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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Con 361 voti a favore, 75 contrari e 28 astenuti la Camera ha approvato la riforma dell'articolo 12 della Costituzione con l'aggiunta della della frase (Ansa):
L'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali.
Hanno votato contro Prc e Lega. Il provvedimento, come usa dire, passa ora all'esame del Senato. La documentazione e l'iter parlamentare sono sul sito della Camera.
Un anno fa qualcosa di simile accadde negli Stati Uniti, quando il Senato votò un emendamento al Comprehensive Immigration Reform Act of 2006
[to] preserve and enhance the role of English as the national language of the United States of America
ma si trattava della legge sull'immigrazione e non della costituzione. Nel 1992 La costituzione francese venne modificata all'articolo 2 con l'aggiunta della frase: La langue de la République est le français.
Che la lingua italiana entri ufficialmente a far parte della Costituzione solleva riflessioni linguistiche, politiche e sociali. La prima domanda che mi pongo è: era davvero necessario? Non è già un dato di fatto che l'italiano sia la lingua della pubblica amministrazione, delle scuole, dei giornali, della nostra vita quotidiana? La lingua italiana non fa già parte della Costituzione materiale del nostro Paese? La Costituzione deve diventare una sorta di enciclopedia che tutto comprende, definisce e norma?
Dal punto di vista politico Lega e Rifondazione hanno votato contro per opposti motivi: per la Lega si corre il rischio di indebolire l'identità locale e le lingue e i dialetti regionali, per Rifondazione (leggete l'accorato intervento di Franco Russo che cita De Mauro, Accademia della Crusca e, a sorpresa, ma neanche tanto, Chomsky) si tratta di un atto identitario che colpisce il pluralismo e, come riporta Massimo Gramellini su La Stampa di oggi, potrebbe costituire un ostacolo alla concessione della cittadinanza agli immigrati.
Si badi bene, però, nell'articolo 12 così come modificato dalla Camera si parla di lingua ufficiale e non nazionale: è la lingua usata e da usare pubblicamente, ma non la lingua unificatrice della nazione, del sentimento di appartenenza a una comunità. La lingua degli affetti, della propria nazione ideale, il legislatore concede, è locale, privata e tutelata se minoritaria (Gian Luigi Beccaria su La Stampa di oggi). Da notare come nella costituzione francese non compaia nessuno dei due aggettivi.
Un'altra domanda è: sancire per legge l'ufficialità dell'italiano serve ad arginare l'ondata di lingue straniere in arrivo con l'immigrazione? Lasciamo da parte tutte le discussioni - sacrosante - sull'arricchimento culturale derivante dall'incontro di lingue, religioni e civiltà diverse, ma a livello burocratico le pubbliche amministrazioni in molti casi dispongono di mediatori culturali e fanno tradurre (che sia fatto in modo adeguato è un altro discorso) i documenti rivolti alle etnie/culture principali: per esempio il sito del Comune di Torino è in varie lingue e si spera che altre grandi città facciano lo stesso.
Come dare torto a Gramellini quando dice:
Ma quale migliore prova della volontà di integrazione di un extracomunitario che la conoscenza della lingua del Paese in cui vive? I ghetti si nutrono di incomunicabilità. E i muri si sfondano con i dizionari.
La lingua italiana è una forza aggregante di per sé: tutti i giorni vedo bambini "stranieri" in età scolare rispondere in italiano ai genitori che parlano loro in rumeno, russo, arabo ecc. Dopo qualche anno i loro abiti diventano "italiani", perfino i tratti somatici sembrano conformarsi a quelli del paese dove vivono o sono nati.
I dizionari sfonderanno i muri, ma bisogna avere la forza di lanciarli (o almeno di aprirli).
Sono nell'ambulatorio di allergologia, con le braccia piene di microfori in attesa di un risultato scontato: sono allergico alle polveri domestiche (vari tipi di acari), grazie, lo so da almeno quindici anni. Sul muro di fronte a me c'è un elenco di alcuni numeri di telefono di reparti e ambulatori, scritto a mano su un foglio a quadretti: cardio, neuro, nefro, chiru, ma pediatria e ginecologia per esteso. A parte "neuro", entrato nel lessico corrente, per gli altri si tratta di slang ospedaliero: cardiologia, neuropsichiatria/logia, nefrologia e chirurgia, slang che mi è noto da decenni in quanto figlio di ospedaliera. Sono accorciamenti: quando il termine è lungo o complesso nel registro colloquiale si taglia all'inizio e così abbiamo auto, bici, caccia, ciano, cine, coca, diapo, disco, eco, frigo, raga, stereo e molti altri.
In inglese è un fenomeno diffusissimo (si chiamano clippings o clipped words) già dal XVI secolo, tanto che Swift all'inizio del XVIII secolo si opponeva alla riduzione del latino "mobile vulgus" a mob. Alcuni esempi inglesi: ad, bra, bicarb, chimp, deli, lab.
Per tornare al contesto sanitario, in inglese c'è un'abbreviazione che non esiste in italiano: gynae, gynie, forma colloquiale per dire ginecologia (anche il reparto) e ginecoloco, probabilmente per la difficoltà di pronunciare gyn(a)ecology, gyn(a)ecologist, come potete testare suol Webster online. Saputolo, l'abbiamo subito italianizzato, per cui tra noi parliamo ormai solo di gino (o gina, se donna).
Quante volte ci siamo sentiti dire questa frase da un nostro insegnante? Avevamo tradito la sua fiducia, avevamo fatto un errore che non avremmo dovuto commettere, e mentre ci guardava tra il sardonico e il deluso ci apostrofava come Cesare si rivolge a Bruto, Tu quoque? "Tu quoque cosa?" ribattevo io, convinto che Cesare aveva poco da lamentarsi. Ma all'epoca non sapevo che Cesare probabilmente non pronunciò mai il celeberrimo Tu quoque Brute, fili mi.
Mi ci ha fatto pensare Bill Poser su Language Log che nel post The Ides of March riporta un noto passo di Svetonio:
Atque ita tribus et viginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine voce edito, etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse: καὶ σὺ τέκνον.
[traduzione approssimativa: e così fu pugnalato ventitré volte senza pronunciare una parola, ma solo con un gemito alla prima pugnalata, e alcuni narrarono che disse (in greco) a Marco Bruto che si lanciava verso di lui: anche tu, figlio.]
Cesare si rivolge a Bruto in greco, cosa possibile ma non certa (tradiderunt, alcuni hanno riportato, scrive lo storico romano), dicendogli: anche tu, figlio? Ma il problema è solo all'inizio.
Da una parte Shakespeare (Julius Caesar III,1 77) nel momento supremo mette in bocca a Cesare parole latine:
Et tu, Brute?- Then fall Caesar!
Ma la sua è una citazione di seconda mano: l'espressione non compare in alcun testo classico, ma appare per la prima volta in The True Tragedie of Richard Duke of Yorke (1595), e forse è presa da testi andati perduti. Diventa in seguito una sorta di frase fatta teatrale. Poi passa come citazione latina nella lingua inglese.
Dall'altra parte abbiamo la tradizione/traduzione Tu quoque Brute, fili mi, che si impone come sentenza latina in italiano, ma come sia arrivata in questa forma non è chiaro. Temo che la sua diffusione sia dovuta al suo uso come frase esemplare del vocativo maschile di meus, e a torme di studenti rei di aver tradito la fiducia di qualche insegnante.
Questo testo va tradotto in montenegrino, ci chiede un cliente. Il Montenegro si è separato dalla Serbia nel 2006, ma il montenegrino che lingua sarà mai? In Montenegro non si parla il serbo? Un sito come Ethnologue non lo cita tra le lingue parlate in quel paese (anzi lo definisce come alternate name di Serbian), nei dizionari "montenegrino" non è (ancora) una lingua. Da una richiesta apparentemente semplice nasce un problema di non poco conto.
Il sito montenegro.org dà una descrizione del montenegrino, così come Wikipedia, ma forse la prospettiva a me più utile è quella di John Yunker e Michael Kaplan, che accennano ai problemi di localizzazione nella nuova lingua.
Mirjana Tomic sull'Herald Tribune descrive le spinte centrifughe linguistiche della ex Jugoslavia:
In my country of birth, there were three official languages: Serbo-Croatian, Slovenian and Macedonian. Serbo-Croatian was spoken in four republics, each now an independent state (or about to be one): Serbia, Croatia, Bosnia-Herzegovina and Montenegro. Now, each independent state has its own language, that is, Serbian, Croatian, Bosnian and Montenegrin.
Slovenian and Macedonian are, in fact, different languages, but most people in all the republics spoke or understood the language previously called Serbo-Croatian. Now, when I speak with my friends from different parts of former Yugoslavia, we still communicate in the same tongue, but we each call it, "our language." That way, all misunderstanding is avoided.
Ma se tutti chiamano in modo diverso la stessa lingua, il traduttore come deve tradurre? E soprattutto cos'è il montenegrino? Un dialetto? Una variante?
Su Inter@lia si legge (qui in pdf) una descrizione chiara:
La lingua conosciuta fino all'inizio degli anni Novanta come serbo-croato ha in seguito semplicemente preso il nome di serbo. Il serbo è anch'esso basato sul dialetto stokavo. La carta costituzionale dell'Unione di Serbia e Montenegro non contiene alcun riferimento all'uso delle lingue. La Costituzione della Repubblica di Serbia afferma che la lingua ufficiale è il serbo-croato; la Costituzione della Repubblica di Montenegro entra tuttavia più nel dettaglio, specificando che la lingua ufficiale è la lingua serba basata sul dialetto jekavo. La sfumatura è importante.
Lo jekavo è una delle tre principali suddivisioni del dialetto stokavo, insieme all'ekavo e all'ikavo. Dal momento che in Serbia la variante prevalente è l'ekavo, asserire che in Montenegro la lingua ufficiale è invece il serbo-jekavo apre la porta a possibili rivendicazioni di "autonomia linguistica". Nel censimento del 2003, più del 20% della popolazione ha indicato il "montenegrino" come lingua-madre (il 60% ha indicato il serbo). Nell'ottobre 2004, ha avuto luogo a Podgorica una Conferenza internazionale sulle norme e codificazioni della lingua montenegrina, organizzata dall'Istituto per la lingua e la filologia montenegrina. Il governo attuale sembra anche considerare in modo favorevole il riconoscimento del montenegrino quale lingua indipendente.
Certo, è una sfida, come la vede Yunker, ma anche un bel problema. Cambiano i confini, nascono nuovi stati (l'Europa è ben diversa rispetto al mio Atlante di inizio anni '80), si "creano" nuove lingue: in un certo senso sembra di assistere in diretta alle cose che abbiamo letto sui libri. Quasi sempre le modalità di nascita e diffusione di una lingua sono meno "eufemistiche" di quanto ci abbiano fatto credere.
Una fiammella di interesse per i cognomi italiani è stata alimentata qualche tempo fa da Geoffrey K. Pullum su Language Log con il post Give yourself an Italian name! e da LanguageHat. Pullum racconta di un ristorante americano dove vengono date delle matite colorate ai bambini, che sono invitati a trasformarsi in artisti italiani aggiungendo -elli al proprio cognome, con esiti italianamente improbabili come Wlachelli. Ma, Pullum si chiede, -elli è un tipico suffisso per i cognomi italiani? LanguageHat rileva come fatto divertente l'origine italiana del cognome Mancini, che vuol dire "left-handed".
A prima vista anch'io mi stupisco del suffisso -elli come rappresentante dell'italianità, però nel libro che sto leggendo ora, The Alienist di Caleb Carr, una delle vittime è un ragazzino di origine siciliana che si chiama Georgio Santorelli, e questo mi fa pensare che per alcuni americani -elli sia uguale a italiano.
In linea di massima i nomi in -i sono patronimici e significano "figlio di", come mac, -son, -sen, ibn, ben ecc. La fonologia del cognome può inoltre essere utile per capirne le origini geografiche. A ciò possiamo aggiungere l'aiuto di siti come GENS, in cui inserendo il cognome se ne vede la diffusione geografica. Non so su quali basi si fondi, tuttavia per valutare a grandi linee la distribuzione e le tendenze mi sembra affidabile.
Stando a questo sito, Santorelli non è diffuso in Sicilia, ma si trova soprattutto in Campania. Altri nomi in -elli come Gabrielli, Antonelli, Simonelli, Agostinelli ("figlio di" è evidente nel nome stesso) sono diffusi soprattutto al centro e al nord, ma quasi assenti al sud, fatta eccezione per la Campania. I Rutelli sono politicamente sovrarappresentati rispetto alla presenza sul territorio. In generale, anche se diffusi, i cognomi in -elli sono certo italiani, ma non i cognomi italiani per eccellenza. Secondo GENS nello stato di New York, dove è ambientato il libro di Carr, ci sono diversi Santorelli.
Legando invece geografia e fonologia possiamo vedere la distribuzione di cognomi "sinonimi": Ferrero, Ferrari, Ferraro, Ferraris. Ferrero è in gran parte concentrato in Piemonte, come cognomi tipicamente piemontesi con esito in-ero quali Chiappero, Oggero, Panero. Ferrari è diffusissimo in tutto il nord, con punte in Emilia, Lombardia e Liguria. Ferraro si concentra in Lombardia, Piemonte, Veneto, Campania, Calabria e Sicilia; Ferraris in Piemonte, come Caligaris (ma Calligaris in Friuli).
Se tanto mi dà tanto, Tony Manero è di origine piemontese, probabilmente di Moncalieri o Vigone.
Mi ero illuso di aver capito qualcosa di fratelli e fratellastri inglesi, ma non avevo fatto i conti con i cugini. Da poco ho scoperto l'esistenza di parallel cousins e cross cousins. Un parallel cousin è il figlio del fratello di mio padre o della sorella di mia madre, il cross cousin è il figlio della sorella di mio padre o del fratello di mia madre. La distinzione è antropologicamente importante, giacché in alcune culture è permesso il cross cousin marriage ma non il parallel cousin marriage.
Mentre dizionari e siti in inglese riportano ampiamente questi termini, lo stesso non si può dire dell'italiano, dove i termini cugini "paralleli/cugini incrociati" sono diffusi solo in ambiti ristretti (ammesso che non si tratti di una traduzione dall'inglese).
Ovviamente non finisce qui: se mia sorella e io sposiamo un fratello e una sorella i figli delle due coppie saranno bilateral cross cousins (cugini incrociati bilaterali?), e questo perché sono figli della sorella del padre e contemporaneamente figli del fratello della madre dei cugini. Rimando a questo sito per una spiegazione grafica chiara e per l'inevitabile tripudio di genitivi sassoni. E per il momento è meglio non infierire con half cousins, ortho-cousins, kissing cousins, cousins-in-law, cousins-once-removed, Scotch cousins ecc.
Questa è la storia di un'avventura che ha come protagonisti un software di traduzione assistita, un suo utente e la blogosfera.
Tre mesi fa il mio SDL Trados 7.1 decide che non è più il caso di funzionare, e si pianta ogni volta che faccio una qualsiasi operazione. Per lavorare sono costretto a riutilizzare il 6.5, con qualche problema, visto che le memorie in 7.1 non possono essere aperte con il 6.5.
Cerco sulla knowledge base del sito di Trados, non trovo nulla, e allora mi decido a contattare direttamente l'assistenza, compilando con diligenza il modulo online. Ricevo immediatamente una risposta: poiché non hai un contratto di assistenza, non possiamo garantirti una tempistica certa per la risposta. Per carità, capisco perfettamente, ma sono in coda e prima o poi sarà il mio turno. Dopo qualche giorno vengo contattato telefonicamente dal support, ma il mio entusiasmo è immediatamente spento quando capisco che è una telefonata che ha lo scopo di vendere il servizio di assistenza. E il mio problema in sospeso? Lo risolveremo, non ti preoccupare.
Poi Riccardo Schiaffino sul suo blog About Translation dice di essere riuscito a entrare in contatto con Keith Laska, Vice President, SDL TRADOS Technologies, dopo aver letto sull'ATA Chronicle l'invito a contattarlo direttamente. Forse, pensa Riccardo, SDL Trados ha cominciato a muoversi nella direzione giusta. Commento il suo post dicendo: beh, ti puoi ritenere fortunato, in due mesi nessuno si è occupato di me se non per vendermi dei servizi. E qui comincia l'avventura.
Il Worldwide Customer Satisfaction Manager di SDL Trados legge il mio commento, arriva su Poeta Selvaggio, e scrive all'e-mail in Contatti: mi dispiace, dice, dammi il tuo numero di telefono e ti chiamo. Invio una mail e dopo poco mi telefona: mi dispiace per i tuoi problemi, sono tutto sommato banali, basta una patch, ti do subito l'indirizzo del sito per scaricarla, comunque se sottoscrivi il contratto di assistenza avrai parecchi vantaggi ecc. Ovviamente capisco che anche questa è una telefonata con fini di vendita, ma con una strategia furbetta: prima ti faccio vedere quanto sono solerte e così sei invogliato a sottoscrivere il contratto. Scarico la patch e, sorpresa, non è adatta alla 7.1. Scrivo di nuovo al WCSM, e dopo non più di un minuto mi chiama dicendo che aggiornerà il mio Trados alla versione 2006. Dopo pochi minuti mi arriva la mail che mi annuncia che posso scaricare la nuova versione.
Non funziona. Invio immediatamente il log degli errori e un file Word in cui si vede cosa succede quando provo ad aprire un segmento.
Dopo 3 settimane senza risposta riscrivo al Worldwide Customer Satisfaction Manager che immediatamente mi contatta e mi dice che mi manda una seconda patch.
Reinstallo la seconda patch, esporto le memorie come mi viene indicato, ma il problema si ripresenta identico. Mi viene il dubbio che sia un problema del mio computer (installato su un altro computer il software funziona senza problemi), senonché decido di studiarmi a fondo le release notes della nuova versione. Dicono che sono stati risolti un mucchio di problemi, compresi i crash derivanti da un non corretta installazione del font Arial: i sintomi descritti sono esattamente gli stessi che ha il mio TagEditor. Disinstallo il font, lo reinstallo e, tadaaa, tutto funziona. Tre mesi dopo. Un aggiornamento e due patch dopo. Qualcosa mi fa pensare che se l'assistenza avesse letto bene le mie mail che descrivevano in modo dettagliato il problema avrei risolto la questione in pochi minuti (per fare un esempio, continuavano a darmi le istruzioni per la versione Freelance, che non è la mia). Ma preferiscono darti una versione nuova del programma, e una risposta standard pensando che tutto si risolva.
Le riflessioni, come immaginate, sono molteplici.
1) Probabilmente in SDL Trados qualcosa è cambiato, vogliono "accontentarti", in modo che la valutazione positiva possa far sì che compri altri prodotti e servizi.
2) Se non avessi scritto il commento su About Translation avrei ottenuto lo stesso risultato scrivendo un'e-mail?
3) Evidentemente alcuni blog di traduttori sono considerati importanti dall'industria e vengono monitorati. Da qui le domande: se questo accade, siamo effettivamente liberi di esprimerci sul nostro blog, in mailing lists e in tutti i luoghi sociali di Internet? Chi mi ha contattato teme che una critica sul Web si espanda e si diffonda con effetti imprevedibili?
Forse i blog sono davvero diventati strumenti efficaci.