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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, la traduzione può essere catalogata secondo due concezioni: business e romantica. Sono due termini impropri e non sempre in contraddizione, e business utilizza l’inglese di cui bisognerebbe fare a meno, ma secondo me sono utili per fotografare la situazione. Molte delle riflessioni che seguono sono state ispirate da una proficua conversazione con Denise Russell, presidente di Language Masters, Inc. e autrice di Turn Your Second Language Into Ca$h. Questo post è piuttosto lungo, ma credo sia interessante per i professionisti del settore.
Descrizioni
La concezione business è tipica delle grandi agenzie di traduzione internazionali, soprattutto di quelle con sede negli Stati Uniti. Secondo questa concezione, l’agenzia di traduzione (uso “agenzia” anche qui in modo improprio; pur senza farsi allettare da sfide nominalistiche sarebbe utile tener conto delle distinzioni fatte da Gianni Davico) è prima di tutto un’azienda, strutturata come qualsiasi altra azienda con responsabili finanziari, commerciali, operativi ecc. È una prospettiva top-down, in quanto il processo è al centro e la qualità del prodotto è una conseguenza della qualità del processo. I processi interni ed esterni sono standardizzati, prevedono procedure per tutte le fasi (gestione, traduzione, editing, proofreading). Per fare alcuni esempi, la standardizzazione del processo riguarda la ricerca dei fornitori, che sono selezionati in base a prerequisiti stabiliti in precedenza e che in molti casi saranno sottoposti a prove. Gli attori coinvolti nelle varie fasi del lavoro, project manager, traduttori, revisori ecc. sono tenuti a seguire istruzioni e checklist. Il revisore, per esempio, dovrà attenersi a una scaletta delle cose da controllare, partendo da verifiche puramente formali (è stato tradotto tutto? ci sono errori di battitura?) a controlli più linguistici (ci sono errori di traduzione? è stata mantenuta la coerenza terminologica e stilistica?). Si consideri per esempio il QA Model della Localization Industry Standard Association che comprende, tra le altre cose:
An extensive list of GILT error categories, and severity levels and weights. Predefined metrics to define PASS/FAIL. List of tasks that are performed by testers/translators/reviewers on localization projects. User-definable and extensible error categories, severity levels, severity level, weights, tasks, etc. Metrics to measure/compare the performance of individual vendors. Objective measures of error severity can automatically trigger appropriate business decisions.
Il lavoro di traduzione è misurato e oggettivizzato, vengono utilizzate le memorie di traduzione e tutte le parole hanno lo stesso peso traduttivo ma non hanno lo stesso peso nei conteggi: frasi già tradotte non verranno più pagate a meno che non ne sia richiesta la revisione.
Per la concezione romantica, il prodotto traduzione è al centro del lavoro dell’agenzia, e tutto il resto (gestione, marketing ecc.) viene costruito a partire da esso. È una prospettiva bottom-up, il traduttore è l’attore protagonista e viene scelto in base a capacità, talvolta prove, ma anche per conoscenza o su suggerimento di qualcuno. In molti casi il traduttore è responsabile della qualità del lavoro, che non necessariamente sarà rivisto, in quanto l’agenzia tende a fidarsi delle sue capacità e della sua esperienza, e il fatto che usi un CAT o meno può essere una sua scelta. La traduzione è un prodotto di abilità e genio, e nasce dalla conoscenza delle lingue e degli argomenti. La revisione si basa a volte su impressioni (questa frase non mi piace, il testo non è scorrevole) più che su criteri oggettivi di valutazione. I conteggi sono spesso a cartella di arrivo, quindi si sa da dove si parte ma non si sa dove si arriva.
Criticità & paradossi
Si dirà che ho citato un ente di standardizzazione per la localizzazione e non per la traduzione, ma è proprio nella localizzazione che avviene l’incontro (o scontro) delle due concezioni. La localizzazione rappresenta ormai una quota non trascurabile del mercato delle traduzioni e il romantico che entra in questo ambito deve modificare le proprie prospettive. Ma anche le agenzie americane che non si occupano preminentemente di localizzazione applicano questo modo di operare, come nel caso di Language Masters, perché la mentalità prescinde dalla specificità del prodotto e perché traducendo molto spesso in lingue che non sono l’inglese i multilanguage vendor devono garantire la stessa qualità a prescindere dalla combinazione linguistica.
Un punto dolentissimo della professione del traduttore che viene dibattuto a non finire su mailing list e blog è la remunerazione del lavoro. I traduttori spesso sono partecipi della concezione romantica, e chi comincia a fare il traduttore si vede quasi sempre come un artigiano della parola, un demiurgo che traspone un messaggio nella propria lingua, che media attraverso le culture, e vede etimologicamente se stesso come un poeta, (dal lat. poēta(m), dal gr. poiētēs, der. di poiéō “faccio, produco”) e non come un traduttore (der. di tradurre, cfr. sup. lat. traductum, con -ore, cfr. lat. traductor “chi consegna”; dal dizionario De Mauro). Essi fanno un lavoro che amano e che si ripaga con il prestigio, a volte sono disponibili a farlo addirittura gratis se vedono il loro nome pubblicato. Certi editori e certe agenzie lo sanno e a volte ne approfittano. Ma dato che carmina non dant panem la disillusione arriva presto e non è raro che si passino nottate a tradurre manuali di saldatrici per pochi spiccioli.
Nella concezione business, se da un lato con CAT e ripetizioni si impongono sconti e si considera la traduzione alla stregua di qualsiasi tipo di produzione, dall’altro ha luogo la demistificazione della missione del traduttore: è un professionista come un altro e viene pagato per la quantità e per la qualità del lavoro. Eppoi il professionista è fallibile: la revisione viene fatta sul testo prodotto, che certo può contenere errori (ovviamente non oltre una certa soglia) e il giudizio è sul merito della traduzione e non sulla persona del traduttore. Mentre può capitare nella concezione romantica che il giudizio sulla traduzione si trasformi in un giudizio sulla persona.
Va detto che procedure standard troppo rigide possono essere spersonalizzanti e provocare una sorta di estraniamento dei partecipanti nei confronti del lavoro, mentre un coinvolgimento dei traduttori spesso dà ottimi risultati. Inoltre le procedure hanno la memoria corta: se per anni un traduttore ha lavorato bene con un’agenzia, al primo errore grave corre il rischio di essere estromesso dal gruppo dei fornitori. I romantici si affezionano ai propri traduttori e a volte perdonano gli errori.
Una possibile sintesi
Grandi progetti richiedono professionalizzazione, organizzazione e visione. La mancanza di procedure chiare e standard può provocare ritardi, errori, incertezze e perdite economiche. Gli stessi traduttori (soprattutto tecnici, ma non solo) dovrebbero uscire dalla mistica della missione ed entrare più nella logica del rapporto fornitore-cliente. Però si lavora con persone e non con procedure, si consegnano messaggi per la comunicazione e non solo prodotti. E anche se un po’ mi fanno arrabbiare certe risposte sulle mailing list (Come si lavora con questa agenzia? Risposta: sono puntuali nei pagamenti, sono simpatici... e professionali, quasi che la simpatia sia una condizione più importante della professionalità), abbandonare tutto il romanticismo fa perdere gran parte del bello di questo mestiere.
