poeta.selvaggio(at)gmail.com
About Translation
Blogos
bulbulovo
Fablog
Gruppo L10N (feed)
Il barbaro
Il quaderno dei vocaboli
Language Hat
Language Log
Naked Translations
Postillario
separated by a common language
Taccuino di traduzione
The Language Guy
The Lexicographer's Rules
Translate This!
trapra
Wordlustitude
muzii in Delusione Amy
muzii in Perché (non) pagare...
muzii in Convegno AITI, appun...
utente anonimo in Perché (non) pagare...
utente anonimo in Perché (non) pagare...
muzii in Perché (non) pagare...
muzii in Convegno AITI, appun...
nicpoeta in Convegno AITI, appun...
BebaManno in Convegno AITI, appun...
muzii in Prima fichi poi maia...
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
visitato *loading* volte
La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Arrivo un po' tardi sull'argomento, ma magari questo ritardo dà l'impressione di una lunga e sofferta riflessione. Un paio di settimane fa Repubblica pubblica un articolo di Michele Smargiassi dal titolo Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere. L'articolo suscita confronti e dibattiti su varie mailing list di traduttori, e su Proz interviene lo stesso Smargiassi. Un po' ovunque gli interventi si concentrano sulla cattiva qualità della scrittura, si aggiunge un pizzico di sfascio linguistico/lessicale e si sforna la lamentazione di quanto poco leggono gli italiani, soprattutto quegli italiani che dovrebbero scrivere. Smargiassi su Proz è gentile, tanto più gentile a intervenire nella discussione che accusa anche i giornalisti dello rovina del nostro amatissimo idioma, ma ha la colpa imperdonabile in un forum di traduttori di fare alcuni errori, specialmente di battitura. Nella foga di puntare il dito contro l'approssimazione del giornalista, la persona che ha rilevato gli errori incappa in una serie di strafalcioni non male. (Che non riporto qui, per cui chi ha tempo e voglia si legga l'intiero dibattito prozesco.)
In parole povere i temi sono: i giovani laureati non sanno scrivere, perché non leggono, perché la scuola non insegna loro a scrivere (e a leggere), perché il livello dell'istruzione si è abbassato, perché scrivono come parlano, perché ormai i giovani scrivono solo sms o chattano, e allora come fidarsi di un medico/ingegnere/avvocato/insegnante con queste lacune? E i politici che fanno? E la deriva anglicizzante dell'italiano? La nostra lingua già sta poco bene, se poi non sappiamo scriverla/parlarla/leggerla le assestiamo il colpo di grazia.
Vorrei proporre una tesi un po' controcorrente: non sono d'accordo. O meglio, sono d'accordo che alcuni scrivano male, ma non si scrive in italiano peggio che in passato.
Innanzitutto, non si è mai scritto tanto quanto in questo periodo, dagli sms alle mail, ai blog degli adolescenti fino a tutte le occasioni che conosciamo, c'è un boom della parola scritta, parola che si piega e deforma - si "oralizza" - per l'esigenza del mezzo.
Dicendo che i giovani di oggi non sanno scrivere si sottintende che in passato si sapeva scrivere meglio; inoltre qualcuno sostiene che in passato l'italiano era più bello, musicale perché non imbastardito dagli anglicismi. Qui il discorso si allarga a scuola, alla definizione di "saper scrivere" e alla storia della lingua.
Nella vostra esperienza scolastica, quanti nella vostra classe "sapevano scrivere"? Quanti facevano temi "decenti" (a parte voi stessi, ovvio)? Una volta arrivati all'università 10-20-30 anni fa non vi è forse stato detto che all'università non si scrive fino alla laurea? Possiamo attribuire ai laureati di oggi le colpe di tutti i documenti e le pubblicazioni in genere scritti in maniera approssimativa? E cosa significa "saper scrivere?"
Possiamo dare due significati di saper scrivere, uno di base, minimale: non fare errori di grammatica (qualsiasi cosa questo voglia dire); e un significato più alto: scrivere testi corretti, articolati e strutturati per gli scopi a cui sono destinati. Viene naturale pensare che chi esce dalle medie - se non dalle elementari - debba aver superato il primo livello, chi esce dalle superiori il secondo livello. Se non è così, è colpa della scuola, si dice.
Chi ha colpa nella scuola? Alle superiori gli insegnanti si lamentano del livello degli studenti che arrivano dalle medie, all'università i docenti criticano il livello di preparazione degli studenti delle superiori. Docenti universitari e insegnanti mi dicono quasi all'unisono: è aumentata la forchetta tra bravi e scarsi, i bravi sono veramente bravi, gli scarsi quasi irrecuperabili. Sta sparendo lo studente che stava in un aurea mediocrità, non fenomenale ma che se la cavava. Le colpe sono variamente attribuite, scarso filtro in ingresso (ma nell'istruzione dell'obbligo non si può), limitata selezione in uscita. Alle medie non si boccia, poi tutti vogliono fare il liceo con conseguente abbassamento del livello medio; all'università (almeno in alcune facoltà) non si boccia per non perdere i finanziamenti basati sul numero di iscritti. Quegli stessi docenti che si lamentano degli studenti poi non li bocciano (ho un ricordo di un docente di letteratura italiana che bocciò una mia amica perché non aveva un accento italiano corretto; ho ricordi di promozioni clamorose). Infine (ma forse in cima a tutto) ci sono le famiglie che sempre meno accettano valutazioni negative, e che considerano un affronto un giudizio che sconsigli il liceo (o l'università).
Impoverimento e degrado della lingua italiana. In occasione della tavola rotonda AITI (di cui ho parlato qui), un traduttore straniero si lamentava delle parole inglesi e ha detto: la lingua italiana non è più musicale com'era una volta, ci vorrebbe un ente che normi la lingua. Io ho risposto che non non mi piacerebbe vivere in un paese dove ci fosse un tale ente e ho avuto scarsissima solidarietà dalla platea. I traduttori, che con la lingua ci lavorano, sentono l'esigenza di qualcuno che dica loro come scrivere, che indichi uno standard. (Mentre scrivo mi chiedo che cosa intendesse per musicalità e quale sia il campione della dolce lingua: Montale, D'Annunzio, Leopardi, Alfieri, Tasso,Guininzelli , Jacopo da Lentini?) Ma ho sempre più sovente l'impressione che sia il traduttore stesso a ergersi a metro del giudizio linguistico. Ci sono domande che andrebbero fatte a un qualsiasi professionista ma che fatte ai traduttori rischiano di dare risposte che fanno un po' temere: quanti possiedono una grammatica non scolastica? Quanti possiedono un dizionario di italiano pubblicato negli ultimi 10 anni? Chi invoca una norma talvolta non fa la fatica, o non ha la capacità, voglia e soprattutto umiltà di cercare su opere di consultazione. Personalmente non vorrei un'accademia della lingua italiana, ma ho una devozione critica per grammatiche e dizionari. La lingua con cui lavoriamo non è lingua madre, ma lingua figlia, perché la creiamo mentre lavoriamo, è un nostra creatura, e così come non cerchiamo su un libro la soluzione a un problema con un figlio, non vogliamo cercare su un libro ciò che è giusto o anche solo accettabile per la nostra lingua.
La persona che criticava gli errori di Smargiassi su Proz citava Tullio De Mauro affermando:
Fatt’è che perfino Tullio de Mauro, nell’articolo proposto da x, afferma che gli anglismi "spesseggiano" nelle pubblicità dei computer. Verbo spesseggiare? No, non gli scriverò tutta scandalizzata, mi rassegno all’idea che inventare termini nuovi sia una moda che esercita un grande fascino.
Avesse aperto un qualsiasi dizionario avrebbe scoperto che "spesseggiare" è attestato a partire al 1292.
