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mercoledì, 20 febbraio 2008
Lingua figlia

Arrivo un po' tardi sull'argomento, ma magari questo ritardo dà l'impressione di una lunga e sofferta riflessione. Un paio di settimane fa Repubblica pubblica un articolo di Michele Smargiassi dal titolo Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere. L'articolo suscita confronti e dibattiti su varie mailing list di traduttori, e su Proz interviene lo stesso Smargiassi. Un po' ovunque gli interventi si concentrano sulla cattiva qualità della scrittura, si aggiunge un pizzico di sfascio linguistico/lessicale e si sforna la lamentazione di quanto poco leggono gli italiani, soprattutto quegli italiani che dovrebbero scrivere. Smargiassi su Proz è gentile, tanto più gentile a intervenire nella discussione che accusa anche i giornalisti dello rovina del nostro amatissimo idioma, ma ha la colpa imperdonabile in un forum di traduttori di fare alcuni errori, specialmente di battitura. Nella foga di puntare il dito contro l'approssimazione del giornalista, la persona che ha rilevato gli errori incappa in una serie di strafalcioni non male. (Che non riporto qui, per cui chi ha tempo e voglia si legga l'intiero dibattito prozesco.)

In parole povere i temi sono: i giovani laureati non sanno scrivere, perché non leggono, perché la scuola non insegna loro a scrivere (e a leggere), perché il livello dell'istruzione si è abbassato, perché scrivono come parlano, perché ormai i giovani scrivono solo sms o chattano, e allora come fidarsi di un medico/ingegnere/avvocato/insegnante con queste lacune? E i politici che fanno? E la deriva anglicizzante dell'italiano? La nostra lingua già sta poco bene, se poi non sappiamo scriverla/parlarla/leggerla le assestiamo il colpo di grazia.

Vorrei proporre una tesi un po' controcorrente: non sono d'accordo. O meglio, sono d'accordo che alcuni scrivano male, ma non si scrive in italiano peggio che in passato.

Innanzitutto, non si è mai scritto tanto quanto in questo periodo, dagli sms alle mail, ai blog degli adolescenti fino a tutte le occasioni che conosciamo, c'è un boom della parola scritta, parola che si piega e deforma - si "oralizza" - per l'esigenza del mezzo.

Dicendo che i giovani di oggi non sanno scrivere si sottintende che in passato si sapeva scrivere meglio; inoltre qualcuno sostiene che in passato l'italiano era più bello, musicale perché non imbastardito dagli anglicismi. Qui il discorso si allarga a scuola, alla definizione di "saper scrivere" e alla storia della lingua.

Nella vostra esperienza scolastica, quanti nella vostra classe "sapevano scrivere"? Quanti facevano temi "decenti" (a parte voi stessi, ovvio)? Una volta arrivati all'università 10-20-30 anni fa non vi è forse stato detto che all'università non si scrive fino alla laurea? Possiamo attribuire ai laureati di oggi le colpe di tutti i documenti e le pubblicazioni in genere scritti in maniera approssimativa? E cosa significa "saper scrivere?"

Possiamo dare due significati di saper scrivere, uno di base, minimale: non fare errori di grammatica (qualsiasi cosa questo voglia dire); e un significato più alto: scrivere testi corretti, articolati e strutturati per gli scopi a cui sono destinati. Viene naturale pensare che chi esce dalle medie - se non dalle elementari - debba aver superato il primo livello, chi esce dalle superiori il secondo livello. Se non è così, è colpa della scuola, si dice.

Chi ha colpa nella scuola? Alle superiori gli insegnanti si lamentano del livello degli studenti che arrivano dalle medie, all'università i docenti criticano il livello di preparazione degli studenti delle superiori. Docenti universitari e insegnanti mi dicono quasi all'unisono: è aumentata la forchetta tra bravi e scarsi, i bravi sono veramente bravi, gli scarsi quasi irrecuperabili. Sta sparendo lo studente che stava in un aurea mediocrità, non fenomenale ma che se la cavava. Le colpe sono variamente attribuite, scarso filtro in ingresso (ma nell'istruzione dell'obbligo non si può), limitata selezione in uscita. Alle medie non si boccia, poi tutti vogliono fare il liceo con conseguente abbassamento del livello medio; all'università (almeno in alcune facoltà) non si boccia per non perdere i finanziamenti basati sul numero di iscritti. Quegli stessi docenti che si lamentano degli studenti poi non li bocciano (ho un ricordo di un docente di letteratura italiana che bocciò una mia amica perché non aveva un accento italiano corretto; ho ricordi di promozioni clamorose). Infine (ma forse in cima a tutto) ci sono le famiglie che sempre meno accettano valutazioni negative, e che considerano un affronto un giudizio che sconsigli il liceo (o l'università).

Impoverimento e degrado della lingua italiana. In occasione della tavola rotonda AITI (di cui ho parlato qui), un traduttore straniero si lamentava delle parole inglesi e ha detto: la lingua italiana non è più musicale com'era una volta, ci vorrebbe un ente che normi la lingua. Io ho risposto che non non mi piacerebbe vivere in un paese dove ci fosse un tale ente e ho avuto scarsissima solidarietà dalla platea. I traduttori, che con la lingua ci lavorano, sentono l'esigenza di qualcuno che dica loro come scrivere, che indichi uno standard. (Mentre scrivo mi chiedo che cosa intendesse per musicalità e quale sia il campione della dolce lingua: Montale, D'Annunzio, Leopardi, Alfieri, Tasso,Guininzelli , Jacopo da Lentini?) Ma ho sempre più sovente l'impressione che sia il traduttore stesso a ergersi a metro del giudizio linguistico. Ci sono domande che andrebbero fatte a un qualsiasi professionista ma che fatte ai traduttori rischiano di dare risposte che fanno un po' temere: quanti possiedono una grammatica non scolastica? Quanti possiedono un dizionario di italiano pubblicato negli ultimi 10 anni? Chi invoca una norma talvolta non fa la fatica, o non ha la capacità, voglia e soprattutto umiltà di cercare su opere di consultazione. Personalmente non vorrei un'accademia della lingua italiana, ma ho una devozione critica per grammatiche e dizionari. La lingua con cui lavoriamo non è lingua madre, ma lingua figlia, perché la creiamo mentre lavoriamo, è un nostra creatura, e così come non cerchiamo su un libro la soluzione a un problema con un figlio, non vogliamo cercare su un libro ciò che è giusto o anche solo accettabile per la nostra lingua.

La persona che criticava gli errori di Smargiassi su Proz citava Tullio De Mauro affermando:

Fatt’è che perfino Tullio de Mauro, nell’articolo proposto da x, afferma che gli anglismi "spesseggiano" nelle pubblicità dei computer. Verbo spesseggiare? No, non gli scriverò tutta scandalizzata, mi rassegno all’idea che inventare termini nuovi sia una moda che esercita un grande fascino.

Avesse aperto un qualsiasi dizionario avrebbe scoperto che "spesseggiare" è attestato a partire al 1292.

Postato da: nicpoeta, 20/02/2008 21:12 | link | commenti (3)
semanticamente, intraduzioni


Commenti
#1   20 Febbraio 2008 - 23:08
 
L'urgenza a commentare un po' ovunque l'articolo di Smargiassi è stata inferiore, ma simile a quella prodotta dall'ormai notorio esame per magistrati.

Su una cosa concordo: ormai scrivono tutti.

Posso essere accusato anch'io della stessa colpa, malgrado abbia pubblicato in tempi, come si diceva un tempo, decisamente non sospetti, tant'è che in tanti anni ho venduto meno della metà delle copie prodotte.

Quest'ansia da scrittura è figlia della dematerializzazione del lavoro ed è veicolo di ambizioni senza precedenti.

La cosa che trovo curiosa è che non si legge di più, anzi, e la distanza, tra i primi dieci nelle graduatorie di vendita e gli altri è terrificante. Testimonia, forse, il potere del marketing e della concentrazione delle risorse: i primi cinque editori italiani fanno tutti capo alla stessa proprietà, che controlla le televisioni, la pubblicità, e diversi giornali.

Inoltre, la percentuale di traduzioni è aumentata a dismisura: è più conveniente e sicuro puntare sugli scrittori stranieri che su quelli italiani, sono di più e si propongono meglio.

Tempo fa ho proposto di citare cinque titoli di autori italiani degli ultimi due anni, ammettendo io stesso che non ne sarei stato capace, venendomi in mente sempre gli stessi nomi.

Aggiungo, per finire, che ho letto tanta, tantissima narrativa ai tempi di scuola e che adesso leggo, e scrivo, per lavoro, e forse questo mi è d'aiuto, ma se penso ai traduttori che potrebbe capitare di leggere a mia figlia, rabbrividisco: quello che si vede su ProZ, a più riprese, e non solo in occasioni come quella citata, fa venire voglia di mettersi a urlare.

Smargiassi diceva, fondamentalmente, che quelli che dovrebbero leggere e continuare a farlo, per studio e per lavoro, prima ancora che per piacere, non lo fanno, e in fondo ha centrato il problema.

Cercare poi, tra i traduttori, conforto in questo è un po' maramaldeggiare. Quando penso che, a XXI secolo ampiamente iniziato, c'è ancora chi promuove barriere protezionistiche o parla di educare il cliente, non mi rimane che sperare di riuscire, per quel che posso, a limitare i danni.


Luigi Muzii
utente anonimo

#2   06 Marzo 2008 - 13:26
 
Ero intervenuta anch'io in quella discussione, anzi sono stata la prima a intervenire, criticando molto duramente l'autore non per gli errori, ma per le sue invenzioni lessicali itanglish a mio parere più che discutibili...mi fa piacere che tu non ti riferisca a me in questo post, ché sinceramente anche secondo me far notare gli errorini e i refusi lascia un po' il tempo che trova. Però quello che non sopporto è che i giornalisti tirino il sasso e nascondano la mano, sulla loro responsabilità di educazione-diseducazione linguistica. Cosa che in qualche modo lo stesso Smargiassi ha riconosciuto, e la cosa va indubbiamente a suo merito. Ancora di più ci sarebbe andata se l'avesse riconosciuto anche nell'articolo. Ciao, F.
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#3   06 Marzo 2008 - 13:29
 
E un'altra cosa: secondo me l'ente che norma la lingua oggi in Italia c'è eccome, ma è occulto. Si chiama, per l'appunto, business.
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