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domenica, 27 gennaio 2008
Le tre competenze del traduttore

Sabato 26 gennaio l'AITI Piemonte - Valle d'Aosta ha organizzato una tavola rotonda sull'evoluzione della traduzione vista dagli addetti ai lavori. Traduttori e agenzie si sono scambiati pareri e punti di vista su strumenti, aspettative e tariffe. Ottima l'affluenza dei traduttori, con unico neo: diverse agenzie hanno dato forfait all'ultimo minuto. Erano presenti Novilinguists, Dialogue International, Language Point e Tesi & testi. Riporto il mio secondo breve intervento, estemporaneo e non preparato, come si noterà.

Si è parlato di CAT, degli sconti che spesso ci vengono richiesti per l'uso di questi strumenti. Qualcuno ha accennato prima alla traduzione automatica, perché ormai può succedere che ai traduttori venga richiesto di fare il post-editing di testi tradotti automaticamente. In un contesto in così rapido mutamento, come deve comportarsi il traduttore tecnico? Mi sembra questa la domanda centrale della giornata.

Riprendo un'immagine* che trovo utile. Immaginate tutta la documentazione di una azienda multinazionale come una piramide. Alla base della piramide c'è la documentazione quotidiana, l'enorme scambio di informazioni tra i dipendenti quali e-mail, documenti standard ecc. Per questa, la traduzione automatica avrà sempre più importanza, perché spesso serve una traduzione di massima: se ricevo una mail in cinese da un mio collega di Pechino, un buon strumento di traduzione automatica può darmi una prima idea del significato. Non ha senso per un traduttore professionista puntare su questo tipo di lavoro, perché è poco specializzante e si troverà sempre qualcuno che lo può fare a meno.

Il secondo livello della piramide è rappresentato dalla documentazione interna di qualità: documenti sulla qualità, newsletter, linee guida per le spese ecc. Qui il traduttore diventa importante. Abbiamo poi il livello della documentazione che va verso l'esterno. Più in basso la documentazione tecnica come i manuali: i CAT sono fondamentali per la mantenere la coerenza, perché spesso viene chiesto un aggiornamento e non una traduzione intera; talvolta i manuali vengono pagati poco e non sempre è richiesta una qualità eccelsa, soprattutto per la documentazione per tecnici (ci sono ovviamente eccezioni, e certi manuali sono anche documenti di marketing).

Verso l'apice troviamo la comunicazione vera e propria: marketing e pubblicità. A mio avviso il traduttore deve salire i gradini della piramide e tendere il più possibile alla specializzazione. Non possono esistere traduttori che sanno fare tutto.

Secondo me sono tre le competenze che un traduttore professionista deve avere. Prima, la competenza linguistica. Deve essere specializzato (o tendere alla specializzazione al suo ingresso nella professione), e ovviamente conoscere bene la lingua di partenza e alla perfezione la lingua di arrivo, la sua lingua madre.

Seconda, la competenza tecnica. Bit literacy certo, ma soprattutto conoscenza dei CAT e disponibilità ad apprendere i vari strumenti che sono richiesti. Per esempio, non devo essere io a spiegare come scaricare un file da un sito FTP.

Terza, la competenza amministrativa. Il traduttore deve essere un professionista in grado di gestire il processo di lavoro e i suoi aspetti burocratici come fatturazione ecc. Non deve capitare che un traduttore si presenti chiedendo di controllare un lavoro di due anni fa perché non ha mai fatturato. Così come deve dare il giusto spazio al marketing e alla comunicazione delle proprie conoscenze.

Mi piace immaginare queste competenze come tre cerchi concentrici il cui nucleo è composto dalla conoscenza linguistica per arrivare al cerchio più esterno della competenza amministrativa.

*Che devo a Mario Spoto e che ho leggermente modificato.

Postato da: nicpoeta, 27/01/2008 19:24 | link | commenti (4)
intraduzioni


Commenti
#1   28 Gennaio 2008 - 08:44
 
N&S, grazie per questo post informativo, che mi ha dato un'idea della situazione italiana. Tutto il mondo è paese, è la mia conclusione. Sono d'accordo nell'affermare che il traduttore debba essere un professionista, con ottime conoscenze linguistiche, specializzazione ecc... Ma allora deve essere anche remunerato come un professionista e non come una casalinga con l'hobby della traduzione, giusto? Lo sviluppo di certe competenze e conoscenze richiede un investimento. Isa

Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente BebaManno

#2   28 Gennaio 2008 - 09:22
 
Ho saputo della tavola rotonda dopo esser andato via da Torino, una decina di giorni prima. Spero che, nel frattempo, ne abbiano avuto notizia studenti e università perché la lagnanza che raccolgo più spesso riguarda preparazione e formazione dei giovani. Non mi sorprende, però, che in tanti abbiano dato forfait all’ultimo minuto: il comportamento di tanti in questo settore e, ahimè, nel nostro Paese, è improntato al mugugno e alla chiacchiera, meno all’operatività. Questo tipo di eventi, inoltre, è soggetto a una volatilità, e oserei dire anche a una vacuità, difficili da eliminare. Si tende cioè a parlarsi addosso, a commiserarsi e a consolarsi vicendevolmente: “signora mia, non ci sono più le agenzie di volta”; “come ha ragione! Pensi che le mie tariffe sono invariate da dieci anni!” E le competenze? (la domanda-commento è mia).
Dissento, ad ogni modo, dall’elenco di competenze formulato nell’intervento, anche se apprezzo che sia “estemporaneo e non preparato” perché vuol dire che non era inteso a blandire la platea, altro difetto italiota e di settore molto ma molto comune e malamente improduttivo. Mario Spoto (tanto per non fare nomi) è uno dei tanti che mi rimprovera di essere affatto prudente e di attirarmi per questo più antipatie e disapprovazione di quante, in realtà, secondo lui, meriterei. Ma siccome sono cresciuto al motto (forse sabaudo?) di “tanti nemici, tanta gloria”, come diceva qualcuno di cui non ho mai avuto alcuna stima, storica, ancor prima che politica, me ne frego.
Secondo me, le competenze linguistiche, così come mi pare di aver inteso si intendano, sono secondarie. Al primo posto metto quelle autorali, “francobollate”, per usare un’espressione calcistica coniata, credo, da Carosio se non da Brera, da quelle traduttive. Entrambe si possono sviluppare e spetta alla scuola (le seconde, magari, con Cesare, Cicerone, Tacito) e all’università farlo. Leggo troppi testi, non solo di studenti, mal scritti, sciatti, caratterizzati soprattutto da pigrizia intellettuale. Dopo queste due competenze critiche metto quelle gestionali: conosco tanti, troppi “professionisti” incapaci di gestire il proprio tempo e di condurre anche il più semplice progettino. Le competenze linguistiche, quindi, arrivano buone quarte, anche perché spesso è su queste che si “scannano” anche i migliori al grido di “io sono più bravo di te” (vezzo, peraltro, tipico di certi revisori privi di etica). Ecco, l’etica, dove la mettiamo l’etica professionale? Quella non si impara a scuola o all’università, eppure, malgrado i codici deontologici e le regole di condotta e chi più ne ha più ne metta, ogni giorno esce fuori qualche “professionista” con la sua brava patacca. Solo per ultimo, e so che può sembrare strano, metto le competenze tecnologiche. La ragione è semplice: cambiano, sempre più rapidamente e non possono quindi essere determinanti, mentre bisogna puntare su quelle di lunga durata. Tra i “professionisti” da anni sento emergere con forza la richiesta di corsi di alfabetizzazione tecnologica. Ma chi insegna al falegname a usare la sega? Se trattasi di sega a nastro a controllo elettronico, probabilmente è il produttore che organizza, magari a pagamento, l’addestramento (è addestramento, non fomazione). Perché allora i “professionisti” devono nutrire la pretesa che sia offerto, possibilmente gratis, dai colleghi più esperti o dalle associazioni di categoria?
Infine, la rappresentazione delle competenze. Anche su questo non sono d’accordo: la competenza è un grande insieme che contiene altri sottinsiemi che possono avere punti di contatto, raramente di intersezione, ma che non possono espandersi indipendentemente, pena la sovrapposizione tra di essi e con l’insieme principale.

Luigi Muzii
utente anonimo

#3   29 Gennaio 2008 - 21:07
 
Isabella: hai ragione, per molti è un hobby che si può fare anche senza guadagnarsi da vivere (le famose traduttrici-insegnanti di cucina). Cristina Caimotto paragonava i traduttori hobbisti agli attori e ai pittori "amatoriali", molto spesso disponibili a lavorare gratis. Ecco, mi piacerebbe avere una casella "hobbista" nel database. A volte noi distinguiamo - per lo più per i madrelingua stranieri in Italia- tra "traduttore" e "chi fa traduzioni".
Luigi: quello che abbiamo cercato di fare non è stato dire "noi facciamo questo, quanto siamo bravi a far così", ma porre questioni concrete (cosa leggo nel CV?, dove finisce il lavoro del traduttore che fa traduzioni di marketing, quanto riscrive? cosa non voglio che faccia un traduttore?), e molti ci hanno ringraziato per la concretezza. La mia descrizione delle competenze era volutamente semplificata e "grafica" con l'intento di farmi capire nei pochi secondi a disposizione (la semplificazione aveva anche lo scopo di essere costruttivamente contestata). Ovvio, l'etica è importante, come il prerequisito della curiosità per il mondo. Per me poi la competenza linguistica comprende che le capacità autoriali e traduttive, ma un eccessivo nominalismo non giova alla causa.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente nicpoeta

#4   04 Febbraio 2008 - 09:48
 
Dato che Nicola mi ha gentilmente citata, vorrei spiegare meglio il concetto di traduttore amatoriale (e ricordiamo che un amatore è colui che _ama_ qualcosa e non per forza lo fa male, semplicemente non lo fa per vivere e nella maggior parte dei casi non offre un servizio pari a quello di un professionista).
L'idea è nata da una conversazione con Marina Karam e Luisa Doplicher a Urbino, in occasione delle Giornate della Traduzione Letteraria. Come spesso fanno i traduttori quando si incontrano, tra una crescia e l'altra in un bar affacciato sul Palazzo Ducale ci consolavamo a vicenda degli abituali compensi di altri professionisti come medici, avvocati, notai ecc. e di lì tutti i discorsi che tutti conosciamo molto bene: "ci vorrebbe un albo" "no, è colpa di chi fa dumping" "e perché un avvocato non fa dumping?" ecc. ecc. A furia di riflettere e discutere siamo giunte alla conclusione che ho cercato di riportare all'incontro aiti: quello del traduttore è un lavoro in parte artistico e artigianale, di conseguenza esiste chi lo fa a livello amatoriale. A differenza però del caso dell'attore, del pittore, dell'artigiano, il cliente finale ha più difficoltà quando si trova a valutare la qualità del lavoro svolto e spesso non sa bene su quali basi selezionare la persona a cui affiderà il lavoro. Credo si tratti un concetto fondamentale per tutti quelli che lavorano nel campo delle traduzioni. Da un lato non dobbiamo preoccuparci degli amatori così come gli attori di Zelig non si preoccupano degli attori amatoriali che lavorano gratuitamente in mille piccoli circoli di cabaret d'Italia. Dall'altro lato dobbiamo impegnarci a far capire al cliente la differenza. Posso scegliere di spendere 40 euro per vedere Benigni, 20 per Luttazzi e 0 per i miei amici del comicitac, ma so benissimo qual è la differenza e perché pago quelle cifre. La stessa cosa dovrebbe capirla il cliente del traduttore ed è proprio di questo, dal mio punto di vista, di cui si parla quando si vuole "educare il cliente". Cristina
utente anonimo

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