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lunedì, 22 ottobre 2007
La lessicografia in Italia e in Europa. Appunti sul convegno.

Si è tenuto il 19 e 20 ottobre presso l'Università di Pisa il convegno "La lessicografia in Italia e in Europa", organizzato dal Corso di Laurea Specialistica in Traduzione dei testi letterari e saggistici, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Le due giornate si sono rivelate estremamente interessanti e varie, con relatori prestigiosi e innumerevoli spunti di dibattito e riflessione. Sarebbe operazione impervia riassumere tutto qui, perché ogni intervento meriterebbe un post a parte: come tradurre in parole l'intervento sul "non c'è che traduzione" di Edoardo Sanguineti, o riassumere contributi come quello di John Simpson dell'Oxford English Dictionary? Né è possibile dar adeguato conto delle sinergie prospettate da Alessandro Lenci tra linguistica computazionale e dei corpora e lessicografia o della ricchezza disponibile a tutti della Crusca on-line delineata da Marco Biffi. Non da meno è stato Mario Spoto di Synthema, che ha smitizzato la traduzione automatica, indicandone gli usi e le ineludibili prospettive a una platea (di linguisti, lessicografi, filologi e storici della lingua) dapprima un po' perplessa ma alla fine un po' meno ancorata alle proprie convinzioni.

In questa sede vorremmo soffermarci (alquanto sommariamente) sulla tavola rotonda "I dizionari bilingui e specialistici italiani" presieduta da Stefania Nuccorini e a cui hanno partecipato Giovanni Iamartino (Università degli studi di Milano), Paola di Cataldo (Garzanti Linguistica), Enrico Lanfranchi (Casa editrice Zanichelli), Daria Cavallini (traduttrice), Ilide Carmignani (traduttrice).

Giovanni Iamartino, che si è definito lessicografo e traduttore dilettante senza diletto per via delle molteplici "rogne" con cui ha dovuto linguisticamente cimentarsi, ha evidenziato le difficoltà del lessicografo di affrontare l'anisomorfismo delle lingue, non solo quando la parola non c'è in una delle due lingue, ma anche a livello di registro e stile. Talvolta i dizionari non sono d'aiuto, talaltra non osano. Realia e intraducibili mettono alla prova il lessicografo che a volte si dà per sconfitto: che aiuto può dare una spiegazione di runcible spoon quale "forchetta che serve anche da coltello e cucchiaio (avendo tre grossi rebbi concavi, di cui uno tagliente)"? Non sarebbe meglio proporre una traduzione come "forchetta da sottaceti"?

Daria Cavallini ha sottolineato come negli ultimi vent'anni il lavoro del traduttore sia profondamente cambiato grazie alle tecnologie e come il Web sia diventato imprescindibile, un compagno esperto che affianca (e supera?) il dizionario. Va in ogni caso valutata l'affidabilità delle fonti e il traduttore rimane l'arbitro delle scelte; proprio per l'attenzione alle scelte, il traduttore non lavora con l'orologio (questa affermazione ha seminato perplessità tra il pubblico).

L'intervento di Ilide Carmignani ha preso spunto dal problema del traduttore letterario di affrontare un codice linguistico/stile dell'autore che si differenzia in maniera originale dalla lingua standard e per cui i dizionari possono fare poco; anzi a volte i dizionari sviano con errori: il TAM di spagnolo non riporta il significato di alpiste "mangime per uccelli, scagliola" nella sezione es-it, che però compare nella sezione it-es ; è vero che il dizionario va letto in entrambe le direzioni per avere tutte le informazioni, ma non sempre è di aiuto e anche qui il Web spesso lo supera come informatività.

Paola di Cataldo è approdata alla lessicografia dopo l'esperienza nelle traduzioni. Da traduttrice ha sperimentato le tre frustrazioni dell'utente del dizionario: 1) una parola/espressione non c'è; 2) c'è ma non si trova per colpa della struttura poco chiara del dizionario; 3) c'è ma è tradotta in modo sbagliato. Sulla scorta di questa esperienza ha cercato di dare indicazioni per i dizionari Garzanti, dove la struttura dell'informazione (macro e microstruttura) deve essere chiara e guidare l'utente alla scelta consapevole.

Enrico Lanfranchi ha dissentito dalle proposte di Iamartino: pur nella sua autorevolezza (centinaia di opere in catalogo e diverse decine in uscita), un dizionario Zanichelli non può inventare nulla, il lessicografo è un semplice notaio della lingua. Il dizionario deve mettere il traduttore (o più semplicemente l'utente) nella condizione di avere il maggior numero di informazioni possibili, da qui l'utilità di definizioni enciclopediche come runcible spoon, indicazione di falsi amici, o gli apparati di note grammaticali, d'uso e di civiltà che arricchiscono le voci. I problemi di trattamento delle lingue e le scelte talvolta complesse rappresentano la frustrazione del lessicografo (Iamartino opportunamente chiosa: noi professori e studiosi discutiamo e indichiamo soluzioni, poi finito il convegno ce ne andiamo a cena lasciando ai redattori la patata bollente).

Durante i suoi brevi interventi di commento, Stefania Nuccorini ha rimarcato il problema dell'affidabilità e dell'autorevolezza delle fonti sul Web e ha commentato la tendenza segnalare i falsi amici nel dizionario come rischiosa: il dizionario si sofferma su falsi amici evidenti ma rischia di non sottolineare a dovere falsi amici di livello più alto (la parola kamikaze in inglese e italiano). Noi potremmo postillare: il dizionario mi guardi dai presunti amici, che dai falsi amici mi guardo io.

Com'è tipico delle tavole rotonde, gli argomenti toccati avrebbero meritato maggior approfondimento - l'ora e mezza a disposizione è letteralmente volata. Le due traduttrici hanno parlato del Web, ma i lessicografi non hanno approfondito le implicazioni della rivoluzione digitale per le opere di consultazione (ne avevamo già accennato qui); non si è parlato di dizionari specialistici se non di sfuggita, in relazione ai sistemi legali italiano e tedesco.

Postato da: poetaselvaggio, 22/10/2007 21:04 | link | commenti (6)
dizionari visionari


Commenti
#1   23 Ottobre 2007 - 13:05
 
Lenci è un mito, ma quanti, tra i presenti, da Biffi alla Carmignani, sapevano di XML? O di costruzione e analisi dei corpora ed estrazione terminologica? O, più semplicemente, di memorie di traduzione?
utente anonimo

#2   23 Ottobre 2007 - 14:03
 
Condivido il giudizio su Lenci ma non sugli altri: ciascuno è stato invitato per le sue competenze e il bello del convegno è stata proprio la varietà offerta. Da Carmignani volevo sentir parlare delle sue esperienze di traduttrice letteraria dallo spagnolo sudamericano e delle sue proposte per rendere i dizionari più utili; avesse parlato di XML, la cosa mi avrebbe lasciato piuttosto perplesso. Quanto a Biffi, l'ho visto molto interessato all'intervento di Spoto.
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#3   23 Ottobre 2007 - 14:55
 
Vogliamo allora continuare a illudere gli studenti che si possa vivere di traduzione senza sapere di tecnologia? Che i compensi a stralcio per tradurre un semisconosciuto scrittore cileno, uruguayo o cubano permettano di guadagnarsi da vivere?
Ho come l'impressione che questi convegni siano pensati per chi che a queste domande (e ad altre) abbianno già trovato risposta e possa permettersi di seguirli con il necessario distacco. Fossi studente, però, e pagassi quel che si paga oggi di tasse e rette, mi ribellerei con tutte le forze.
utente anonimo

#4   23 Ottobre 2007 - 17:08
 
Nicola, grazie per questo riassunto molto interessante. Nonostante la varietà però nessuno osa ancora andare al di là del formato tradizionale del dizionario (sia cartaceo che elettronico).
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#5   23 Ottobre 2007 - 17:10
 
Dal feed del Gruppo L10N:

L'AILIA (l'associazione canadese dell'industria delle lingue) ha pubblicato uno studio sui profili professionali nell'industria delle lingue e le relative competenze; degno di nota il riepilogo sulle abilità dei localizzatori, che dovrebbero sapere di Internet e di Web, di ERP e CMS, avere conoscenze di programmazione, di Unicode, XML, XLIFF, TMX, TBX, OLIF, OSCAR ecc., che dovrebbero saper scrivere e impaginare un documento e servirsi dei relativi strumenti, in particolare i linguaggi controllati. Benché focalizzato sulla particolare realtà canadese, lo studio presenta elementi di notevole interesse generale, soprattutto perché evidenzia i ritardi nei programmi di formazione, specialmente quella accademica, che vengono indicati come la causa principale del crollo delle iscrizioni nei corsi universitari a sfondo linguistico.
utente anonimo

#6   23 Ottobre 2007 - 19:15
 
La mia risposta alla domanda del primo commento è: pochi!

E le domande che mi sono state rivolte da studenti e dottorandi nella pausa caffè lo confermano. Credo però che il punto non sia se la "persona" Tizio sappia di XML (estrazione terminologica, traduzione assistita, ecc…) quanto se lo sappia il "Professore" (di traduzione) Caio.

Riteniamo tali argomenti non debbano rientrare (con maggiore o minor peso) tra le competenze di un traduttore (anche letterario)?

Riteniamo sia possibile considerare la traduzione una pura attività "artistica" alla quale dedicarsi tralasciando banali incombenze quotidiane quali (ad esempio) nutrirsi e osservare l'orologio (anche solo per ricordarsi che una persona cara ci sta aspettando a tavola o a letto)?

Per quel che mi riguarda ho cercato di fornire (con un approccio a tratti volutamente poco formale) una visione più equilibrata possibile sul futuro della traduzione automatica che servisse ad aprire un confronto serio sul tema. Un confronto che spero privo di pregiudizi del tipo "le palle dei topi" da un lato e annunci sensazionali dall'altro. Le facce incredule di tanti studenti (e dei loro docenti) non mi fanno sperare bene. Le richieste interessate di tanti studenti (e dei loro docenti) mi fanno sperare bene.
Mario Spoto
utente anonimo

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