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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
In una traduzione tecnica da inglese a italiano una collega si imbatte in questa frase:
...the values represent a code or pneumonic used by the customer....
Che cos’è ’sto pneumonic? Ricerche in vari dizionari danno esito negativo: la parola significa “polmonare/polmonitico”, e poco ha a che fare col contesto tecnico in questione. Finché la traduttrice non trova questo sito, che ci mette sulla buona strada. Pare che in inglese le pronunce di pneumonic e mnemonic siano così simili (nju'monik/ni'monic ) che le due parole sono talvolta confuse, forse anche perché hanno un che di specialistico/esotico. Dunque la parola giusta nel nostro caso è mnemonic = espediente mnemonico (qualcosa tipo “ma con gran pena le reca giù”). Se anche Wikipedia avverte che mnemonic non va confuso con pneumonic vorrà dire che la questione sarà sentita dai parlanti inglesi (come per esempio qui).
C’entrerà questo con il mio problema? Da sempre soffro di una sorta di dislessia digitativa, non riesco a scrivere con la tastiera il gruppo pneu, e ogni volta scrivo penu, per cui evito di tradurre e/o rivedere testi di carattere automobilistico, perché li popolerei di penumatici, che come nel caso della frase con pneumonic, pur avendo una possibilità di esistere come parole o cose, con le auto poco c’azzeccano. Soprattutto voglio evitare gli sghignazzi delle colleghe. E poi come dovrei dire, il penumatico o lo penumatico?
Ho fatto un account su LibraryThing. È un sito sul quale è possibile catalogare i propri libri, fino a 200 libri è gratis, oltre 200 la quota associativa è relativamente abbordabile. Catalogare i libri è piuttosto semplice, basta inserire il titolo o l’ISBN e il motore di ricerca cerca nei database a disposizione, da Amazon all’Accademia della Crusca (circa una novantina). Se il libro è rintracciato in uno di questi siti, è aggiunto al catalogo automaticamente con tutti i dati. L’aspetto interessante è che LibraryThing è una biblioteca “sociale”: per ogni libro si sa quante persone lo possiedono, che giudizio ne danno, le recensioni, quali libri sono considerati simili (ogni libro è etichettato con tag) ecc. Curiosa la funzione UnSuggester: chi per esempio possiede Homage to Catalonia di George Orwell è improbabile che possieda Cerulean sins di Laurell K. Hamilton o Can you keep a secret? di Sophie Kinsella. Chi apprezza White teeth di Zadie Smith può evitare di leggere le opere di John Eldredge.
Nel profilo di ogni utente sono elencati i suoi libri e quanti utenti possiedono gli stessi libri. E qui sono rimasto allibito. Il mio catalogo contiene solo 41 libri, quasi scelti a caso e per lo più in inglese, ma scopro che ci sono utenti che condividono fino a 18 libri con me! Questo mi porta ad alcune considerazioni.
In fondo non è così strano, se consideriamo che con le nostre letture ci auto-iscriviamo a profili culturali quasi-predefiniti. Per quanto possiamo ritenerci lettori creativi, per quanto non seguiamo consigli e recensioni, in qualche modo le nostre scelte possono essere pilotate. Oltrettutto, nel mio caso, comprando per lo più libri in inglese in Italia compro quello che vogliono farmi trovare. (E non è detto che Amazon non contribuisca a farmi comprare quello che vuole lui). Se poi teniamo conto del fatto che i miei libri più condivisi sono di autori quali J. Coe, J.S. Foer, D. Lodge, J. Heller, S. Pinker, R.M. Pirsig, più qualche classico come Dickens, Swift o Melville, il mio profilo è bello che fatto.
Ricostruire un profilo culturale e di lettore attraverso i libri... Mi chiedo se la polizia o i carabinieri abbiamo degli esperti o dei profiler che entrando in una casa possano ricostruire la psicologia di lettori seriali (vittime o assassini) sulla base dei libri posseduti. Con Colombo sarei fritto: nell’episodio “Prova d’Intelligenza” (The Bye-Bye Sky High I.Q. Murder Case) il tenente demolisce un ingegnosissimo alibi: il colpevole ha architettato un marchingegno azionato da un giradischi che fa cadere un dizionario (secondo alcuni il Webster) per riprodurre il rumore di un corpo che cade a terra dopo essere colpito da un proiettile. Prima il colpevole uccide la sua vittima e poi fa scattare il marchingegno mentre lui è a un in compagnia di altri al piano inferiore. Troppi dizionari nella mia libreria...
È uscito recentemente No promises, il secondo disco dell’ex modella torinese Carla Bruni. Il primo disco si iscriveva nella tradizione degli chansonnier francesi, in questa seconda opera la Bruni ma messo in musica dieci poesie inglesi. Il titolo dell’album è legato alla poesia di Christina Georgina Rossetti Promises like pie-crust. In un’intervista a Tgcom la cantante afferma:
La promessa per la Rossetti è una menzogna, e lei chiede di non promettere. È un concetto che rifiuta il legame, è qualcosa molto coraggioso da parte sua, e non a caso, da quel che sappiamo, la poetessa ha vissuto da sola tutta la vita. Per me la promessa più che una menzogna è una speranza, anche se rischia di rimanere tale per sempre.
Testualmente Christina Rossetti scrive:
Promise me no promises,
So will I not promise you:
Keep we both our liberties,
Never false and never true:
Let us hold the die uncast,
Free to come as free to go:
For I cannot know your past,
And of mine what can you know?
Promettimi di non farmi promesse, promettimi di non promettermi.
Non conosco molto la poetessa inglese, i miei testi di letteratura ne fanno appena accenno, ma il primo verso mi pare una classica antinomia: promettimi di non farmi promesse, ma se lo fai mi hai fatto una promessa e quindi non hai mantenuto la promessa! L’antinomia è irrisolvibile: la poetessa vuole promesse o no? D’altra parte “So I will never promise you” non è forse una promessa?
Si tratta di una variante dell’antinomia del mentitore (qui Odifreddi): Socrate ateniese afferma che tutti gli ateniesi mentono. Se Socrate mente sta dicendo il vero, se sta dicendo il vero allora mente. (Un’altra antinomia da film di Van Damme è: unica regola: non ci sono regole). Ma la Rossetti lo fa con un atto linguistico: con la promessa il parlante si impegna ad un’azione futura: ti chiedo di fare ciò che ti impegni a non fare.
Forse allora la promessa non è menzogna, ma è paradosso irrisolvibile, antinomia del linguaggio e dell’azione.
Se la Bruni non fosse d’accordo con la sua città, diremmo: Carla torinese afferma che i tutti i torinesi mentono?
Visto e sentito per la prima volta su Scrubs, l’air band è un gruppo di persone che mima di essere un gruppo musicale suonando strumenti immaginari (si veda appunto il filmato). Forse è un’estensione dell'air guitar, immaginaria chitarra suonata con particolare trasporto e di cui esiste perfino un campionato del mondo. Se volete esercitarvi potete acquistare su Amazon The Best Air Guitar Album inthe World... Ever in diversi volumi. (Lo confesso: il solo sentire il riff di All right now mi fa venir voglia di suonare la mia air guitar, una Fender Stratocaster del '72.)
Com’è tipico dell'inglese, l’espressione diventa verbo (I was air-guitaring) e modificatore (air-guitar hero). In una air band, oltre all’air guitar non possono mancare air drum, air bass e air keyboards. Se air band è in lista d’attesa per far il suo ingresso nei dizionari, l’air guitar è ormai un habitué, con diverse occorrenze anche nel British National Corpus. Quanto alla traduzione qualcuno propone “chitarra invisibile”, anche se non mi dispiacerebbe “chitarra d’aria” o “chitarra aerea”.
In Australia hanno creato una maglietta che genera le note che si fa finta si suonare, grazie a sensori che registrano i movimenti del braccio. Ma in questo modo non bisogna saper suonare davvero la chitarra?
Nel test per lettori proposto da liseuse, e che ha avuto uno straordinario successo, forse la blogger ha volutamente tralasciato una domanda: quale libro portereste su un’isola deserta? Io risponderei come Stanley Baldwin.
Mercoledì 6 giugno 1928 è il giorno del derby, ma passerà alla storia perché si festeggia la pubblicazione dell’Oxford English Dictionary; ciò avviene con un sontuoso banchetto nel cui menù compaiono anche biscotti italiani (e parecchi vini). È presente, tra le molte autorità, il RT. Hon. Stanley Baldwin, il primo ministro inglese. Uno dei primi premier a non avere radici nell'aristocrazia terriera, Baldwin proviene dai ceti medi imprenditoriali, è proprietario di ferriere, e durante la guerra se l’è cavata piuttosto bene, tanto da donare al paese un quinto della sua fortuna. Nelle foto che lo ritraggono davanti al n. 10 di Downing Street appare con l’immancabile ombrello e i pantaloni piuttosto corti. Ebbene, questo industriale del ceto medio pronuncia un discorso che, nonostante la retorica e le citazioni bibliche, è interessante e per nulla noioso:
Lord Oxford once said that if he were cast on a desert island, and could only choose one author for company, he would have the forty volumes of Balzac. I choose the dictionary every time. Like Ezekiel in the valley of dry bones, I should pray for the four winds to breath upon those words, that they might emerge and stand upon their feet an exceeding great army. Our histories, our novels, our poems, our plays - they are all in this one book. ... I choose it, and I think that my choice would be justified. It is a work of endless facination. It is true that I have not read it - perhaps I never shall - but that does not mean that I do not often go to it.
[Lord Oxford una volta disse che se se fosse finito su un’isola deserta e avesse potuto scegliere un solo autore come compagnia, avrebbe scelto i quaranta volumi di Balzac. Io scelgo il dizionario, decisamente. Come Ezechiele nella valle delle ossa inaridite, pregherei perché i quattro venti soffiassero su quelle parole, così che esse potessero sollevarsi e in piedi formare un esercito immenso. Le nostre storie, i nostri romanzi, le nostre poesie, il nostro teatro sono tutti in quest’unico libro... Lo scelgo, e credo che mia scelta sarebbe giustificata. È un’opera dal fascino inesauribile. È vero che non l’ho letto, e forse non lo farò mai, ma questo non significa che non vi ricorra spesso.]
Fonti:
Examining the OED - Historical documents
Simon Winchester, The Meaning of Everything: The Story of the Oxford English Dictionary
David Cannadine, Declino e caduta dell'aristocrazia britannica
Leggendo e ascoltando i fatti di questo periodo in Somalia sentiamo usare indifferentemente gli aggettivi/nomi etìope/etiopico, talvolta all’interno dello stesso giornale e senza che l’uso dell’uno o dell’altro sia ascrivibile a qualche regola (si vedano per esempio i link correlati sulla destra di questo articolo di Repubblica, o questo articolo dove truppe etiopi si alterna a truppe etiopiche). Se consultiamo i dizionari, il De Mauro li considera sinonimi, ma attribuisce a etiopico anche un senso antropologico (di razza, caratterizzata da fattezze facciali di tipo europoide associate a caratteri tegumentari e forme corporee di tipo negroide, diffusa nell'Africa orientale e spec. sull'altipiano etiopico) e linguistico (lingua di ceppo semitico, parlata in Etiopia), mentre lo Zingarelli aggiunge a etiopico il solo senso linguistico.
Ho chiesto un parere a Mauro Tosco, professore di Linguistica africana e Lingua e Letteratura somala presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, che mi ha risposto:
Premesso che io uso sempre etiopico e così sento in genere fare anche in ambito “accademico”, la regola che ho imparato è la seguente: Etìope è un sostantivo e si riferisce all’individuo; quindi “gli Etiopi vivono...”; etiòpico è un aggettivo, quindi: “il governo etiopico”, ecc. A me etìope dà un senso di antiquato (coloniale ?!?) e, forse perché etìope è anche in qualche modo irregolare per la morfologia derivazionale italiana, etiopico mi sembra più semplice. Forse questo è anche il motivo per cui etiopico si sta imponendo, mi sembra.
Doveva essere il 2000. All’epoca lavoravo alla prima edizione del dizionario e mi toccò in sorte finishing. Dovendo svolgere un’accezione calcistica, inserii questo esempio:
SPORT. (in football) Filippo’s finishing is deadly Filippo è un grandissimo realizzatore
ispirandomi a Filippo (Pippo) Inzaghi, in quel periodo attaccante della Juventus.
Tramite amici comuni (la cosa ancora mi stupisce, che io potessi in qualche modo essere collegato ai giocatori della Juve), Inzaghi lo venne a sapere e mi fece pervenire una sua foto con dedica.

La dedica recita:
Un grazie a Nicola per tutte le volte che mi ha ricordato nel vocabolario!
All’apice della carriera, circondato dalla fama e da intraprendenti fanciulle, il calciatore sentì la necessità di ringraziare l'umile redattore per averlo inserito in un esempio di dizionario. Mica avrà pensato che in futuro qualcuno possa ricordarlo più per questo che per i suoi rapinosi gol?
Sul pullman che a Torino collega la stazione ferroviaria di Porta Nuova con l’aeroporto di Caselle è presente una scritta luminosa che segnala le fermate, e una voce registrata annuncia la prossima fermata sia in italiano sia in inglese. Decisamente un’ottima idea, nell’ottica di far diventare Torino città turistica e internazionale, sulla scia delle Olimpiadi invernali. Senonché la voce inglese orgogliosamente scandisce il nome della prima fermata dopo Porta Nuova in questo modo:
3, St Martin Avenue
che essendo a Torino si tratta ovviamente di corso San Martino, 3. Lasciamo pure perdere il vano dibattito se sia giusto tradurre corso con “avenue” (così come è bene sorvolare sulla successiva fermata di Borgaro Street), ma certo una traduzione toponomastica di questo genere suscita non poche perplessità.
I campioni della traduzione a tutti i costi sosterranno che diciamo Quinta Strada e non “Fifth Avenue” (si noti però avenue = “strada”) e Ponte dei Frati Neri per “Blackfriars Bridge”. Però a Londra scendo alla stazione di Blackfriars e non dei Frati Neri, e non mi sognerei di cercare il Giardino degli Animali a Berlino o viale San Michele a Parigi. Se dobbiamo valutare l’utilità come requisito minimo di una traduzione, la traduzione di una via non è utile a nessuno. A meno che non cerchiate la chiesa di San Martino al Campo in piazza Trafalgar, dove nonostante i lavori di ristrutturazione un cartello informa “Business as usual”.