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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Uno parte per un paese straniero, ci vive per anni (o è figlio di immigrati), la sua conoscenza della lingua materna si fissa e viene inevitabilmente contaminata da termini locali (un'amica a Los Angeles mi disse che mangiava organico). A volte crede che il dialetto parlato dai genitori sia l'italiano. Intanto la lingua nel paese di origine evolve e prende direzioni imprevedibili. Se poi quell'uno italianizza inconsapevolmente un termine dialettale, può far immaginare chissà quali "fabulous events" ai suoi conterranei. (Segnalazione di Zeus.)
Non capita spesso di essere d'accordo con un insulto che ci viene rivolto. Venerdì al Traffic Torino Free Festival sono di scena gli Arctic Monkeys (giudizio critico: mah!). La piazza è gremita di giovani danzanti fumanti e beventi: per molti è un'occasione per ascoltare un gruppo in ascesa (soprattutto il batterista), per altri l'opportunità di spegnere l'interruttore del cervello. Flussi continui di persone fendono la folla, spesso spingendo e strattonando, avvicinandosi e allontanandosi dal palco senza trovare collocazione e pace. A un certo punto sono travolto da una ragazzetta che sta cercando di uscire dalla piazza: memore di antichi contrasti di spalla rispondo da par mio (ecchecavolo, c'è modo e modo di passare, anche nella calca), e spingo leggermente la tipa che mi apostrofa irata: "Oh, ma mi stanno spingendo da dietro, non riesco a passare". Vedendo che non ho intenzione di assecondarla aggiunge con tutto l'odio di cui è capace: "Ma va' a vedere Battiato, va'!". Evidentemente in quel contesto per lei era l'insulto più volgare che potesse concepire, ma per me si trattava di un suggerimento che ho colto volentieri.
Il sempre attento Franz mi segnala un articolo sulla Stampa di ieri. Nel dossier sul generale Tricarico redatto dal Sismi si legge:
Nell'ottica di una strategia, volta a perseguire ambiziosi obiettivi personali ... egli avrebbe mantenuto solidi collegamenti con l’opposizione appoggiandosi in particolare a Folena, che fungerebbe da "trade union" (sic), e ad altri elementi di spicco come Violante, Cesare Salvi, e Brutti facenti parte, tra l’altro, del comitato interno per la sicurezza del partito dei Democratici di sinistra.
Invece di scrivere trait d'union (francese) il nostro agente segreto ha scritto il quasi omofono (?) inglese trade union, con risultati grotteschi: da intermediario Folena diventerebbe "sindacato". Potrei dare la stura ai commenti (immaginiamo come gli 007 nostrani possano capirsi in inglese con gli omologhi di altri paesi nel coordinamento per la lotta al terrorismo internazionale; mettiamo che qualcuno della CIA legga trade union e capisca "sindacato", potrebbe intendere che si tratti di un combattivo sindacalista; Pio Pompa è un nome in codice?), ma la cosa si commenta da sé.
Passare da un sito all'altro, piluccare qualche informazione, seguire un link, poi un altro, vedere un video, controllare la posta e tornare al sito precedente... sì, ma che cosa stavo cercando? Capita a volte di perdersi in rete sia quando si naviga per diporto sia quando si è concentrati in ricerche per lavoro. La BBC racconta di uno studio svolto dall'agenzia YouGov: su 2412 adulti nel Regno Unito più del 60% ammettono almeno il wilfing occasionale, il nuovo passatempo inglese (e non solo); i britannici possono passare un tempo equivalente a due giorni lavorativi al mese distratti da siti di shopping, notizie e viaggi. (In Italia su Corriere.it e LaStampa.it.)
WILF è un acronimo che vuol dire "What I was looking for?", che cosa stavo cercando? e appartiene alla famiglia di nimby (not in my backyard), dink (double income no kids), spool (simultaneous peripheral operation online) ecc.
Marco Varone auspica motori di ricerca più efficienti per evitare il wilfing involontario, cioè essere catturati da distrattori mentre si naviga per lavoro, forse anche un web semantico, che permetta di etichettare i dati in modo da attribuirvi un senso e rendere le interrogazioni più produttive.
Immaginate di essere in biblioteca: gli elementi sono suddivisi in categorie, le collocazioni ci portano a trovare quello che cerchiamo: prima interroghiamo il motore di ricerca (uno schedario, anche online), e poi ci rechiamo allo scaffale desiderato. Prendiamo il libro, ma poco più in là c'è quell'altro libro interessante. Come si chiama già quell'altro autore? Però è nell'altra stanza, andiamo a vedere, il libro non c'è ma ce n'è un altro, che è molto più stimolante del primo che stavamo cercando (ma cos'è che stavamo cercando?). Che il wilfing sia parente pigro della serendipità? (Per un parallelo tra il Web e la borgesiana Biblioteca di Babele, Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino, pp. 86-87, Tascabili Bompiani.)