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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
In un post su Language Log del 18 agosto Arnold Zwicky commenta un caso di etica citando una lettera apparsa sul New York Times Magazine: rispondendo a una traduttrice che ha scoperto che il testo che sta traducendo è in parte copiato da una pubblicazione precedente, Randy Cohen nella sua rubrica The Ethicist sostiene che tutti coloro che sono coinvolti nel processo di pubblicazione devono segnalare gli errori trovati nel testo, siano questi questioni etiche (brani copiati o fonti non citate), utilizzi impropri o veri e propri errori.
Zwicky sostiene, trovandomi d’accordo, che non è per niente facile definire un errore. Ovviamente ci sono errori evidenti quali errori di battitura, parole mancanti nel testo, errori di copia e incolla ecc., ma c’è un’area grigia che include:
matters on which there are house styles, different styles for different houses, and also "usages people keep telling you are wrong but which are actually standard in English".
(si veda l’interessante pagina di Paul Brian sui non errori in inglese).
Il redattore o il correttore di bozze si trova talvolta di fronte situazioni non facili da risolvere. Ecco due casi tipici.
Il vostro cliente, il responsabile della documentazione di un’importante azienda automobilistica, ha rivisto un testo in più lingue da voi preparato e corregge l’inglese “its function” con “it’s function”. Si tratta di un errore palese, ma il responsabile della documentazione – non inglese – è intervenuto appositamente perché è convinto la sua sia la forma giusta.
Correggendo le bozze dell’articolo di un ricercatore universitario notate che scrive sempre XIII°. Tutte le fonti a vostra disposizione confermano che agli ordinali che si rappresentano con numero romano non si aggiunge il “°”.
In entrambi i casi gli errori sono evidenti, ma non altrettanto evidente è il modo in cui correggerli, e se comunicare al cliente che si tratta di errori. Nel caso 1 il cliente è intervenuto appositamente, modificando una parola giusta, e può essere inutile citare dizionari e grammatiche per fargli cambiare idea o dire che la traduzione è stata fatta da un madrelingua. Lui ha sempre scritto così e anche se tu sei il traduttore, lui in ultima analisi è il proprietario della documentazione e scrive quello che vuole. Per evitare di lasciare un errore nel testo può essere sensato proporre un’espressione alternativa, per esempio “the function of the device”.
Nel caso 2 il tipo di comunicazione dipende dall’interlocutore. Alcuni ricercatori sono disposti a considerare correzioni giustificate (citando le fonti della correzione) altri invece preferiscono mantenere il proprio stile e le proprie preferenze, indipendentemente dall’uso corrente.
In entrambi casi eviterei di eseguire la correzione senza interpellare prima l’autore del testo.
L’area grigia del tipo di errori spesso sconfina nelle sabbie mobili del rapporto con l’autore o con il cliente.
