un po' ovunque gli interventi si concentrano sulla cattiva qualità della scrittura, si aggiunge un pizzico di sfascio linguistico/lessicale e si sforna la lamentazione di quanto poco leggono gli italiani, soprattutto quegli italiani che dovrebbero scrivere. Smargiassi su Proz è gentile, tanto più gentile a intervenire nella discussione che accusa anche i giornalisti dello rovina del nostro amatissimo idioma, ma ha la colpa imperdonabile in un forum di traduttori di fare alcuni errori, specialmente di battitura. Nella foga di puntare il dito contro l'approssimazione del giornalista, la persona che ha rilevato gli errori incappa in una serie di strafalcioni non male. (Che non riporto qui, per cui chi ha tempo e voglia si legga l'intiero dibattito prozesco.)

In parole povere i temi sono: i giovani laureati non sanno scrivere, perché non leggono, perché la scuola non insegna loro a scrivere (e a leggere), perché il livello dell'istruzione si è abbassato, perché scrivono come parlano, perché ormai i giovani scrivono solo sms o chattano, e allora come fidarsi di un medico/ingegnere/avvocato/insegnante con queste lacune? E i politici che fanno? E la deriva anglicizzante dell'italiano? La nostra lingua già sta poco bene, se poi non sappiamo scriverla/parlarla/leggerla le assestiamo il colpo di grazia.

Vorrei proporre una tesi un po' controcorrente: non sono d'accordo. O meglio, sono d'accordo che alcuni scrivano male, ma non si scrive in italiano peggio che in passato.

Innanzitutto, non si è mai scritto tanto quanto in questo periodo, dagli sms alle mail, ai blog degli adolescenti fino a tutte le occasioni che conosciamo, c'è un boom della parola scritta, parola che si piega e deforma - si "oralizza" - per l'esigenza del mezzo.

Dicendo che i giovani di oggi non sanno scrivere si sottintende che in passato si sapeva scrivere meglio; inoltre qualcuno sostiene che in passato l'italiano era più bello, musicale perché non imbastardito dagli anglicismi. Qui il discorso si allarga a scuola, alla definizione di "saper scrivere" e alla storia della lingua.

Nella vostra esperienza scolastica, quanti nella vostra classe "sapevano scrivere"? Quanti facevano temi "decenti" (a parte voi stessi, ovvio)? Una volta arrivati all'università 10-20-30 anni fa non vi è forse stato detto che all'università non si scrive fino alla laurea? Possiamo attribuire ai laureati di oggi le colpe di tutti i documenti e le pubblicazioni in genere scritti in maniera approssimativa? E cosa significa "saper scrivere?"

Possiamo dare due significati di saper scrivere, uno di base, minimale: non fare errori di grammatica (qualsiasi cosa questo voglia dire); e un significato più alto: scrivere testi corretti, articolati e strutturati per gli scopi a cui sono destinati. Viene naturale pensare che chi esce dalle medie - se non dalle elementari - debba aver superato il primo livello, chi esce dalle superiori il secondo livello. Se non è così, è colpa della scuola, si dice.

Chi ha colpa nella scuola? Alle superiori gli insegnanti si lamentano del livello degli studenti che arrivano dalle medie, all'università i docenti criticano il livello di preparazione degli studenti delle superiori. Docenti universitari e insegnanti mi dicono quasi all'unisono: è aumentata la forchetta tra bravi e scarsi, i bravi sono veramente bravi, gli scarsi quasi irrecuperabili. Sta sparendo lo studente che stava in un aurea mediocrità, non fenomenale ma che se la cavava. Le colpe sono variamente attribuite, scarso filtro in ingresso (ma nell'istruzione dell'obbligo non si può), limitata selezione in uscita. Alle medie non si boccia, poi tutti vogliono fare il liceo con conseguente abbassamento del livello medio; all'università (almeno in alcune facoltà) non si boccia per non perdere i finanziamenti basati sul numero di iscritti. Quegli stessi docenti che si lamentano degli studenti poi non li bocciano (ho un ricordo di un docente di letteratura italiana che bocciò una mia amica perché non aveva un accento italiano corretto; ho ricordi di promozioni clamorose). Infine (ma forse in cima a tutto) ci sono le famiglie che sempre meno accettano valutazioni negative, e che considerano un affronto un giudizio che sconsigli il liceo (o l'università).

Impoverimento e degrado della lingua italiana. In occasione della tavola rotonda AITI (di cui ho parlato qui), un traduttore straniero si lamentava delle parole inglesi e ha detto: la lingua italiana non è più musicale com'era una volta, ci vorrebbe un ente che normi la lingua. Io ho risposto che non non mi piacerebbe vivere in un paese dove ci fosse un tale ente e ho avuto scarsissima solidarietà dalla platea. I traduttori, che con la lingua ci lavorano, sentono l'esigenza di qualcuno che dica loro come scrivere, che indichi uno standard. (Mentre scrivo mi chiedo che cosa intendesse per musicalità e quale sia il campione della dolce lingua: Montale, D'Annunzio, Leopardi, Alfieri, Tasso,Guininzelli , Jacopo da Lentini?) Ma ho sempre più sovente l'impressione che sia il traduttore stesso a ergersi a metro del giudizio linguistico. Ci sono domande che andrebbero fatte a un qualsiasi professionista ma che fatte ai traduttori rischiano di dare risposte che fanno un po' temere: quanti possiedono una grammatica non scolastica? Quanti possiedono un dizionario di italiano pubblicato negli ultimi 10 anni? Chi invoca una norma talvolta non fa la fatica, o non ha la capacità, voglia e soprattutto umiltà di cercare su opere di consultazione. Personalmente non vorrei un'accademia della lingua italiana, ma ho una devozione critica per grammatiche e dizionari. La lingua con cui lavoriamo non è lingua madre, ma lingua figlia, perché la creiamo mentre lavoriamo, è un nostra creatura, e così come non cerchiamo su un libro la soluzione a un problema con un figlio, non vogliamo cercare su un libro ciò che è giusto o anche solo accettabile per la nostra lingua.

La persona che criticava gli errori di Smargiassi su Proz citava Tullio De Mauro affermando:

Fatt’è che perfino Tullio de Mauro, nell’articolo proposto da x, afferma che gli anglismi "spesseggiano" nelle pubblicità dei computer. Verbo spesseggiare? No, non gli scriverò tutta scandalizzata, mi rassegno all’idea che inventare termini nuovi sia una moda che esercita un grande fascino.

Avesse aperto un qualsiasi dizionario avrebbe scoperto che "spesseggiare" è attestato a partire al 1292.

Postato da: nicpoeta, 20/02/2008 21:12 | link | commenti (3)
semanticamente, intraduzioni