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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
A noi nessuno ci ha detto niente. (E detto tra parentesi - e per inciso - sarebbe quasi ora di darci un taglio con i giochi di parole sul titolo Pasoliniano-Giordaniano.)
Simon Turner ha aggiunto al Tariffometro la guida per traduttori principianti (e non solo) Come stabilire la propria tariffa. Guida utile, dettagliata, informata.
Arrivo un po' tardi sull'argomento, ma magari questo ritardo dà l'impressione di una lunga e sofferta riflessione. Un paio di settimane fa Repubblica pubblica un articolo di Michele Smargiassi dal titolo Nell'Italia dei laureati che non sanno scrivere. L'articolo suscita confronti e dibattiti su varie mailing list di traduttori, e su Proz interviene lo stesso Smargiassi. Un po' ovunque gli interventi si concentrano sulla cattiva qualità della scrittura, si aggiunge un pizzico di sfascio linguistico/lessicale e si sforna la lamentazione di quanto poco leggono gli italiani, soprattutto quegli italiani che dovrebbero scrivere. Smargiassi su Proz è gentile, tanto più gentile a intervenire nella discussione che accusa anche i giornalisti dello rovina del nostro amatissimo idioma, ma ha la colpa imperdonabile in un forum di traduttori di fare alcuni errori, specialmente di battitura. Nella foga di puntare il dito contro l'approssimazione del giornalista, la persona che ha rilevato gli errori incappa in una serie di strafalcioni non male. (Che non riporto qui, per cui chi ha tempo e voglia si legga l'intiero dibattito prozesco.)
In parole povere i temi sono: i giovani laureati non sanno scrivere, perché non leggono, perché la scuola non insegna loro a scrivere (e a leggere), perché il livello dell'istruzione si è abbassato, perché scrivono come parlano, perché ormai i giovani scrivono solo sms o chattano, e allora come fidarsi di un medico/ingegnere/avvocato/insegnante con queste lacune? E i politici che fanno? E la deriva anglicizzante dell'italiano? La nostra lingua già sta poco bene, se poi non sappiamo scriverla/parlarla/leggerla le assestiamo il colpo di grazia.
Vorrei proporre una tesi un po' controcorrente: non sono d'accordo. O meglio, sono d'accordo che alcuni scrivano male, ma non si scrive in italiano peggio che in passato.
Innanzitutto, non si è mai scritto tanto quanto in questo periodo, dagli sms alle mail, ai blog degli adolescenti fino a tutte le occasioni che conosciamo, c'è un boom della parola scritta, parola che si piega e deforma - si "oralizza" - per l'esigenza del mezzo.
Dicendo che i giovani di oggi non sanno scrivere si sottintende che in passato si sapeva scrivere meglio; inoltre qualcuno sostiene che in passato l'italiano era più bello, musicale perché non imbastardito dagli anglicismi. Qui il discorso si allarga a scuola, alla definizione di "saper scrivere" e alla storia della lingua.
Nella vostra esperienza scolastica, quanti nella vostra classe "sapevano scrivere"? Quanti facevano temi "decenti" (a parte voi stessi, ovvio)? Una volta arrivati all'università 10-20-30 anni fa non vi è forse stato detto che all'università non si scrive fino alla laurea? Possiamo attribuire ai laureati di oggi le colpe di tutti i documenti e le pubblicazioni in genere scritti in maniera approssimativa? E cosa significa "saper scrivere?"
Possiamo dare due significati di saper scrivere, uno di base, minimale: non fare errori di grammatica (qualsiasi cosa questo voglia dire); e un significato più alto: scrivere testi corretti, articolati e strutturati per gli scopi a cui sono destinati. Viene naturale pensare che chi esce dalle medie - se non dalle elementari - debba aver superato il primo livello, chi esce dalle superiori il secondo livello. Se non è così, è colpa della scuola, si dice.
Chi ha colpa nella scuola? Alle superiori gli insegnanti si lamentano del livello degli studenti che arrivano dalle medie, all'università i docenti criticano il livello di preparazione degli studenti delle superiori. Docenti universitari e insegnanti mi dicono quasi all'unisono: è aumentata la forchetta tra bravi e scarsi, i bravi sono veramente bravi, gli scarsi quasi irrecuperabili. Sta sparendo lo studente che stava in un aurea mediocrità, non fenomenale ma che se la cavava. Le colpe sono variamente attribuite, scarso filtro in ingresso (ma nell'istruzione dell'obbligo non si può), limitata selezione in uscita. Alle medie non si boccia, poi tutti vogliono fare il liceo con conseguente abbassamento del livello medio; all'università (almeno in alcune facoltà) non si boccia per non perdere i finanziamenti basati sul numero di iscritti. Quegli stessi docenti che si lamentano degli studenti poi non li bocciano (ho un ricordo di un docente di letteratura italiana che bocciò una mia amica perché non aveva un accento italiano corretto; ho ricordi di promozioni clamorose). Infine (ma forse in cima a tutto) ci sono le famiglie che sempre meno accettano valutazioni negative, e che considerano un affronto un giudizio che sconsigli il liceo (o l'università).
Impoverimento e degrado della lingua italiana. In occasione della tavola rotonda AITI (di cui ho parlato qui), un traduttore straniero si lamentava delle parole inglesi e ha detto: la lingua italiana non è più musicale com'era una volta, ci vorrebbe un ente che normi la lingua. Io ho risposto che non non mi piacerebbe vivere in un paese dove ci fosse un tale ente e ho avuto scarsissima solidarietà dalla platea. I traduttori, che con la lingua ci lavorano, sentono l'esigenza di qualcuno che dica loro come scrivere, che indichi uno standard. (Mentre scrivo mi chiedo che cosa intendesse per musicalità e quale sia il campione della dolce lingua: Montale, D'Annunzio, Leopardi, Alfieri, Tasso,Guininzelli , Jacopo da Lentini?) Ma ho sempre più sovente l'impressione che sia il traduttore stesso a ergersi a metro del giudizio linguistico. Ci sono domande che andrebbero fatte a un qualsiasi professionista ma che fatte ai traduttori rischiano di dare risposte che fanno un po' temere: quanti possiedono una grammatica non scolastica? Quanti possiedono un dizionario di italiano pubblicato negli ultimi 10 anni? Chi invoca una norma talvolta non fa la fatica, o non ha la capacità, voglia e soprattutto umiltà di cercare su opere di consultazione. Personalmente non vorrei un'accademia della lingua italiana, ma ho una devozione critica per grammatiche e dizionari. La lingua con cui lavoriamo non è lingua madre, ma lingua figlia, perché la creiamo mentre lavoriamo, è un nostra creatura, e così come non cerchiamo su un libro la soluzione a un problema con un figlio, non vogliamo cercare su un libro ciò che è giusto o anche solo accettabile per la nostra lingua.
La persona che criticava gli errori di Smargiassi su Proz citava Tullio De Mauro affermando:
Fatt’è che perfino Tullio de Mauro, nell’articolo proposto da x, afferma che gli anglismi "spesseggiano" nelle pubblicità dei computer. Verbo spesseggiare? No, non gli scriverò tutta scandalizzata, mi rassegno all’idea che inventare termini nuovi sia una moda che esercita un grande fascino.
Avesse aperto un qualsiasi dizionario avrebbe scoperto che "spesseggiare" è attestato a partire al 1292.
Nel post Apology in Australia sulle scuse che il primo ministro australiano Kevin Rudd ha ufficialmente pronunciato nei confronti degli aborigeni, Geoffrey K. Pullum dice in un inciso:
In Australia most conservatives are in a party known as the Liberal Party; do not try to interpret Australian politics using an American political dictionary.
Le parole della politica si ancorano a un retroterra storico, sociale, economico e linguistico che rende le trasposizioni insidiose: allo stesso modo noi in Italia non possiamo tradurre la politica americana con parole italiane. E in special modo liberale/liberal paiono essere concetti quasi opposti.
Nel Dizionario di Politica alla voce Liberalismo Nicola Matteucci esordisce intitolando la prima sezione "Una definizione difficile", per poi dire:
Ancor oggi la parola liberale ha significati diversi a seconda delle diverse nazioni: in alcuni paesi (Inghilterra, Germania) indica una posizione di centro, capace di mediare innovazione e conservazione, in altri (Stati Uniti) il radicalismo di sinistra aggressivo difensore di vecchie e nuove libertà civili, in altri ancora (Italia) i conservatori della libera iniziativa economica e della proprietà privata.
Il concetto è proteiforme al punto da legarsi a parole con denotazioni assai diverse: monarchici-liberali, liberali-nazionali, cattolici-liberali, liberaldemocratici, liberal-liberisti, liberalsocialisti, liberali-laburisti. Per aggiungere un po' di confusione (o forse perché tradurre in italiano creerebbe una confusione ancora maggiore) in Italia si parla di anche di liberal, intendendo progressista, orientato a sinistra, soprattutto in riferimento a politiche o politici americani. Per esempio su Repubblica.it nello stesso articolo si parla di "columnist liberal del New York Times", e di "Washington, uno degli Stati più liberal (e tecnologici) d'America".
Direi che ho qualche elemento in più per valutare l'avvertimento dei Supertramp in The Logical Song:
Now watch what you say/Or they'll be calling you a radical/A liberal, oh fanatical, criminal.
Si sa che il bi- in bikini non vuole dire "due, doppio", perché Bikini è il nome di un atollo nel Pacifico dove vennero eseguiti degli esperimenti nucleari negli anni '40 (Various explanations for the name have been suggested, none convincingly, the best being an analogy of the explosive force of the bomb and the impact of the bathing suit style on men's libidos, suggerisce l'Online Etyomology Dictionary). Ciononostante il bi- viene interpretato come "due" ("due pezzi" è il sinonimo italiano), per cui alla pseudo radice -kini vengono aggiunti altri prefissi: monokini e perfino trikini.
Qualcosa di non dissimile deve avere pensato chi ha coniato il fondamentale termine monoennio (quasi 7000 risultati in Google, anche sul sito della Ministero della Pubblica Istruzione). Come dice la parola stessa, il monoennio è un biennio tagliato in due. Ma il biennio non era il doppio di un anno? Che differenza c'è tra anno e monoennio?
Il monoennio è un miniciclo didattico/formativo, può essere un primo anno che precede i bienni successivi, può essere l'anno finale di un percorso triennale o un modulo di orientamento. La riforma Moratti prevedeva per le elementari (ops, scuole primarie) periodi didattici formati da un monoennio e due bienni, per le medie (ri-ops, secondarie di primo grado) un biennio e un monoennio finale a carattere orientativo.
Ecco, la ri-modulazione dei percorsi didattici ha portato alla necessaria invenzione del monoennio. Anno era troppo ambiguo e allo stesso tempo quasi banale nella sua nuda semplicità. E ovviamente un triennio è la somma di un biennio e un monoennio, un quinquennio di un quadrienno (bienno + bienno) e un monoennio e così contando.
Che dirà il burocrate appassionato di monoismi quando scoprirà che il monòmane non è il singolare del bìmane?
Il post di John Yunker sulla quantità di contenuto in spagnolo nei siti dei candidati alle presidenziali americane mi ha fatto venire un'idea. Quanto contenuto in lingua straniera c'è sui siti dei partiti italiani che si stanno apprestando alla nuova campagna elettorale? Il risultato della ricerca (parametro: devo riuscire a trovare contenuto in lingua in meno di una decina di secondi) è questo.
Forza Italia non ha a prima vista pagine tradotte. Se si va nella sezione "nel Mondo" troviamo una serie di lettere in volenteroso inglese indirizzate agli italiani nel mondo (Italians throughout the world) in formato pdf, più in basso alcuni comunicati in inglese, sempre in pdf.
Alleanza Nazionale: non trovo nulla.
UDC: niente.
Lega Nord: niente, neanche in dialetto.
Italia dei Valori: niente (no, il blog di Pietro non conta).
Rifondazione comunista: bisogna scendere un po', ma a sinistra si trovano link a pagine in spagnolo, arabo e inglese.
Verdi: ravanando un po' si arriva ai Verdi nel mondo con i link ai vari partiti.
...
Partito Democratico: nulla... ma a sinistra c'è il link ai "Manifesti logos, volantini e spot Democratici". Cosa sono i logos? Anch'io ogni tanto mi chiedo se il plurale di "logo" sia "logo" o "loghi", ma si vede che i veltroniani che ora hanno adottato lo slogan obamiano "Yes, we can" pensano che sia una parola inglese.