poeta.selvaggio(at)gmail.com
About Translation
Blogos
bulbulovo
Fablog
Gruppo L10N (feed)
Il barbaro
Il quaderno dei vocaboli
Language Hat
Language Log
Naked Translations
separated by a common language
Taccuino di traduzione
The Language Guy
The Lexicographer's Rules
Translate This!
trapra
Wordlustitude
poetaselvaggio in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
nicpoeta in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
muzii in Let's pee in the cor...
nicpoeta in Good grief! I Peanut...
utente anonimo in Good grief! I Peanut...
liseuse in Il reggiseno alfabet...
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
visitato *loading* volte
La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Normalmente avveniva il sabato pomeriggio. Entravi nel negozio e giravi tra i generi, fermandoti nella zona del rock. Passavi tutte le copertine dei vinili, le dita facevano scorrere velocemente quelle che non ti interessavano e ogni tanto si bloccavano. Tiravi fuori la copertina e la guardavi, controllavi che fosse in buono stato, verificavi i dati in tuo possesso (anno di pubblicazione, note di copertina ecc.) e l'acquistavi. A casa tutto era rituale: toglievi la plastica di protezione, facevi scivolare il vinile nel suo involucro fuori alla copertina, prima guardavi velocemente i testi e le informazioni (solo un assaggio da assaporare dopo) e con estrema cura estraevi il disco e lo adagiavi sul piatto - la prima volta non necessitava di essere spolverato con la tua spazzolina antistatica. Poi ti sedevi sul letto o sulla tua sedia preferita, le casse strategicamente posizionate a distanza ed altezza giusta e pregustavi il riff di chitarra, l'intro di batteria, l'Hammond o il Moog che ti aprivano le porte della musica. Ora potevi leggere i testi, studiare le note di copertina, poi l'assolo a destra, il basso a sinistra, la ritmica dietro. A volte eri solo, a volte no.
All'incirca in questo modo (e con un po' di mia libera interpretazione) finisce Tony Visconti: The Autobiography: Bowie, Bolan and the Brooklyn Boy di Tony Visconti, con la retorica descrizione di un'esperienza che tutti abbiamo vissuto fino a qualche anno fa, prima che la musica si affrancasse dal supporto, prima che l'ascolto diventasse un'esperienza che confina con l'autismo. Tony Visconti è un famoso produttore, figura che compare nelle note di copertina che leggevo attentamente e che spesso capivo solo a metà. Già, perché cosa fa un produttore? Il produttore è responsabile di tutte le fasi della registrazione di un disco; se in passato era colui che si occupava di trovare i soldi e assumere i professionisti necessari alla realizzazione delle canzoni, col tempo è diventato una figura più creativa. George Martin, produttore dei Beatles e musicista egli stesso, è noto per la sua influenza sulla musica dei quattro e a lui si deve, solo per fare un esempio, l'arrangiamento degli archi in Eleanor Rigby. Un bravo produttore deve conoscere la musica e le tecniche di incisione.
Visconti è stato il produttore di David Bowie, il produttore e scopritore dei T.Rex, ha lavorato con Thin Lizzy, Paul McCartney e molti altri noti e meno noti. La sua storia personale è la storia del rock e pop dagli anni '60 ad oggi. La sua è stata una vita di sex, drug e rock'n'roll nel vero senso dell'espressione, ora è un signore di sessantaquattro anni (compiuti ieri) che non disdegna la presenza su MySpace.
L'autobiografia è affascinante, e come tutti i libri di questo genere è più interessante quando descrive il rapporto di Visconti con le star della musica e meno quando parla della sua vita privata. Gli aneddoti sono legione. Pur avendo prodotto molto di Bowie, non fu il produttore di Space Oddity (la canzone). "I thought the song was a cheap shot to capitalize on the first moon landing...", dice l'autore, e se la canzone non fu all'uscita un successo, la mancata comprensione da parte di Visconti fu un errore quasi storico. Ma la sua collaborazione a Heroes non fu da semplice produttore:
'Heroes' was just about the only lyric that was recorded in the tradizional manner. But the writing of the song was difficult. I had met a Berlin jazz singer, Antonia Maass... and we had a brief affair in Berlin. She was visiting the studio that day and we went for a walk after David asked us to leave for a couple of hours so he could finish the lyrics. As we walked in front of the Berlin wall... we stopped and kissed. At that moment, a lyrically frustrated Bowie was looking out of the studio's control room studio. I can't tell where he pulled the other images in his song but we were the couple that inspired: I can remember/Standing/By the wall/And the guns/Shot above our heads/And we kissed/As though nothing could fall.
Divertenti le descrizioni dei pranzi preparati dalla madre di Visconti (anche lei di origini italiane) per Marc Bolan e Bowie. Bolan era vegetariano e la signora Josephine gli preparava le melanzane alla parmigiana; la signora si preoccupava anche per l'eccessiva magrezza di Bowie e gli mandava i carciofi ripieni, quando questi era già una star.
Il libro è corredato da un bell'apparato fotografico (Visconti è appassionato di fotografia) e da un utilissimo indice analitico. Peccato per qualche imprecisione sui nomi italiani Ennio "Morriconi" e "Paolo" Pasolini, ma ho imparato molti tecnicismi e la parola outro.
Pur con il rimpianto per la gioventù e il rituale dell'ascolto dei dischi, Visconti conclude il suo libro esaltando Internet e le sue potenzialità per i giovani artisti - il modo di trovare la musica che le major non vogliono farci sentire - purché la Rete riesca a sfuggire al controllo del "corporate thinking". Get it on, bang a gong.
Prendere appunti a lezione violerebbe il copyright. Il docente ha la proprietà intellettuale di ciò che spiega e prendere appunti mentre parla, e soprattutto rivenderli, potrebbe essere un reato. È quanto ritiene Michael Moulton, docente presso l'università della Florida, che insieme al suo e-textbook publisher Faulkner Press ha denunciato Einstein's Notes (noto online come How I Got An A), un servizio che raccoglie gli appunti delle lezioni, li organizza e li rivende. Secondo il legale di Moulton, Einstein 's Notes pagherebbe gli studenti per trascrivere gli appunti. Per il professore e il suo legale non si tratta di una questione economica ma di difendere le proprie idee da indebita appropriazione. Ma c'è di più: anche il semplice prendere appunti degli studenti per se stessi violerebbe il copyright, anche se secondo l'avvocato si tratterebbe di fair use. (Per saperne di più Zeus News, Wired.)
Nell'università italiana questo mi sembra davvero l'ultimo dei problemi, ma se ci eleviamo al di sopra delle quotidiane italiche piccolezze (e ob(b)iettivamente ragioniamo un po' per assurdo), ci accorgiamo che senza appunti non avremmo il Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure, opera postuma ricostruita da Charles Bally e Albert Sechehaye fondendo gli appunti presi dagli alunni durante i corsi di linguistica generale e le note autografe trovate tra le carte del linguista dopo la sua morte.
E quando sono i docenti a "prendere appunti" dagli studenti?
C'è un tipo di alfabetismo e alfabetizzazione di cui dovremmo essere consci, ed è la bit literacy, un insieme di abilità che permettono di vivere e lavorare con i bit in maniera produttiva e "sana". Perché i bit sono ovunque, e anche se sono meno voluminosi di libri, giornali, riviste, faldoni, videocassette e lp, si accumulano nei nostri computer, su dischi fissi e mobili, penne usb e dvd e gestirli diventa sempre più problematico. Prova a darci una mano Mark Hurst con Bit Literacy, la cui tesi è: viviamo nell'età dei bit, chi saprà gestirli riuscirà a cavarsela, gli altri rimarranno indietro nelle professioni e in tutti i contesti dominati dai bit. Così l'autore decide di affrontare temi quali e-email, calendari e promemoria, file (creazione, formati e nomi, archiviazione), e "media diet" cercando di offrire consigli utili.
Il Taccuino di traduzione citava l'espressione e-mail bankruptcy (crac elettropostale?), e ci sono andato vicino lunedì: il mio filtro antispam sostiene di aver filtrato 949 messaggi di cui 725 di spam. Se togliamo i messaggi di spam, rimangono 224 messaggi, tra cui spam non riconosciuto (ma nello spam c'era anche roba erroneamente filtrata), un po' di mailing list, e per il resto clienti, traduttori, curriculum, domande a cui rispondere, decisioni da prendere. Ho impiegato mezz 'ora solo per fare un po' di pulizia, mentale e fisica, sul computer. Questo succede il lunedì, per via dei messaggi che si ammassano nel finesettimana (anche se la media è sui 400 messaggi al giorno), ma se fosse così tutti i giorni dovrei dichiarare la mia e-bancarotta. Hurst suggerisce:
There is a simple solution to e-mail overload: don't become overloaded... Bit literacy means letting the bits go; everything else perpetuates the problem (p.21).
Se trattenessi i bit, sarei sopraffatto nel giro di pochi giorni, anche perché ormai l'e-email ha assunto compiti per cui non era nata, e i programmi di posta elettronica ne possono risentire in maniera grave. Il programma di posta elettronica - e soprattutto la cartella della posta in arrivo - è diventato impropriamente un contenitore di: liste delle cose da fare, appunti, note e promemoria; messaggi con allegati e documenti importanti che non vengono archiviati o che sono conservati come back-up anche dopo l'archiviazione; messaggi con numeri di telefono, indirizzi (di posta elettronica); brevi messaggi di conferma (OK, va bene, ti confermo la ricezione del file), ringraziamento (grazie per la consegna), pensieri estemporanei che rimangono inutilmente nella posta, ché una volta ricevuti e letti non ha senso conservarli per sempre.
La soluzione proposta da Hurst è semplice e radicale: svuotare la posta in arrivo almeno una volta al giorno. La cartella della posta in arrivo deve contenere solo momentaneamente le e-mail, che vanno poi archiviate in apposite cartelle o cancellate se non più rilevanti.
Il capitolo sulla posta è stato per me una specie di seduta di psicoterapia: prima di leggere il libro rientravo perfettamente nelle tipologie di chi si fa sopraffare dai bit (oddio, non credo di aver mai tralasciato di rispondere a un'e-mail sul lavoro), e pur avendo una serie di cartelle e sottocartelle per archiviare la posta, la mia cartella della posta in arrivo raramente conteneva meno di 100 messaggi. Ora ho cominciato la cura e riesco a tenerne non più di trenta, e sebbene Hurst dica che non è abbastanza tenere l'inbox quasi vuota, sento di aver intrapreso una strada di buone intenzioni (che mi porterà probabilmente all'inferno, un posto popolato da gente che vuole vendermi erotoincentivi, orologi e mutui): un mese fa, dopo opportuno back-up, ho cancellato tutti i messaggi precedenti al 2005.
Se con la posta mi sento un reprobo in fase di perdono, la mia dieta mediatica lascia ancora un po' a desiderare. Prendiamo quell'invenzione diabolica che sono i feed rss e i loro lettori; nulla è più facile che vedere un sito, abbonarsi, leggere qualche aggiornamento e poi dimenticarsene. Faccio outing: nel mio lettore di feed (Bloglines) ci sono 78 iscrizioni che comprendono blog di amici, blog di traduttori, linguisti e sull'industria della traduzione, fumetti, notizie ecc. Nel momento in cui scrivo ho 1439 notizie da leggere e 273 notizie salvate. Credete che leggerò mai tutte le notizie in attesa? C'è un fumetto che aspetta di essere letto da alcune decine di giorni, e il sito dell'Ansa è fermo al primo marzo (Bloglines fortunatamente permette l'accumulo di soli 200 aggiornamenti per sito). Che senso ha abbonarsi a un fumetto e non leggerlo per mesi? A cosa mai servirà l'abbonamento a una ricerca su digg se mi interessa una notizia su 50, quando va bene? La facilità del mezzo lo rende quasi inutile, tanto vale tenere quei pochi feed che leggo tutti i giorni, liberarsi dell'Ansa e del podcast della prima pagina del New York Times e vivere senza l'oppressione di 1400 inservibili notizie in attesa della mia attenzione. L'ho detto e mi sono liberato ed è inutile che ti stupisca, You! hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!
Far aprire gli occhi su questioni che sembrano ovvie nella teoria ma che nella pratica non lo sono affatto è una dote apprezzabile in un libro; Bit Literacy si rivela una lettura stimolante, ricca di consigli e agile (nel senso che ha meno di 200 pagine). Peccato per la lunga sezione sul sito (a pagamento) di Hurst per la gestione dei todos, che sovrappone un aura pubblicitaria/promozionale all'operazione.
Ammetto di non capire molto delle primarie americane, di caucus, superdelegati e push polling (pur leggendo l'utile Jargonbuster della CNN), ma due conti li so ancora fare. Non voglio addentrarmi nelle problematiche dell'innumeracy, tuttavia qualcosa in quest'articolo sulla Stampa non quadra:

Qui i risultati giusti.
E così ora Google mi dice a che ora passa il 68. Il nuovo servizio Google Transit indica come spostarsi con i mezzi pubblici a Torino. Supponiamo che da strada Mongreno voglia andare in piazza Adriano alle ore 18.00, vengo a sapere che c'è un autobus alle 18.03 che mi porta a destinazione alle 18.40. Ma per il sito del Gruppo Torinese Trasporti, a cui Google correttamente rinvia, il bus parte alle 18:11 (anche se in un'altra pagina dà 18.03 come orario ufficiale...). Se chiedo di andare da corso Trapani 16 a corso Siracusa 99, Google non individua il punto di partenza corretto e mi indica una fermata 1 km più a sud; se aggiungo il cap si avvicina al punto di partenza ma non è ancora la fermata giusta. Per il momento non mi fido troppo. Meglio non lanciarsi in affermazioni troppo entusiastiche.
A noi nessuno ci ha detto niente. (E detto tra parentesi - e per inciso - sarebbe quasi ora di darci un taglio con i giochi di parole sul titolo Pasoliniano-Giordaniano.)
Nel post Apology in Australia sulle scuse che il primo ministro australiano Kevin Rudd ha ufficialmente pronunciato nei confronti degli aborigeni, Geoffrey K. Pullum dice in un inciso:
In Australia most conservatives are in a party known as the Liberal Party; do not try to interpret Australian politics using an American political dictionary.
Le parole della politica si ancorano a un retroterra storico, sociale, economico e linguistico che rende le trasposizioni insidiose: allo stesso modo noi in Italia non possiamo tradurre la politica americana con parole italiane. E in special modo liberale/liberal paiono essere concetti quasi opposti.
Nel Dizionario di Politica alla voce Liberalismo Nicola Matteucci esordisce intitolando la prima sezione "Una definizione difficile", per poi dire:
Ancor oggi la parola liberale ha significati diversi a seconda delle diverse nazioni: in alcuni paesi (Inghilterra, Germania) indica una posizione di centro, capace di mediare innovazione e conservazione, in altri (Stati Uniti) il radicalismo di sinistra aggressivo difensore di vecchie e nuove libertà civili, in altri ancora (Italia) i conservatori della libera iniziativa economica e della proprietà privata.
Il concetto è proteiforme al punto da legarsi a parole con denotazioni assai diverse: monarchici-liberali, liberali-nazionali, cattolici-liberali, liberaldemocratici, liberal-liberisti, liberalsocialisti, liberali-laburisti. Per aggiungere un po' di confusione (o forse perché tradurre in italiano creerebbe una confusione ancora maggiore) in Italia si parla di anche di liberal, intendendo progressista, orientato a sinistra, soprattutto in riferimento a politiche o politici americani. Per esempio su Repubblica.it nello stesso articolo si parla di "columnist liberal del New York Times", e di "Washington, uno degli Stati più liberal (e tecnologici) d'America".
Direi che ho qualche elemento in più per valutare l'avvertimento dei Supertramp in The Logical Song:
Now watch what you say/Or they'll be calling you a radical/A liberal, oh fanatical, criminal.
Repubblica di oggi, pagina 45, articolo "Dalla Fiat agli agenti dell'Ina è l'ora degli aumenti unilaterali", sulle aziende che motu proprio aumentano gli stipendi dei dipendenti senza aspettare la contrattazione con i sindacati. L'articolo è corredato da grafica eloquente che illustra il comportamento delle varie aziende, tra cui Il gruppo Della Valle:

Per la serie: sai dove te lo puoi mettere l'aumento.
BBC Learning English propone nella sezione "Words in the News" un esercizio di comprensione scritta e orale sull'emergenza rifiuti napoletana, debitamente completato da un lesson plan.
Alcune note a cavallo tra vecchio e nuovo anno.
Il dubbio era già venuto a molti, ma come si chiamano i primi dieci anni di un secolo? Per gli altri decenni abbiamo gli anni '20, '60, '90 ecc., ma in questo momento dove siamo? Dobbiamo per forza dire "nel primo decennio del XXI secolo?". Certo, leggere "gli anni '00" non fa un bell'effetto. Per riflessioni sulla lingua inglese, Ben Zimmer sull'OUP blog.
In occasione del trentennale della morte di Charlie Chaplin si sono visti in tv diversi film e documentari. Fate attenzione a Kid Auto Races at Venice: dopo circa 1 minuto e 40 secondi compare un ragazzo che indossa una maglia con una scritta FIAT non dissimile da quelle che si vedono in giro ultimamente. Ed era il 1914.
Il 27 dicembre, durante la nostra breve vacanza ad Amsterdam, abbiamo avuto il piacere di incontrare Isabella ed Emilio, con cui abbiamo chiacchierato amabilmente di traduzioni, fotografia, Italia e Olanda. Li ringraziamo per l'ospitalità e ci auguriamo che incontri tra blog(gers) siano più frequenti.