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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

lunedì, 05 maggio 2008
Let's pee in the corner (while I kiss this guy)

I was in history class and the teacher said to raise your hand if you know the continents. I raised my hand and said, 'A, E, I, O, U.' And the teacher replied, 'Those aren't even consonants. They're vowels.'"

Jessica Simpson, da They X-Rayed my Head and Found Nothing, The Ultimate A-Z of Very Stupid Things Said by Very Famous People, Mike Haskins and Clive Whichelow (letto su Glamour, December 2007).

Avevo già parlato qui di come madrelingua anglofoni confondano parole con pronuncia simile (e che uno straniero che apprende la lingua per iscritto non confonderebbe). La graziosa Simpson capisce consonants per continents, ma poi elenca le vocali, forse perché sono cinque come i continenti.

Questa citazione mi ha fatto venire in mente un altro caso di errata comprensione, quello delle canzoni. Da giovani ascoltando le canzoni in inglese inserivamo la soluzione che ci pareva più probabile al posto delle parole che non capivamo, spesso basandoci sulle assonanze. Prima di Internet e quando i dischi non avevano i testi, era un bell'esercizio di comprensione. Poteva anche capitare che ci si riunisse tra amici per fare dei gruppi d'ascolto. Un mio amico aveva ribattezzato Words (Don't Come Easy) la canzone delle "camicie". (E sì, si usano ancora le canzoni per apprendere e insegnare l'inglese, con esercizi come "fill in the blanks", rimettere nell'ordine giusto le parole all'interno dei versi, dettato ecc.)

Così come capita a noi italiani di non capire le canzoni nella nostra lingua, anche gli anglofoni sono soggetti al mishearing. Esiste perfino un nome per questa cosa, Mondegreen, termine coniato da Sylvia Wright. Ci sono diversi siti che elencano i mondegreens più divertenti come The Archive of Misheard Lyrics, Mondegreen Central, e Am I Right; in alcuni degli esempi il confine tra parodia ed errata comprensione è molto sottile.

Tra i mondegreens per me più spassosi, "Let's pee in the corner", anziché "That's me in the corner", R.E.M., Losing My Religion, e "'Scuse me while I kiss this guy" invece di "'Scuse me while I kiss the sky", Jimi Hendrix, Purple Haze. (La mia parodia preferita di Losing My Religion è Losing My Partition.)

Ma se voi siete quelli che sanno i testi così bene che si lamentano se durante il concerto il cantante dice una cosa diversa, beh allora come non detto.

Postato da: nicpoeta, 05/05/2008 21:23 | link | commenti (1)
semanticamente, intraduzioni

sabato, 03 maggio 2008
Congresso Internazionale AITI 2008

Si terrà a Bologna il 6 e 7 giugno presso l'Hotel Savoia Regency il Congresso Internazionale AITI, dedicato a "La professione del traduttore e dell'interprete: deontologia, qualità e formazione permanente". Io interverrò sabato 7 con un contributo dal titolo Dalle parole al valore. Il project manager e la gestione dei progetti di traduzione.

Postato da: nicpoeta, 03/05/2008 18:06 | link | commenti
intraduzioni

sabato, 05 aprile 2008
Primi piatti e interpretariato

Voi fate traduzioni?

Ho avuto il vostro nome dalla questura
(???)
Posso mandarvi il CV?
Faccia pure

Lo apro e a pagina 5 leggo:

CAPACITÀ E COMPETENZE ORGANIZZATIVE
Buona conoscenza della cucina italiana e buona capacità organizzative in cucina per quanto concerne la preparazione di piatti tipici italiani, primi, secondi di carne e pesce. Particolare attitudine organizzativa in cucina e nelle mansioni di pulizia
[perfetto, ce n'è sempre di bisogno di gente che sappia cucinare e abbia particolare attitudini nelle mansioni di pulizia]

ALTRE CAPACITÀ E COMPETENZE
Particolare capacità di preparazione di primi piatti a base di verdure e pesce.
Specialità : pasta con i frutti di mare e zucchine, pasta ala crema di pistacchio e funghi, pasta al ragù vegetariano.
[per me pasta ala crema di pistacchio e funghi, grazie]

Certo, ci sono pure le esperienze di interpretariato e traduzione, inoltre è vero che noi facciamo molte traduzioni alimentari, però... In realtà il fatto che arrivino sempre più spesso curriculum di questo genere (si veda anche qui) fa riflettere più che ridere.

Postato da: nicpoeta, 05/04/2008 14:40 | link | commenti
intraduzioni

martedì, 01 aprile 2008
Good grief! I Peanuts multilingui!

Sul sito ufficiale dei Peanuts è presente una piccola sezione sulla traduzione dei fumetti in varie lingue. A proposito, qualcuno sa perché the Great Pumpkin è diventato il Grande Cocomero in italiano?

Postato da: nicpoeta, 01/04/2008 19:13 | link | commenti (3)
intraduzioni

sabato, 29 marzo 2008
Magia (nera) della traduzione

Piero Ottone sul Venerdì di Repubblica di ieri:

Un altro esempio: per avere sui treni, nelle varie lingue, avvisi corretti ("non sporgersi", "non scendere") basterebbe che le Ferrovie se li facessero tradurre da traduttori professionali. La spesa, nel vortice immane del bilancio aziendale, sarebbe irrisoria. Invece si affida la traduzione a qualche cugino che ha studiato tedesco al liceo linguistico, e così vengono fuori altri svarioni. Questione di mentalità. Per evitare stonature di questo genere non occorrono grandi riforme o grandi investimenti. Occorre solo che ognuno dedichi qualche minuto di tempo per fare le cose come devono essere fatte.

Chi non è d'accordo? Sono affermazioni talmente ovvie e di buon senso che non meritano commenti, e il fatto che sia un giornalista autorevole come Ottone a sollevare la questione può dar forza ai professionisti che da sempre si battono per una comunicazione in lingua straniera corretta. Per cui Ottone potrebbe segnalare a qualcuno del suo giornale che il titolo corrente "Black magic woman" dell'articolo a pagina 42 dedicato a Michelle Robinson, moglie di Barack Obama, suona piuttosto strano, a meno che la bi-laureata moglie del candidato alle primarie democratiche non si occupi di voodoo.

Postato da: nicpoeta, 29/03/2008 16:08 | link | commenti (4)
intraduzioni

martedì, 25 marzo 2008
Il tradattore e l'etimodella

Il ragazzo che doveva venire a fare uno stage dice che non può garantire una presenza costante perché dovrà fare una fiction.

D'altronde, questa tipa dichiara di essere filologa, etimologa e che il suo libro preferito è l'OED. E chi sono io per dubitarne?

Postato da: nicpoeta, 25/03/2008 19:02 | link | commenti (3)
semanticamente, intraduzioni

lunedì, 03 marzo 2008
Il Conzorcio del Parmesan

La Corte di giustizia europea ha stabilito che solo i formaggi recanti la denominazione d'origine protetta (Dop) "Parmigiano Reggiano" possono essere venduti con la denominazione Parmesan. Il Parmigiano, in quanto DOP, gode di tutela contro qualsiasi "usurpazione, imitazione o evocazione".

Ritenendo che la Germania non tutelasse a sufficienza la Dop "Parmigiano Reggiano", la Commissione europea ha avviato un procedimento per inadempimento; secondo la Commissione il termine "Parmesan" è la traduzione della Dop "Parmigiano Reggiano", per cui ha richiesto alle autorità tedesche di intervenire d'ufficio per bloccare la commercializzazione dei prodotti venduti con la denominazione "Parmesan" ma non conformi al disciplinare della Dop "Parmigiano Reggiano". Il governo tedesco si è difeso sostenendo che Parmesan è invece un termine generico che si riferisce a un formaggio da grattugiare o grattugiato.

Tuttavia, i giudici di Lussemburgo hanno respinto il ricorso della Commissione, asserendo che "nell'ordinamento tedesco sono presenti gli strumenti adeguati a garantire la tutela sia degli interessi dei produttori sia di quelli dei consumatori". Quindi, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, non spetta alle autorità tedesche sanzionare l'imitazione del nostro formaggio, ma "gli organi di controllo cui incombe l'obbligo di assicurare il rispetto delle Dop sono quelli dello Stato membro da cui proviene la Dop", in questo caso l'Italia.

Questi a grandi linee i fatti, ora le considerazioni. La prima riguarda l'informazione e il punto di vista da cui proviene. Per Repubblica è una vittoria dell'Italia, tanto da affermare "l'Europa dà ragione all'Italia". Per la BBC si tratta sostanzialmente una vittoria della Germania: non è colpa dei tedeschi se sono in commercio tanti Parmesan che non sono parmigiani, anche se conferma che: It said only the authentic product bearing the name "Parmigiano Reggiano" could be sold under the name Parmesan.

La seconda considerazione è linguistica. Hanno ragione i tedeschi quando sostengono che Parmesan è un termine ormai generico? Probabilmente sì: in varie lingue dizionari autorevoli descrivono il Parmesan con definizioni del tipo:

sehr fester, vollfetter italienischer [Reib]käse (Duden)

a very hard dry sharply flavored cheese that is sold grated or in wedges (Webster)

a hard, dry cheese used in grated form, especially on Italian dishes (Oxford)

relegando la parmigianità all'etimologia. In diversi paesi il Parmesan è un qualsiasi tipo di formaggio da grattugiare. Se ci pensate, una sorte linguistica simile e a parti inverse è toccata in Italia all'emmental, diventato minuscolo e senza th. I lessicografi dovranno perciò aggiungere un definizione più specifica (mah). Senza contare che pure in Italia "parmigiano" può avere il senso di formaggio da grattugiare tipo Parmigiano Reggiano.

Ma che le speranze di un uso corretto del nome caseario siano linguisticamente scarse lo dimostra il redattore del Financial Times on line che si lancia in un "Conzorcio Formaggio Parmigiano-Reggiano" - peraltro confermando che la sciatteria on-line non è prerogativa dei giornali italiani.

Postato da: nicpoeta, 03/03/2008 19:35 | link | commenti (1)
dizionari visionari, intraduzioni

domenica, 24 febbraio 2008
Fate il vostro prezzo

Simon Turner ha aggiunto al Tariffometro la guida per traduttori principianti (e non solo) Come stabilire la propria tariffa. Guida utile, dettagliata, informata.

Postato da: poetaselvaggio, 24/02/2008 11:48 | link | commenti (6)
intraduzioni

mercoledì, 20 febbraio 2008
Lingua figlia

Arrivo un po' tardi sull'argomento, ma magari questo ritardo dà l'impressione di una lunga e sofferta riflessione. Un paio di settimane fa Repubblica pubblica un articolo di Michele Smargiassi dal titolo Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere. L'articolo suscita confronti e dibattiti su varie mailing list di traduttori, e su Proz interviene lo stesso Smargiassi. Un po' ovunque gli interventi si concentrano sulla cattiva qualità della scrittura, si aggiunge un pizzico di sfascio linguistico/lessicale e si sforna la lamentazione di quanto poco leggono gli italiani, soprattutto quegli italiani che dovrebbero scrivere. Smargiassi su Proz è gentile, tanto più gentile a intervenire nella discussione che accusa anche i giornalisti dello rovina del nostro amatissimo idioma, ma ha la colpa imperdonabile in un forum di traduttori di fare alcuni errori, specialmente di battitura. Nella foga di puntare il dito contro l'approssimazione del giornalista, la persona che ha rilevato gli errori incappa in una serie di strafalcioni non male. (Che non riporto qui, per cui chi ha tempo e voglia si legga l'intiero dibattito prozesco.)

In parole povere i temi sono: i giovani laureati non sanno scrivere, perché non leggono, perché la scuola non insegna loro a scrivere (e a leggere), perché il livello dell'istruzione si è abbassato, perché scrivono come parlano, perché ormai i giovani scrivono solo sms o chattano, e allora come fidarsi di un medico/ingegnere/avvocato/insegnante con queste lacune? E i politici che fanno? E la deriva anglicizzante dell'italiano? La nostra lingua già sta poco bene, se poi non sappiamo scriverla/parlarla/leggerla le assestiamo il colpo di grazia.

Vorrei proporre una tesi un po' controcorrente: non sono d'accordo. O meglio, sono d'accordo che alcuni scrivano male, ma non si scrive in italiano peggio che in passato.

Innanzitutto, non si è mai scritto tanto quanto in questo periodo, dagli sms alle mail, ai blog degli adolescenti fino a tutte le occasioni che conosciamo, c'è un boom della parola scritta, parola che si piega e deforma - si "oralizza" - per l'esigenza del mezzo.

Dicendo che i giovani di oggi non sanno scrivere si sottintende che in passato si sapeva scrivere meglio; inoltre qualcuno sostiene che in passato l'italiano era più bello, musicale perché non imbastardito dagli anglicismi. Qui il discorso si allarga a scuola, alla definizione di "saper scrivere" e alla storia della lingua.

Nella vostra esperienza scolastica, quanti nella vostra classe "sapevano scrivere"? Quanti facevano temi "decenti" (a parte voi stessi, ovvio)? Una volta arrivati all'università 10-20-30 anni fa non vi è forse stato detto che all'università non si scrive fino alla laurea? Possiamo attribuire ai laureati di oggi le colpe di tutti i documenti e le pubblicazioni in genere scritti in maniera approssimativa? E cosa significa "saper scrivere?"

Possiamo dare due significati di saper scrivere, uno di base, minimale: non fare errori di grammatica (qualsiasi cosa questo voglia dire); e un significato più alto: scrivere testi corretti, articolati e strutturati per gli scopi a cui sono destinati. Viene naturale pensare che chi esce dalle medie - se non dalle elementari - debba aver superato il primo livello, chi esce dalle superiori il secondo livello. Se non è così, è colpa della scuola, si dice.

Chi ha colpa nella scuola? Alle superiori gli insegnanti si lamentano del livello degli studenti che arrivano dalle medie, all'università i docenti criticano il livello di preparazione degli studenti delle superiori. Docenti universitari e insegnanti mi dicono quasi all'unisono: è aumentata la forchetta tra bravi e scarsi, i bravi sono veramente bravi, gli scarsi quasi irrecuperabili. Sta sparendo lo studente che stava in un aurea mediocrità, non fenomenale ma che se la cavava. Le colpe sono variamente attribuite, scarso filtro in ingresso (ma nell'istruzione dell'obbligo non si può), limitata selezione in uscita. Alle medie non si boccia, poi tutti vogliono fare il liceo con conseguente abbassamento del livello medio; all'università (almeno in alcune facoltà) non si boccia per non perdere i finanziamenti basati sul numero di iscritti. Quegli stessi docenti che si lamentano degli studenti poi non li bocciano (ho un ricordo di un docente di letteratura italiana che bocciò una mia amica perché non aveva un accento italiano corretto; ho ricordi di promozioni clamorose). Infine (ma forse in cima a tutto) ci sono le famiglie che sempre meno accettano valutazioni negative, e che considerano un affronto un giudizio che sconsigli il liceo (o l'università).

Impoverimento e degrado della lingua italiana. In occasione della tavola rotonda AITI (di cui ho parlato qui), un traduttore straniero si lamentava delle parole inglesi e ha detto: la lingua italiana non è più musicale com'era una volta, ci vorrebbe un ente che normi la lingua. Io ho risposto che non non mi piacerebbe vivere in un paese dove ci fosse un tale ente e ho avuto scarsissima solidarietà dalla platea. I traduttori, che con la lingua ci lavorano, sentono l'esigenza di qualcuno che dica loro come scrivere, che indichi uno standard. (Mentre scrivo mi chiedo che cosa intendesse per musicalità e quale sia il campione della dolce lingua: Montale, D'Annunzio, Leopardi, Alfieri, Tasso,Guininzelli , Jacopo da Lentini?) Ma ho sempre più sovente l'impressione che sia il traduttore stesso a ergersi a metro del giudizio linguistico. Ci sono domande che andrebbero fatte a un qualsiasi professionista ma che fatte ai traduttori rischiano di dare risposte che fanno un po' temere: quanti possiedono una grammatica non scolastica? Quanti possiedono un dizionario di italiano pubblicato negli ultimi 10 anni? Chi invoca una norma talvolta non fa la fatica, o non ha la capacità, voglia e soprattutto umiltà di cercare su opere di consultazione. Personalmente non vorrei un'accademia della lingua italiana, ma ho una devozione critica per grammatiche e dizionari. La lingua con cui lavoriamo non è lingua madre, ma lingua figlia, perché la creiamo mentre lavoriamo, è un nostra creatura, e così come non cerchiamo su un libro la soluzione a un problema con un figlio, non vogliamo cercare su un libro ciò che è giusto o anche solo accettabile per la nostra lingua.

La persona che criticava gli errori di Smargiassi su Proz citava Tullio De Mauro affermando:

Fatt’è che perfino Tullio de Mauro, nell’articolo proposto da x, afferma che gli anglismi "spesseggiano" nelle pubblicità dei computer. Verbo spesseggiare? No, non gli scriverò tutta scandalizzata, mi rassegno all’idea che inventare termini nuovi sia una moda che esercita un grande fascino.

Avesse aperto un qualsiasi dizionario avrebbe scoperto che "spesseggiare" è attestato a partire al 1292.

Postato da: nicpoeta, 20/02/2008 21:12 | link | commenti (3)
semanticamente, intraduzioni

mercoledì, 13 febbraio 2008
A radical, a liberal, oh fanatical, criminal

Nel post Apology in Australia sulle scuse che il primo ministro australiano Kevin Rudd ha ufficialmente pronunciato nei confronti degli aborigeni, Geoffrey K. Pullum dice in un inciso:

In Australia most conservatives are in a party known as the Liberal Party; do not try to interpret Australian politics using an American political dictionary.

Le parole della politica si ancorano a un retroterra storico, sociale, economico e linguistico che rende le trasposizioni insidiose: allo stesso modo noi in Italia non possiamo tradurre la politica americana con parole italiane. E in special modo liberale/liberal paiono essere concetti quasi opposti.

Nel Dizionario di Politica alla voce Liberalismo Nicola Matteucci esordisce intitolando la prima sezione "Una definizione difficile", per poi dire:

Ancor oggi la parola liberale ha significati diversi a seconda delle diverse nazioni: in alcuni paesi (Inghilterra, Germania) indica una posizione di centro, capace di mediare innovazione e conservazione, in altri (Stati Uniti) il radicalismo di sinistra aggressivo difensore di vecchie e nuove libertà civili, in altri ancora (Italia) i conservatori della libera iniziativa economica e della proprietà privata.

Il concetto è proteiforme al punto da legarsi a parole con denotazioni assai diverse: monarchici-liberali, liberali-nazionali, cattolici-liberali, liberaldemocratici, liberal-liberisti, liberalsocialisti, liberali-laburisti. Per aggiungere un po' di confusione (o forse perché tradurre in italiano creerebbe una confusione ancora maggiore) in Italia si parla di anche di liberal, intendendo progressista, orientato a sinistra, soprattutto in riferimento a politiche o politici americani. Per esempio su Repubblica.it nello stesso articolo si parla di "columnist liberal del New York Times", e di  "Washington, uno degli Stati più liberal (e tecnologici) d'America".

Direi che ho qualche elemento in più per valutare l'avvertimento dei Supertramp in The Logical Song:

Now watch what you say/Or they'll be calling you a radical/A liberal, oh fanatical, criminal.

Postato da: nicpoeta, 13/02/2008 22:11 | link | commenti (3)
riletture, semanticamente, intraduzioni