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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Piero Ottone sul Venerdì di Repubblica di ieri:
Un altro esempio: per avere sui treni, nelle varie lingue, avvisi corretti ("non sporgersi", "non scendere") basterebbe che le Ferrovie se li facessero tradurre da traduttori professionali. La spesa, nel vortice immane del bilancio aziendale, sarebbe irrisoria. Invece si affida la traduzione a qualche cugino che ha studiato tedesco al liceo linguistico, e così vengono fuori altri svarioni. Questione di mentalità. Per evitare stonature di questo genere non occorrono grandi riforme o grandi investimenti. Occorre solo che ognuno dedichi qualche minuto di tempo per fare le cose come devono essere fatte.
Chi non è d'accordo? Sono affermazioni talmente ovvie e di buon senso che non meritano commenti, e il fatto che sia un giornalista autorevole come Ottone a sollevare la questione può dar forza ai professionisti che da sempre si battono per una comunicazione in lingua straniera corretta. Per cui Ottone potrebbe segnalare a qualcuno del suo giornale che il titolo corrente "Black magic woman" dell'articolo a pagina 42 dedicato a Michelle Robinson, moglie di Barack Obama, suona piuttosto strano, a meno che la bi-laureata moglie del candidato alle primarie democratiche non si occupi di voodoo.
Il ragazzo che doveva venire a fare uno stage dice che non può garantire una presenza costante perché dovrà fare una fiction.
D'altronde, questa tipa dichiara di essere filologa, etimologa e che il suo libro preferito è l'OED. E chi sono io per dubitarne?
Il 5 marzo è scomparso a 85 anni Joseph Weizenbaum, lo scienziato che nel 1966 inventò Eliza. Eliza è un programma che crea un'interazione uomo-macchina attraverso una conversazione che utilizza frasi pre-confezionate e parole chiave o riproponendo spezzoni delle domande dell'utente umano (via Zeus News). Un tipico scambio con Eliza è:
Eliza: How do you do. Please state your problem.
>> I am sad
E: I am sorry to hear that you are sad.
>> What can I do?
E: Why do you ask ?
>> Because you can help me
E: Is that the real reason ?
Pur trattandosi di scambi banali e che ripetono in gran parte le parole dell'uomo, Eliza rappresentava il primo esempio di interazione in linguaggio naturale. Per saperne di più Weizenbaum in inglese e Wikipedia in italiano.
Le discussioni sono state moltissime e l'aneddotica è ricchissima. Per chi vuole provare a parlare con Eliza, ci sono varie Eliza in rete, come qui, e qui.
Di Eliza io lessi per la prima volta nel Il Professore va al congresso.
C'è un tipo di alfabetismo e alfabetizzazione di cui dovremmo essere consci, ed è la bit literacy, un insieme di abilità che permettono di vivere e lavorare con i bit in maniera produttiva e "sana". Perché i bit sono ovunque, e anche se sono meno voluminosi di libri, giornali, riviste, faldoni, videocassette e lp, si accumulano nei nostri computer, su dischi fissi e mobili, penne usb e dvd e gestirli diventa sempre più problematico. Prova a darci una mano Mark Hurst con Bit Literacy, la cui tesi è: viviamo nell'età dei bit, chi saprà gestirli riuscirà a cavarsela, gli altri rimarranno indietro nelle professioni e in tutti i contesti dominati dai bit. Così l'autore decide di affrontare temi quali e-email, calendari e promemoria, file (creazione, formati e nomi, archiviazione), e "media diet" cercando di offrire consigli utili.
Il Taccuino di traduzione citava l'espressione e-mail bankruptcy (crac elettropostale?), e ci sono andato vicino lunedì: il mio filtro antispam sostiene di aver filtrato 949 messaggi di cui 725 di spam. Se togliamo i messaggi di spam, rimangono 224 messaggi, tra cui spam non riconosciuto (ma nello spam c'era anche roba erroneamente filtrata), un po' di mailing list, e per il resto clienti, traduttori, curriculum, domande a cui rispondere, decisioni da prendere. Ho impiegato mezz 'ora solo per fare un po' di pulizia, mentale e fisica, sul computer. Questo succede il lunedì, per via dei messaggi che si ammassano nel finesettimana (anche se la media è sui 400 messaggi al giorno), ma se fosse così tutti i giorni dovrei dichiarare la mia e-bancarotta. Hurst suggerisce:
There is a simple solution to e-mail overload: don't become overloaded... Bit literacy means letting the bits go; everything else perpetuates the problem (p.21).
Se trattenessi i bit, sarei sopraffatto nel giro di pochi giorni, anche perché ormai l'e-email ha assunto compiti per cui non era nata, e i programmi di posta elettronica ne possono risentire in maniera grave. Il programma di posta elettronica - e soprattutto la cartella della posta in arrivo - è diventato impropriamente un contenitore di: liste delle cose da fare, appunti, note e promemoria; messaggi con allegati e documenti importanti che non vengono archiviati o che sono conservati come back-up anche dopo l'archiviazione; messaggi con numeri di telefono, indirizzi (di posta elettronica); brevi messaggi di conferma (OK, va bene, ti confermo la ricezione del file), ringraziamento (grazie per la consegna), pensieri estemporanei che rimangono inutilmente nella posta, ché una volta ricevuti e letti non ha senso conservarli per sempre.
La soluzione proposta da Hurst è semplice e radicale: svuotare la posta in arrivo almeno una volta al giorno. La cartella della posta in arrivo deve contenere solo momentaneamente le e-mail, che vanno poi archiviate in apposite cartelle o cancellate se non più rilevanti.
Il capitolo sulla posta è stato per me una specie di seduta di psicoterapia: prima di leggere il libro rientravo perfettamente nelle tipologie di chi si fa sopraffare dai bit (oddio, non credo di aver mai tralasciato di rispondere a un'e-mail sul lavoro), e pur avendo una serie di cartelle e sottocartelle per archiviare la posta, la mia cartella della posta in arrivo raramente conteneva meno di 100 messaggi. Ora ho cominciato la cura e riesco a tenerne non più di trenta, e sebbene Hurst dica che non è abbastanza tenere l'inbox quasi vuota, sento di aver intrapreso una strada di buone intenzioni (che mi porterà probabilmente all'inferno, un posto popolato da gente che vuole vendermi erotoincentivi, orologi e mutui): un mese fa, dopo opportuno back-up, ho cancellato tutti i messaggi precedenti al 2005.
Se con la posta mi sento un reprobo in fase di perdono, la mia dieta mediatica lascia ancora un po' a desiderare. Prendiamo quell'invenzione diabolica che sono i feed rss e i loro lettori; nulla è più facile che vedere un sito, abbonarsi, leggere qualche aggiornamento e poi dimenticarsene. Faccio outing: nel mio lettore di feed (Bloglines) ci sono 78 iscrizioni che comprendono blog di amici, blog di traduttori, linguisti e sull'industria della traduzione, fumetti, notizie ecc. Nel momento in cui scrivo ho 1439 notizie da leggere e 273 notizie salvate. Credete che leggerò mai tutte le notizie in attesa? C'è un fumetto che aspetta di essere letto da alcune decine di giorni, e il sito dell'Ansa è fermo al primo marzo (Bloglines fortunatamente permette l'accumulo di soli 200 aggiornamenti per sito). Che senso ha abbonarsi a un fumetto e non leggerlo per mesi? A cosa mai servirà l'abbonamento a una ricerca su digg se mi interessa una notizia su 50, quando va bene? La facilità del mezzo lo rende quasi inutile, tanto vale tenere quei pochi feed che leggo tutti i giorni, liberarsi dell'Ansa e del podcast della prima pagina del New York Times e vivere senza l'oppressione di 1400 inservibili notizie in attesa della mia attenzione. L'ho detto e mi sono liberato ed è inutile che ti stupisca, You! hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!
Far aprire gli occhi su questioni che sembrano ovvie nella teoria ma che nella pratica non lo sono affatto è una dote apprezzabile in un libro; Bit Literacy si rivela una lettura stimolante, ricca di consigli e agile (nel senso che ha meno di 200 pagine). Peccato per la lunga sezione sul sito (a pagamento) di Hurst per la gestione dei todos, che sovrappone un aura pubblicitaria/promozionale all'operazione.
Ammetto di non capire molto delle primarie americane, di caucus, superdelegati e push polling (pur leggendo l'utile Jargonbuster della CNN), ma due conti li so ancora fare. Non voglio addentrarmi nelle problematiche dell'innumeracy, tuttavia qualcosa in quest'articolo sulla Stampa non quadra:

Qui i risultati giusti.
E così ora Google mi dice a che ora passa il 68. Il nuovo servizio Google Transit indica come spostarsi con i mezzi pubblici a Torino. Supponiamo che da strada Mongreno voglia andare in piazza Adriano alle ore 18.00, vengo a sapere che c'è un autobus alle 18.03 che mi porta a destinazione alle 18.40. Ma per il sito del Gruppo Torinese Trasporti, a cui Google correttamente rinvia, il bus parte alle 18:11 (anche se in un'altra pagina dà 18.03 come orario ufficiale...). Se chiedo di andare da corso Trapani 16 a corso Siracusa 99, Google non individua il punto di partenza corretto e mi indica una fermata 1 km più a sud; se aggiungo il cap si avvicina al punto di partenza ma non è ancora la fermata giusta. Per il momento non mi fido troppo. Meglio non lanciarsi in affermazioni troppo entusiastiche.
La Corte di giustizia europea ha stabilito che solo i formaggi recanti la denominazione d'origine protetta (Dop) "Parmigiano Reggiano" possono essere venduti con la denominazione Parmesan. Il Parmigiano, in quanto DOP, gode di tutela contro qualsiasi "usurpazione, imitazione o evocazione".
Ritenendo che la Germania non tutelasse a sufficienza la Dop "Parmigiano Reggiano", la Commissione europea ha avviato un procedimento per inadempimento; secondo la Commissione il termine "Parmesan" è la traduzione della Dop "Parmigiano Reggiano", per cui ha richiesto alle autorità tedesche di intervenire d'ufficio per bloccare la commercializzazione dei prodotti venduti con la denominazione "Parmesan" ma non conformi al disciplinare della Dop "Parmigiano Reggiano". Il governo tedesco si è difeso sostenendo che Parmesan è invece un termine generico che si riferisce a un formaggio da grattugiare o grattugiato.
Tuttavia, i giudici di Lussemburgo hanno respinto il ricorso della Commissione, asserendo che "nell'ordinamento tedesco sono presenti gli strumenti adeguati a garantire la tutela sia degli interessi dei produttori sia di quelli dei consumatori". Quindi, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, non spetta alle autorità tedesche sanzionare l'imitazione del nostro formaggio, ma "gli organi di controllo cui incombe l'obbligo di assicurare il rispetto delle Dop sono quelli dello Stato membro da cui proviene la Dop", in questo caso l'Italia.
Questi a grandi linee i fatti, ora le considerazioni. La prima riguarda l'informazione e il punto di vista da cui proviene. Per Repubblica è una vittoria dell'Italia, tanto da affermare "l'Europa dà ragione all'Italia". Per la BBC si tratta sostanzialmente una vittoria della Germania: non è colpa dei tedeschi se sono in commercio tanti Parmesan che non sono parmigiani, anche se conferma che: It said only the authentic product bearing the name "Parmigiano Reggiano" could be sold under the name Parmesan.
La seconda considerazione è linguistica. Hanno ragione i tedeschi quando sostengono che Parmesan è un termine ormai generico? Probabilmente sì: in varie lingue dizionari autorevoli descrivono il Parmesan con definizioni del tipo:
sehr fester, vollfetter italienischer [Reib]käse (Duden)
a very hard dry sharply flavored cheese that is sold grated or in wedges (Webster)
a hard, dry cheese used in grated form, especially on Italian dishes (Oxford)
relegando la parmigianità all'etimologia. In diversi paesi il Parmesan è un qualsiasi tipo di formaggio da grattugiare. Se ci pensate, una sorte linguistica simile e a parti inverse è toccata in Italia all'emmental, diventato minuscolo e senza th. I lessicografi dovranno perciò aggiungere un definizione più specifica (mah). Senza contare che pure in Italia "parmigiano" può avere il senso di formaggio da grattugiare tipo Parmigiano Reggiano.
Ma che le speranze di un uso corretto del nome caseario siano linguisticamente scarse lo dimostra il redattore del Financial Times on line che si lancia in un "Conzorcio Formaggio Parmigiano-Reggiano" - peraltro confermando che la sciatteria on-line non è prerogativa dei giornali italiani.