poeta.selvaggio(at)gmail.com
About Translation
Blogos
bulbulovo
Fablog
Gruppo L10N (feed)
Il barbaro
Il quaderno dei vocaboli
Language Hat
Language Log
Naked Translations
separated by a common language
Taccuino di traduzione
The Language Guy
The Lexicographer's Rules
Translate This!
trapra
Wordlustitude
poetaselvaggio in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
nicpoeta in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
muzii in Let's pee in the cor...
nicpoeta in Good grief! I Peanut...
utente anonimo in Good grief! I Peanut...
liseuse in Il reggiseno alfabet...
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
visitato *loading* volte
La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
La Corte di giustizia europea ha stabilito che solo i formaggi recanti la denominazione d'origine protetta (Dop) "Parmigiano Reggiano" possono essere venduti con la denominazione Parmesan. Il Parmigiano, in quanto DOP, gode di tutela contro qualsiasi "usurpazione, imitazione o evocazione".
Ritenendo che la Germania non tutelasse a sufficienza la Dop "Parmigiano Reggiano", la Commissione europea ha avviato un procedimento per inadempimento; secondo la Commissione il termine "Parmesan" è la traduzione della Dop "Parmigiano Reggiano", per cui ha richiesto alle autorità tedesche di intervenire d'ufficio per bloccare la commercializzazione dei prodotti venduti con la denominazione "Parmesan" ma non conformi al disciplinare della Dop "Parmigiano Reggiano". Il governo tedesco si è difeso sostenendo che Parmesan è invece un termine generico che si riferisce a un formaggio da grattugiare o grattugiato.
Tuttavia, i giudici di Lussemburgo hanno respinto il ricorso della Commissione, asserendo che "nell'ordinamento tedesco sono presenti gli strumenti adeguati a garantire la tutela sia degli interessi dei produttori sia di quelli dei consumatori". Quindi, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, non spetta alle autorità tedesche sanzionare l'imitazione del nostro formaggio, ma "gli organi di controllo cui incombe l'obbligo di assicurare il rispetto delle Dop sono quelli dello Stato membro da cui proviene la Dop", in questo caso l'Italia.
Questi a grandi linee i fatti, ora le considerazioni. La prima riguarda l'informazione e il punto di vista da cui proviene. Per Repubblica è una vittoria dell'Italia, tanto da affermare "l'Europa dà ragione all'Italia". Per la BBC si tratta sostanzialmente una vittoria della Germania: non è colpa dei tedeschi se sono in commercio tanti Parmesan che non sono parmigiani, anche se conferma che: It said only the authentic product bearing the name "Parmigiano Reggiano" could be sold under the name Parmesan.
La seconda considerazione è linguistica. Hanno ragione i tedeschi quando sostengono che Parmesan è un termine ormai generico? Probabilmente sì: in varie lingue dizionari autorevoli descrivono il Parmesan con definizioni del tipo:
sehr fester, vollfetter italienischer [Reib]käse (Duden)
a very hard dry sharply flavored cheese that is sold grated or in wedges (Webster)
a hard, dry cheese used in grated form, especially on Italian dishes (Oxford)
relegando la parmigianità all'etimologia. In diversi paesi il Parmesan è un qualsiasi tipo di formaggio da grattugiare. Se ci pensate, una sorte linguistica simile e a parti inverse è toccata in Italia all'emmental, diventato minuscolo e senza th. I lessicografi dovranno perciò aggiungere un definizione più specifica (mah). Senza contare che pure in Italia "parmigiano" può avere il senso di formaggio da grattugiare tipo Parmigiano Reggiano.
Ma che le speranze di un uso corretto del nome caseario siano linguisticamente scarse lo dimostra il redattore del Financial Times on line che si lancia in un "Conzorcio Formaggio Parmigiano-Reggiano" - peraltro confermando che la sciatteria on-line non è prerogativa dei giornali italiani.
Si sa che il bi- in bikini non vuole dire "due, doppio", perché Bikini è il nome di un atollo nel Pacifico dove vennero eseguiti degli esperimenti nucleari negli anni '40 (Various explanations for the name have been suggested, none convincingly, the best being an analogy of the explosive force of the bomb and the impact of the bathing suit style on men's libidos, suggerisce l'Online Etyomology Dictionary). Ciononostante il bi- viene interpretato come "due" ("due pezzi" è il sinonimo italiano), per cui alla pseudo radice -kini vengono aggiunti altri prefissi: monokini e perfino trikini.
Qualcosa di non dissimile deve avere pensato chi ha coniato il fondamentale termine monoennio (quasi 7000 risultati in Google, anche sul sito della Ministero della Pubblica Istruzione). Come dice la parola stessa, il monoennio è un biennio tagliato in due. Ma il biennio non era il doppio di un anno? Che differenza c'è tra anno e monoennio?
Il monoennio è un miniciclo didattico/formativo, può essere un primo anno che precede i bienni successivi, può essere l'anno finale di un percorso triennale o un modulo di orientamento. La riforma Moratti prevedeva per le elementari (ops, scuole primarie) periodi didattici formati da un monoennio e due bienni, per le medie (ri-ops, secondarie di primo grado) un biennio e un monoennio finale a carattere orientativo.
Ecco, la ri-modulazione dei percorsi didattici ha portato alla necessaria invenzione del monoennio. Anno era troppo ambiguo e allo stesso tempo quasi banale nella sua nuda semplicità. E ovviamente un triennio è la somma di un biennio e un monoennio, un quinquennio di un quadrienno (bienno + bienno) e un monoennio e così contando.
Che dirà il burocrate appassionato di monoismi quando scoprirà che il monòmane non è il singolare del bìmane?
Subprime. È questa la parola dell'anno per l'American Dialect Society. È un aggettivo che si riferisce a mutui, prestiti o investimenti con particolari caratteristiche di rischio. Nel caso dei mutui subprime, quelli che ci hanno fatto scoprire in Italia la parola l'anno scorso, si tratta di mutui concessi a soggetti che offrono scarse garanzie. Deriva dall'aggettivo prime, ottimo, di prima scelta, qualità o categoria.
Anche da noi il termine ha fatto furore durante l'estate - non c'era mezzo di informazione che non parlasse di derivati, subprime, credit crunch (chi volesse farsi un'idea: Lavoce.info) - tanto da entrare di diritto in quella cerchia di tecnicismi (in questo caso addirittura un prestito) che diventano di dominio pubblico per un certo periodo. Ricordo che durante l'alluvione del '94 nel Piemonte meridionale eravamo tutti esperti di "zone golenali".
Qualcuno sostiene che subprime si sta diffondendo come verbo, nel senso mettersi nei guai sperando poi che qualcuno ti aiuti, come in I subprimed my algebra test. Ai miei tempi avrei detto "Ho cannato la prova di matematica", magari sperando di alzare la media con l'orale (illuso...).
Una storiella che gira da diversi anni:
The following is an actual question given on a University of Washington University chemistry mid-term Exam paper:
"Is Hell exothermic (gives off heat) or endothermic (absorbs heat)? Support your answer with a proof."
Most of the students wrote proofs of their beliefs using Boyle's Law (gas cools off when it expands and heats up when it is compressed) or some variant.
One student, however, wrote the following:
First, we need to know how the mass of Hell is changing in time. So, we need to know the rate that souls are moving into Hell and the rate they are leaving. I think that we can safely assume that once a soul gets to Hell, it will not leave. Therefore, no souls are leaving. As for how many souls are entering Hell, let's look at the different religions that exist in the world today. Some of these religions state that if you are not a member of their religion, you will go to Hell. Since there are more than one of these religions and since people do not belong to more than one religion, we can project that most people and their souls go to Hell. With birth and death rates as they are, we can expect the number of souls in Hell to increase exponentially.
Now, we look at the rate of change of the volume in Hell because Boyle's Law states that in order for the temperature and pressure in Hell to stay the same, the volume of Hell has to expand as souls are added.
This gives two possibilities.
(1) If Hell is expanding at a slower rate than the rate at which souls enter Hell, then the temperature and pressure in Hell will increase until all Hell breaks loose.
(2) Of course, if Hell is expanding at a rate faster than the increase of souls in Hell, then the temperature and pressure will drop until Hell freezes over.
So which is it?
If we accept the postulate given to me by Ms. Therese Banyan during my Freshman year that "It will be a cold night in Hell before I sleep with you" - and take into account the fact that I still have not succeeded in having sexual relations with her, then (2) cannot be true, and thus I am sure that Hell is exothermic.
The student got the only A.
Snopes rintraccia le origini della storia indicandone alcune varianti. A parte le questioni chimico-fisiche (e anche religiose, visto che si suppone che le anime abbiano massa), quello che è linguisticamente interessante è l'uso di espressioni idiomatiche contenenti hell: untill all Hell breaks loose, until Hell freezes over, it will be a cold night in hell; letteralmente le ultime due fanno riferimento alla temperatura. La lingua inglese è ricca di espressioni idiomatiche contenenti hell, ad esempio nel Collins Cobuild Dictionary of Idioms ne conto ben 32 (solo due con heaven), e il mio preferito è like a bat out of hell. Potrebbe essere una traduzione d'inferno per chi volesse cimentarsi.
Alcuni forse ricorderanno la parola abatino, usata da Gianni Brera per descrivere Gianni Rivera e ora attestata dai dizionari nel senso sportivo. A quindici anni dalla morte di Brera, Gigi Garanzini ha dedicato la trasmissione radiofonica A tempo di sport di oggi al celebre giornalista lombardo. Alcune delle interviste che ci vengono fatte ascoltare vertono sulla lingua e sul linguaggio sportivo, sul rapporto tra italiano e dialetto, lingua alta e bassa. Interessante (e per me per certi versi stupefacente) è apprendere quanto Brera abbia contribuito al linguaggio calcistico italiano inventando nuovi termini. Ecco alcuni passi significativi:
Mai come negli ultimi quarant'anni si è scritto italiano bene, cioè si è riportata la lingua su un piano più fluido, più necessario, più aderente alla realtà. Lo sport ha aggiunto ancora qualche cosa, mutuando a sua volta però espressioni sia al gergo proprio militare sia a quello corrente. [...]
Pretattica l'ho usato in un titolo una quindicina di anni fa... centrocampista l'ho usato su una rivista prima scrivendolo col trattino poi unendolo tutto, adesso lo usano... Ho già detto qualcosa di simile per gli scrittori americani che si servivano dello slang come noi ci serviamo del dialetto: a un certo punto gli imitatori costringevano questi, che avevano iniziato, a esasperare il linguaggio e l'uso di questo linguaggio per non confondersi con gli altri. Allora io ho incominciato un libro di football intitolato Il calcio è geometria e scritto il primo capitolo l'ho riletto, e l'ultimo dei cronisti milanesi si serviva esattamente di tutto quello che io usavo per cui mi sono sentito cadere le braccia e anche i coglioni.
A Brera si devono termini quali cursore, forcing, goleador, libero, melina (preso dal basket), palla gol e rifinitura.
Sull'OUPblog Benjamin Zimmer mette in guardia gli utenti dei programmi di videoscrittura dal Cupertino Effect. In passato alcuni vecchi correttori ortografici contenevano nelle loro liste di parole il termine co-operation ma non cooperation; quando si scriveva cooperation il correttore ortografico lo segnalava come errore e dava come primo suggerimento Cupertino, col risultato di diffondere la località californiana nei contesti più improbabili come documenti dell'Unione europea e dell'ONU. Per quanto i tecnici studino correttori ortografici sempre più precisi (anche contestuali), i cupertinismi si rigenerano, per comparire quando meno te l'aspetti, come quei refusi che si fanno vedere solo quando il libro è sugli scaffali delle librerie.
Qualcosa di simile al Cupertino Effect mi succedeva qualche anno fa quando diligentemente aggiornavo il mio CV: alla parola Mondadori (Bruno) lo spellcheck si fermava e suggeriva Montatori, ben più infido e ironico di cupertino-cooperation. Ora invece, a distanza di qualche anno, lo spellie di Word propone Mondatori, Fondatori e solo terzo Montatori.
Concludo con un trucco per il correttore ortografico di Word che non tutti conoscono: come fare a ricontrollare un documento che è già stato sottoposto a controllo ortografico, e ogni volta che riproviamo ci viene detto "The spelling and grammar check is complete/Controllo ortografia completato"? Così: Strumenti > Opzioni > Ortografia e grammatica > Ricontrolla documento.
Saranno i postumi del convegno di Pisa, ma comincio a vedere e sentire dizionari ovunque, persino nei video musicali. Prima i Nickelback con Rockstar:
'Cause we all just wanna be big rockstars
And live in hilltop houses driving fifteen cars
The girls come easy and the drugs come cheap
We'll all stay skinny 'cause we just won't eat
And we'll hang out in the coolest bars
In the VIP with the movie stars
Every good gold digger's
Gonna wind up there
Every Playboy bunny
With her bleach blond hair
And we'll hide out in the private rooms
With the latest dictionary and today's who's who
They'll get you anything with that evil smile
Everybody's got a drug dealer on speed dial.
dove oltre a prevedibili stereotipi quali auto di lusso, playboy bunnies e droghe, fanno la loro inattesa comparsa i dizionari (conviene guardare il video sul sito del gruppo, perché su YouTube alcune parole sono censurate).
Poi gli italiani The Record's: nel video di Move your little finger dietro la tipa bionda fa mostra di sé (e chissà perché) il Dizionario Treccani in 5 volumi (se volete confrontare le immagini, qui.)
Si è tenuto il 19 e 20 ottobre presso l'Università di Pisa il convegno "La lessicografia in Italia e in Europa", organizzato dal Corso di Laurea Specialistica in Traduzione dei testi letterari e saggistici, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Le due giornate si sono rivelate estremamente interessanti e varie, con relatori prestigiosi e innumerevoli spunti di dibattito e riflessione. Sarebbe operazione impervia riassumere tutto qui, perché ogni intervento meriterebbe un post a parte: come tradurre in parole l'intervento sul "non c'è che traduzione" di Edoardo Sanguineti, o riassumere contributi come quello di John Simpson dell'Oxford English Dictionary? Né è possibile dar adeguato conto delle sinergie prospettate da Alessandro Lenci tra linguistica computazionale e dei corpora e lessicografia o della ricchezza disponibile a tutti della Crusca on-line delineata da Marco Biffi. Non da meno è stato Mario Spoto di Synthema, che ha smitizzato la traduzione automatica, indicandone gli usi e le ineludibili prospettive a una platea (di linguisti, lessicografi, filologi e storici della lingua) dapprima un po' perplessa ma alla fine un po' meno ancorata alle proprie convinzioni.
In questa sede vorremmo soffermarci (alquanto sommariamente) sulla tavola rotonda "I dizionari bilingui e specialistici italiani" presieduta da Stefania Nuccorini e a cui hanno partecipato Giovanni Iamartino (Università degli studi di Milano), Paola di Cataldo (Garzanti Linguistica), Enrico Lanfranchi (Casa editrice Zanichelli), Daria Cavallini (traduttrice), Ilide Carmignani (traduttrice).
Giovanni Iamartino, che si è definito lessicografo e traduttore dilettante senza diletto per via delle molteplici "rogne" con cui ha dovuto linguisticamente cimentarsi, ha evidenziato le difficoltà del lessicografo di affrontare l'anisomorfismo delle lingue, non solo quando la parola non c'è in una delle due lingue, ma anche a livello di registro e stile. Talvolta i dizionari non sono d'aiuto, talaltra non osano. Realia e intraducibili mettono alla prova il lessicografo che a volte si dà per sconfitto: che aiuto può dare una spiegazione di runcible spoon quale "forchetta che serve anche da coltello e cucchiaio (avendo tre grossi rebbi concavi, di cui uno tagliente)"? Non sarebbe meglio proporre una traduzione come "forchetta da sottaceti"?
Daria Cavallini ha sottolineato come negli ultimi vent'anni il lavoro del traduttore sia profondamente cambiato grazie alle tecnologie e come il Web sia diventato imprescindibile, un compagno esperto che affianca (e supera?) il dizionario. Va in ogni caso valutata l'affidabilità delle fonti e il traduttore rimane l'arbitro delle scelte; proprio per l'attenzione alle scelte, il traduttore non lavora con l'orologio (questa affermazione ha seminato perplessità tra il pubblico).
L'intervento di Ilide Carmignani ha preso spunto dal problema del traduttore letterario di affrontare un codice linguistico/stile dell'autore che si differenzia in maniera originale dalla lingua standard e per cui i dizionari possono fare poco; anzi a volte i dizionari sviano con errori: il TAM di spagnolo non riporta il significato di alpiste "mangime per uccelli, scagliola" nella sezione es-it, che però compare nella sezione it-es ; è vero che il dizionario va letto in entrambe le direzioni per avere tutte le informazioni, ma non sempre è di aiuto e anche qui il Web spesso lo supera come informatività.
Paola di Cataldo è approdata alla lessicografia dopo l'esperienza nelle traduzioni. Da traduttrice ha sperimentato le tre frustrazioni dell'utente del dizionario: 1) una parola/espressione non c'è; 2) c'è ma non si trova per colpa della struttura poco chiara del dizionario; 3) c'è ma è tradotta in modo sbagliato. Sulla scorta di questa esperienza ha cercato di dare indicazioni per i dizionari Garzanti, dove la struttura dell'informazione (macro e microstruttura) deve essere chiara e guidare l'utente alla scelta consapevole.
Enrico Lanfranchi ha dissentito dalle proposte di Iamartino: pur nella sua autorevolezza (centinaia di opere in catalogo e diverse decine in uscita), un dizionario Zanichelli non può inventare nulla, il lessicografo è un semplice notaio della lingua. Il dizionario deve mettere il traduttore (o più semplicemente l'utente) nella condizione di avere il maggior numero di informazioni possibili, da qui l'utilità di definizioni enciclopediche come runcible spoon, indicazione di falsi amici, o gli apparati di note grammaticali, d'uso e di civiltà che arricchiscono le voci. I problemi di trattamento delle lingue e le scelte talvolta complesse rappresentano la frustrazione del lessicografo (Iamartino opportunamente chiosa: noi professori e studiosi discutiamo e indichiamo soluzioni, poi finito il convegno ce ne andiamo a cena lasciando ai redattori la patata bollente).
Durante i suoi brevi interventi di commento, Stefania Nuccorini ha rimarcato il problema dell'affidabilità e dell'autorevolezza delle fonti sul Web e ha commentato la tendenza segnalare i falsi amici nel dizionario come rischiosa: il dizionario si sofferma su falsi amici evidenti ma rischia di non sottolineare a dovere falsi amici di livello più alto (la parola kamikaze in inglese e italiano). Noi potremmo postillare: il dizionario mi guardi dai presunti amici, che dai falsi amici mi guardo io.
Com'è tipico delle tavole rotonde, gli argomenti toccati avrebbero meritato maggior approfondimento - l'ora e mezza a disposizione è letteralmente volata. Le due traduttrici hanno parlato del Web, ma i lessicografi non hanno approfondito le implicazioni della rivoluzione digitale per le opere di consultazione (ne avevamo già accennato qui); non si è parlato di dizionari specialistici se non di sfuggita, in relazione ai sistemi legali italiano e tedesco.
Come Flickr ma senza le foto, recita lo slogan di Wordie, sito per amanti delle parole (forse anche un po' malati, verbopatici). E si potrebbe aggiungere: come YouTube ma senza i video, ma solo con l'immaterialità della parola scritta e condivisa grazie al Web 2.0 (Nel blog annesso si legge: Wordie was originally conceived as a joke: all tags, no content). Wordie serve a parlare della lingua (inglese, ovviamente), a mettere in piazza il proprio lemmario e a vedere che cosa dicono gli altri. Ci si iscrive e si creano le proprie liste di parole, parole semplici, difficili, utili o inutili, che si amano, odiano o che vogliano dire qualcosa per noi. Dopodiché si possono vedere quanti e quali altri utenti hanno inserito la stessa parola e se questa è stata commentata con opinioni, citazioni ecc. Si veda per esempio metaphor: risulta nelle liste di 28 utenti, se vogliamo sapere che significa possiamo cliccare sui link a Merriam-Webster, Bartelby, Wikipedia, Google Definitions e diversi altri siti di consultazione; possiamo aggiungere tag, commenti (o abbonarci al feed), e vedere le liste di coloro che l'hanno inclusa nei propri lemmari. Attualmente sono presenti circa 280.000 parole, 94.000 parole uniche, 25.000 citazioni, 9.000 liste, 5.200 wordies.
Utile? Può darsi, forse serve ad arricchire il proprio lessico inglese, ed è piuttosto difficile trovare parole non elencate (però non riesco a trovare phrasal verbs, forse i wordies non li amano o ci sono trucchi per cercarli a me ignoti); con molta ironia la sezione Wordie in the news elenca anche sia i commenti entusiastici sia le stroncature.
Non so se in Italia esista qualcosa del genere, forse sulla scorta di LibraryThing (con risultati non proprio ineccepibili) anche Wordie potrebbe essere localizzato. Per il momento il social networking nostrano è soprattutto questo.
Sarà che le lingue sono come i figli, e si è disposti a essere più indulgenti con quelli degli altri che non con i propri, o che essendo immersi nella propria lingua madre è doloroso accettarne i cambiamenti, abbracciare i neologismi, mentre siamo assolutamente imparziali e scientifici con le lingue altrui (quante volte ho detto dell'inglese: le lingue si evolvono, i cambiamenti, i prestiti, i calchi sono indice di vitalità e innovazione; ah, gli split infinitives...); ecco, sarà per tutte queste ragioni ma ho dichiarato guerra alla parola "proattivo" e ai suoi derivati. Ogni volta che la vedo in un testo tradotto la casso, la sostituisco con un sinonimo, una perifrasi. Che si tratti di calco o traduzione dell'inglese proactive, fino a pochi anni fa i dizionari la traducevano: attivo, intraprendente, fattivo, dinamico. È una lotta disperata, volessi svuotare il Lago d'Orta con un cucchiaino avrei più possibilità di riuscita. La marea, l'ondata, la piena sale inarrestabile incurante dei miei sforzi. Tanto che in un documento di una importante azienda italiana trovo addirittura "proattività".
Ovvio, l"io non lo dico" che talvolta si sente per giustificare una correzione non ha fondamento scientifico, e la scienza della lingua si basa sull'uso e la diffusione di un fenomeno. Per cui i numeri di Google danno ragione ai proattivanti, ma non solo loro: in un dibattito sul forum dell'Accademia della Crusca si cita nientemeno che il settimo volume del Gradit (De Mauro Utet) con le seguenti definizioni: 1 sociol., econ., di azione, comportamento, provvedimento e sim., in grado di prevenire e anticipare le moderne problematiche sociali / tecn., estens., di strumento o mezzo tecnologico, che permette di raggiungere tale scopo 2 (B[asso] U[so]) di qcn., che agisce in anticipo per prevenire futuri problemi, bisogni e cambiamenti. DER. proattivamente., data di attestazione 2001. (La seconda definizione ricorda il Webster: acting in anticipation of future problems, needs, or changes.) Sono abbastanza sicuro che l'utente medio di "proattivo" e derivati non si riconosca del tutto in queste due definizioni, proprio perché essendo parola nuova un po' ha il senso della sua mamma inglese (proactive, ben presente nei dizionari inglesi e attestato fin dagli anni 30 del XX secolo), un po' si sta specializzando in sensi prettamente italiani. Ci si mette pure lo Zingarelli 2007 a contrastare i miei sforzi, che lo include nel lemmario con la definizione: detto di chi (o di ciò che) tende a determinare i cambiamenti piuttosto che ad assecondarli (1994) (questa definizione ricorda quella del New Oxford Dictionary of English: (of a person, policy, or action) creating or controlling a situation by causing something to happen rather than responding to it after it has happened).
Tutto ebbe origine alle medie. In una ricerca di scienze sullo Shuttle ebbi l'ardire di scrivere "l'obbiettivo della missione". La professoressa (di matematica e scienze, si badi bene) non solo corresse ma mi fece scrivere sul quaderno alcune decine volte "obiettivo si scrive con una sola b". Vano fu il mi tentativo di giustificarmi portando a supporto un dizionario. Da allora pro- e retro-attivamente mi batto come un linguistico Don Chisciotte contro mulini a vento a forma di obbiettivi, sé stessi...