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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

venerdì, 24 agosto 2007
Proattivamente mi oppongo

Sarà che le lingue sono come i figli, e si è disposti a essere più indulgenti con quelli degli altri che non con i propri, o che essendo immersi nella propria lingua madre è doloroso accettarne i cambiamenti, abbracciare i neologismi, mentre siamo assolutamente imparziali e scientifici con le lingue altrui (quante volte ho detto dell'inglese: le lingue si evolvono, i cambiamenti, i prestiti, i calchi sono indice di vitalità e innovazione; ah, gli split infinitives...); ecco, sarà per tutte queste ragioni ma ho dichiarato guerra alla parola "proattivo" e ai suoi derivati. Ogni volta che la vedo in un testo tradotto la casso, la sostituisco con un sinonimo, una perifrasi. Che si tratti di calco o traduzione dell'inglese proactive, fino a pochi anni fa i dizionari la traducevano: attivo, intraprendente, fattivo, dinamico. È una lotta disperata, volessi svuotare il Lago d'Orta con un cucchiaino avrei più possibilità di riuscita. La marea, l'ondata, la piena sale inarrestabile incurante dei miei sforzi. Tanto che in un documento di una importante azienda italiana trovo addirittura "proattività".

Ovvio, l"io non lo dico" che talvolta si sente per giustificare una correzione non ha fondamento scientifico, e la scienza della lingua si basa sull'uso e la diffusione di un fenomeno. Per cui i numeri di Google danno ragione ai proattivanti, ma non solo loro: in un dibattito sul forum dell'Accademia della Crusca si cita nientemeno che il settimo volume del Gradit (De Mauro Utet) con le seguenti definizioni: 1 sociol., econ., di azione, comportamento, provvedimento e sim., in grado di prevenire e anticipare le moderne problematiche sociali / tecn., estens., di strumento o mezzo tecnologico, che permette di raggiungere tale scopo 2 (B[asso] U[so]) di qcn., che agisce in anticipo per prevenire futuri problemi, bisogni e cambiamenti. DER. proattivamente., data di attestazione 2001. (La seconda definizione ricorda il Webster: acting in anticipation of future problems, needs, or changes.) Sono abbastanza sicuro che l'utente medio di "proattivo" e derivati non si riconosca del tutto in queste due definizioni, proprio perché essendo parola nuova un po' ha il senso della sua mamma inglese (proactive, ben presente nei dizionari inglesi e attestato fin dagli anni 30 del XX secolo), un po' si sta specializzando in sensi prettamente italiani. Ci si mette pure lo Zingarelli 2007 a contrastare i miei sforzi, che lo include nel lemmario con la definizione: detto di chi (o di ciò che) tende a determinare i cambiamenti piuttosto che ad assecondarli (1994) (questa definizione ricorda quella del New Oxford Dictionary of English: (of a person, policy, or action) creating or controlling a situation by causing something to happen rather than responding to it after it has happened).

Tutto ebbe origine alle medie. In una ricerca di scienze sullo Shuttle ebbi l'ardire di scrivere "l'obbiettivo della missione". La professoressa (di matematica e scienze, si badi bene) non solo corresse ma mi fece scrivere sul quaderno alcune decine volte "obiettivo si scrive con una sola b". Vano fu il mi tentativo di giustificarmi portando a supporto un dizionario. Da allora pro- e retro-attivamente mi batto come un linguistico Don Chisciotte contro mulini a vento a forma di obbiettivi, sé stessi...

Postato da: nicpoeta, 24/08/2007 20:40 | link | commenti (1)
semanticamente, dizionari visionari, intraduzioni

sabato, 18 agosto 2007
Harry Potter. Appunti di project management.

Giornali e siti vari hanno riportato nei giorni scorsi notizie riguardanti traduzioni pirata dell'ultimo Harry Potter, Harry Potter and the Deathly Hallows. In Francia un sedicenne è stato arrestato e successivamente rilasciato dopo aver pubblicato online la sua traduzione ("Investigators were reportedly struck by the "near-professional" quality of the boy's work", commenta la BBC). Alla fine l'editore francese Gallimard e l'autrice JK Rowling hanno deciso di non citarlo in giudizio. In Cina un solertissimo gruppo di studenti ha fatto uscire online la traduzione del libro (759 pagine) poche ore dopo l'uscita nelle librerie dell'originale inglese. Per riuscire nell'incredibile impresa, gli studenti "worked in teams and round the clock, eating nothing but instant noodles" (BBC). In entrambi i casi gli studenti si sono giustificati dicendo l'hanno fatto per amore dell'ormai cresciuto maghetto e non per fini commerciali.

Massimo Gramellini sulla Stampa di oggi commenta:

Immaginiamo che un'idea simile venga a una comitiva di giovani italiani. Intanto deciderebbero all'unanimità di ridiscuterne dopo la villeggiatura. Sorgono due coalizioni di traduttori, una per i capitoli dispari e l'altra per quelli pari. Ma dato che entrambe vogliono tradurre i dispari, viene indetta un'assemblea, al termine della quale gli sconfitti convocano una conferenza stampa allargata ai genitori per denunciare l'esistenza di un complotto. Nel frattempo i vincitori si mettono alacremente al lavoro per stabilire chi fra loro dovrà andare a parlare in tv. Si raggiunge un compromesso: ci andranno tutti, appaltando la traduzione pirata ad alcune migliaia di adolescenti cinesi.

Può darsi che Gramellini sia un po' troppo pessimista, e nella sua satira politicheggiante infila la politica e dimentica di proposito due aspetti: la conoscenza dell'inglese dei protagonisti franco-cinesi, che permette loro la traduzione di un libro con buoni risultati, e gli aspetti organizzativi del lavoro di traduzione, troppo oscuri per ambire sia pure per scherzo alla ribalta televisiva.

Già, l'organizzazione, o project management, come usa dire. Ipotizziamo che una piccola-media agenzia italiana sia incaricata di tradurre il testo in pochissime ore. Come si comporterà? Non appena riceve il testo fa un conteggio sommario delle parole, le divide per il numero di traduttori disponibili, ma niente da fare, ci vorrebbero decine se non centinaia di traduttori, il solo contattarli tutti prenderebbe più tempo della traduzione. Certo se ci fosse il file..., ma il file non c'è, si potrebbe fare una scansione di ogni capitolo per trasformarlo in file di testo, così il lavoro di traduzione risulterebbe più veloce, e inoltre forse si potrebbero trovare ripetizioni o frasi simili. Magari si trova online un pdf dei libri precedenti, si potrebbero allineare il testo inglese e quello italiano, creare delle memorie di traduzione, analizzare il testo da tradurre alla luce di queste memorie. Eppoi mettere le memorie online, tutti si collegano in remoto, così la traduzione risulterà più uniforme e qualitativamente migliore. Perché è scontato che la traduzione cinese sarà incoerente e difforme, che magari la stessa frase non sarà tradotta allo stesso modo (in un romanzo?), e metti che ci siano errori di traduzione, falsi amici non capiti, dettagli tralasciati, rese improprie. Ovviamente non c'è tempo per fare un glossario, che sarebbe lo strumento ideale in questo caso, per non parlare della revisione. Altro che poche ore, pensano gli italiani, ci vogliono alcuni mesi. Forse conviene chiedere ai ragazzi cinesi come hanno fatto.

Postato da: nicpoeta, 18/08/2007 17:13 | link | commenti (3)
intraduzioni

domenica, 12 agosto 2007
I Telefilm a test

Non c'è una cena cui partecipino trenta-quarantenni normodotati dove non si discuta di sigle di cartoni animati, di chi fosse più fico tra Baretta o Colombo, chi più affascinante tra LeRoy Johnson o Jesse Velasquez, di quale nave spaziale fosse più bella tra quella spartana di Spazio 1999 e l'iperaccessoriata Enterprise.

Così Igor Vazzaz, nell'introduzione di I Telefilm a test (Alpha Test, 256 pagg., Eur 11,50, prefazione di Aldo Grasso), sottolinea quanto i telefilm americani facciano parte della nostra cultura pop. Le serie che abbiamo visto da bambini e da ragazzi erano al tempo stesso baby sitter e strumenti subdoli per plasmarci, e non è detto che (non) ci siano riusciti in qualche modo; l'intento del libro è tuttavia ludico, offrire uno spassoso repertorio di test a risposta multipla, grazie ai quali Vazzaz fornisce informazioni, dettagli, aneddoti sui serial americani degli anni 70 e 80, tra cui Happy Days, Spazio 1999, Strega per amore, Mork e Mindy, Hazzard, Starsky e Hutch e molti altri. Domande quali: Come si chiama la governante dei Jefferson? Quanti sono i figli di Howard e Marion Cunningham (non così semplice come sembra)? Chi canta il tema principale di Tre cuori in affitto? mettono alla prova la nostra conoscenza dell'argomento e ci proiettano in un mondo di spin-off, storie, vicende impensabili: Andy Warhol partecipa a una puntata di Love Boat nel 1985 nei panni di se stesso, L'uomo da sei milioni di dollari diventa The Man Worth Millions in Israele per eliminare il numero che potrebbe ricordare il numero di ebrei sterminati nei campi di concentramento, il vero nome dei Robinson è Huxtable.

Non mancano riferimenti a traduzioni e adattamenti. Ne Gli eroi di Hogan, i traduttori tedeschi hanno il problema di evitare riferimenti al nazismo, a causa di una legge che vieta manifestazioni naziste in pubblico, e decidono di sostituire "Heil Hitler!", che alcuni personaggi con braccio e mano tesi verso l'alto si scambiano, con nonsense quali "il grano cresce altro così". In Italia va segnalato il caso di La tata (titolo originale The Nanny): la protagonista Fran Fine, newyorkese del Queens, di religione ebraica, diventa Francesca Cacace, originaria di Rocca di Papa vicino a Frosinone, e naturalmente cattolica. A questo punto saltano anche le parentele, perché quella che nella versione italiana è la Zia Assunta, nella realtà americana è Sylvia Fine, madre di Fran.

Insomma, altri argomenti per le nostre cene.

Postato da: nicpoeta, 12/08/2007 19:46 | link | commenti (2)
riletture

lunedì, 06 agosto 2007
Miss, interprete e praticamente torinese

Durante i loro incontri [tra magnati russi interessati a investire nel Golfo dei Poeti e proprietari di alberghi e ristoranti] un'interprete di grande bellezza li accompagnava: l'ucraina, ex Miss Kiev, Svitlana Veshchikova, Paola per gli amici italiani, sposata con il commerciante torinese Marcello Raviola e che ha cominciato da poco a giocare a golf nel Piemontese. È entusiasta ma più di lei lo sono i maestri e i frequentatori delle club house di fronte a tanto charme e bellezza.

Giuseppe Turani nell'Ottovolante del lunedì, La Repubblica del 23 luglio.

Postato da: nicpoeta, 06/08/2007 16:17 | link | commenti (2)
riletture, intraduzioni