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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

domenica, 24 dicembre 2006
Elefanti e leoni in Piccadilly Circus

As I did walk by Hampstead Fair
I came upon Mother Goose -- so I turned her loose --
she was screaming.
And a foreign student said to me --
was it really true there are elephants and lions too
in Piccadilly Circus.

In Mother Goose, canzone dei Jethro Tull (Aqualung, 1971), uno studente straniero chiede al narratore se ci sono elefanti e leoni in Piccadilly Circus, probabilmente ignorando che non si tratta di un circo, ma di una sorta di piazza londinese approssimativamente circolare in cui convergono diverse strade (qui una versione del '91 del brano). Per sicurezza controlleremo anche noi nei prossimi giorni!

Postato da: poetaselvaggio, 24/12/2006 18:54 | link | commenti
riletture

domenica, 17 dicembre 2006
C'è simpatia tra di noi

Sulle mailing list tipo Langit frequenti sono le richieste di informazioni sulle agenzie di traduzione. Le risposte solitamente sono di questo tenore:

Sono simpatici, disponibili e pagano regolarmente.

Capisco che il traduttore freelance sia spesso chiuso nel suo stanzino, talvolta vestito in tute deformate e con le matite a fermare i capelli (se donna), e che il rapporto umano simpatico sia importante, ma io trovo queste risposte, come dire, incomplete se non offensive.

Queste risposte appartengono a quella categoria che chiamerei della implicazione (uso il termine con significato pre-logico/linguistico): data una scala di valori se ne indica uno inferiore per implicare che non si può applicare quello superiore, per cui se tra:
bello
intelligente
simpatico

dico che uno è simpatico, implico che non è né bello né intelligente, almeno non nella misura in cui è simpatico. Insomma, “simpatico” diventa un eufemismo per “non bello”. E questo genere di reticenza al limite dell’eufemizzazione è, per chi lavora in un’agenzia di traduzione, per chi quotidianamente è preso tra clienti e traduttori, tempo e qualità, budget e budget, irriguardoso.

È ora di dare il giusto riconoscimento a questi professionisti che fanno dell’abnegazione e dell’amore per il proprio lavoro la loro quasi-ma-ovviamente-non-totale ragione di vita. È ora di dare adeguato risalto alla bellezza, all’avvenenza di project manager e traduttori/revisori interni. Simpatico va bene, ma non basta. Direste che Brad Pitt è simpatico? Non credo, pur essendo la sua simpatia un fatto conclamato e certamente importante per la sua carriera cinematografica. Ma soprattutto, per fare un esempio cogente, direste che le traduttrici raffigurate mentre utilizzano Trados sui siti relativi, sedute con i loro candidi top davanti a fiammeggianti laptop su alte montagne degne di un racconto zen, alle prese con colleghi dubbiosi e forse ottusi, o che incitano a prepararsi con sguardo ammiccante e neo vezzoso, sono simpatiche?

Postato da: nicpoeta, 17/12/2006 18:08 | link | commenti (10)
intraduzioni

martedì, 12 dicembre 2006
La pronuncia del dittatore

Ma come si pronuncia “Pinochet”? In radio e televisione si sente un po’ di tutto, noi ricordiamo di aver sentito e detto pinoscé, alla francese, ma chi mastica un po’ di spagnolo sa che questa lingua non ha il suono sc (come in scienza), e ch si pronuncia c come in machete o gaucho, quindi la pronuncia corretta dovrebbe essere pino'chet. Pure gli inglesi sembrano incerti, visto che il New Oxford Dictionary riporta la pronuncia 'pinoscei (si veda anche la BBC), ma il podcast del New York Times propende per pino'scet.

Rimando al post di Eric Baković per approfondire i problemi di pronuncia del nome del dittatore, con esperta analisi degli aspetti fonologici, geografici e dialettali. Su questo sito cileno potete vedere alcuni video per sentire come dicono in Cile. Per chi non lo sapesse l’attuale presidente del Cile si chiama Michelle Bachelet...

Postato da: poetaselvaggio, 12/12/2006 20:47 | link | commenti (1)
semanticamente

venerdì, 08 dicembre 2006
Le dimensioni non contano

Chi l’ha detto che una lingua con più parole (vocaboli, lemmi o come volete chiamarli) permette ai suoi parlanti di esprimersi meglio di una lingua con meno parole? Come se le dimensioni di un dizionario dessero la misura della capacità espressiva di una lingua: chi vince tra Oxford English Dictionary in 20 volumi e Battaglia in 21 volumi? Tra le 250.000 citazioni del Le Grand Robert e le 300.000 accezioni del Das große Wörterbuch der deutschen Sprache?

Non poteva dire meglio Geoffrey K. Pullum su Language Log:

Precision, richness, and eloquence dont spring from dictionary page count. They’re a function not of how well you've been endowed by lexicographical history but of how well you use what youve got. People don’t seem to understand that vocabulary-size counting is to language as penis-length measurement is to sexiness.

Postato da: nicpoeta, 08/12/2006 19:21 | link | commenti
dizionari visionari

domenica, 03 dicembre 2006
La torta di Sally

In Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally..., USA 1989, col, 95’), durante il viaggio da Chicago a New York i due protagonisti entrano in un locale per mangiare qualcosa e ordinano in questo modo (C = Cameriera; H = Harry; S = Sally):

C- Salve, che prendete?
H- Io…
S- Io…
H- … Prendo il numero tre
S- Io l’insalata dello chef ma con olio e aceto a parte, e poi la torta di mele
C- Chef –e- tor-ta di me-le…
S- Ma la torta la voglio riscaldata e non ci voglio il gelato sopra: lo voglio a lato… E che sia di fragola, non di crema se possibile, sennò niente gelato, solo panna. Ma panna vera! Se è in lattina allora niente!
C- Neanche la torta?
S- No, la torta la prendo, ma non riscaldata!
C- Ah ah
S- Beh, che c’è?
H- Niente, niente!

(Grazie a Francesco per aver recuperato lo script in italiano). Vi siete mai chiesti perché Sally non voglia il gelato sopra la torta? Forse avrete pensato che gli americani sulla torta di mele mettano sempre il gelato o che sia normale volere il gelato sulla torta. In realtà Sally ordina qualcosa di più specifico:

I’d like the Chef’s salad, please with the oil and the vinegar on the side. And the apple pie à la mode.

In inglese americano à la mode significa “con sopra il gelato”. Chi ha visto Little Miss Sunshine ricorderà che in una situazione simile Olive chiede cosa voglia dire à la mode e lo zio Frank ne dà una dotta spiegazione (qui la scena in inglese).

separated by a common language si chiede come sia stato possibile che l’espressione che in francese vuol dire “alla moda” si sia trasformata in “con sopra il gelato” e segnala il sito What’s Cooking America dove viene raccontata questa storia:

Apple Pie a la Mode – In the United States, pie a la mode refers to pie (usually apple pie) served with a scoop of ice cream (usually vanilla) on top.

1890s - According to the historians of the Cambridge Hotel in Washington County New York, Professor Charles Watson Townsend, dined regularly at the Cambridge Hotel during the mid 1890's. He often ordered ice cream with his apple pie. Mrs. Berry Hall, a diner seated next to him, asked what it was called. He said it didn’t have a name, and she promptly dubbed it Pie a la mode. Townsend liked the name so much he asked for it each day by that name. When Townsend visited the famous Delmonico Restaurant in New York City, he asked for pie a la mode. When the waiter proclaimed he never heard of it, Townsend chastised him and the manager, and was quoted as saying; "Do you mean to tell me that so famous an eating place as Delmonico's has never heard of Pie a la Mode, when the Hotel Cambridge, up in the village of Cambridge, NY serves it every day? Call the manager at once, I demand as good serve here as I get in Cambridge."  The following day it became a regular at Delmonico and a resulting story in the New York Sun (a reporter was listening to the whole conversation) made it a country favorite with the publicity that ensued.

Postato da: nicpoeta, 03/12/2006 18:51 | link | commenti (1)
intraduzioni

venerdì, 01 dicembre 2006
Il bullismo che viaggia in passeggino

A volte mi capita di leggere alcune notizie e di non far caso ai piccoli dettagli, forse perché le leggo velocemente o perché il dettaglio non è fondamentale nel quadro complessivo. Poi improvvisamente il dettaglio riaffiora e diventa evidente fino a surclassare il senso vero della notizia.

Due settimane fa Panorama ha pubblicato la “Mappa delle violenze” nelle scuole italiane mettendo in giusto risalto (“cavalcando”?) la notizia del momento, il bullismo. Titolo: Arancia scolastica.

Sono state raccolte storie di incendi, bombe, allagamenti, atti vandalici di ogni genere (dalla colla nelle serrature all'intasamento dei sanitari, quasi sempre con le lattine, dai vetri rotti alla manomissione dei pannelli elettrici), di infestazioni con vermi, gas tossici, creolina e polvere di estintori (un sistema diffuso per «bigiare» le lezioni), di furti (dai computer alle finestre, ai materiali video), di pestaggi contro i professori.

La rivista pubblica tre cartine (Italia del Nord, Centro e Sud), in cui vengono individuate le scuole dove si sono verificati episodi di violenza: si va dal liceo frequentato dalla borghesia bene all’istituto professionale di frontiera, dalla scuola media del quartiere popolare alle elementari di quartieri residenziali. Guardando le scuole del Piemonte (il liceo Cattaneo di Torino! le elementari Miroglio di Asti!) mi blocco sull’asilo nido Gattamiao di Alessandria. Quale tipo di bullismo può mai infestare la placida quiete di una scuola dove il più “esperto” non ha 3 anni? Rovesciamento dei vasini? Lancio di fetidi pannolini? (La scatologia è di prammatica con siffatti soggetti.) Quali slogan insultanti dell’istituzione potranno infiammare cortei a bordo di tricicli?

La scuola è stata vittima di atti vandalici, certamente gravi e da non sottovalutare, ma che forse nulla hanno a che fare con altri episodi di “bullismo” elencati dal settimanale. Quando penso alla violenza nella scuola mi vengono in mente studenti che allagano le aule, che spaccano i vetri delle finestre, qualche pestaggio, scritte ignominiose sui muri, quindi penso alla responsabilità di studenti almeno in grado di reggersi sulle proprie gambe.

Un po’ come era successo con il sistema solare, tutto dipende dalla definizione di violenza a scuola. Se ampliamo la definizione di violenza (e in subordine di bullismo) così da includere qualsiasi atto di teppismo contro strutture scolastiche, indipendentemente dai responsabili, dal motivo e dal contesto, allora i confini del concetto si sfrangiano a tal punto da non farci mettere a fuoco il nocciolo della questione. Nel caso di specie (e chissà perché il nome “Gattamiao” mi fa pensare meno al bullismo che “Alfieri”, “D’Azeglio” o “Parini”), il massimo di coinvolgimento che posso immaginare è quello di genitori i cui figli sono stati esclusi perché non avevano maturato in graduatoria il diritto alla frequenza. Possibile, ma improbabile.

Quando si dice che non bisogna basarsi sull’etimologia per capire il significato di una parola: bullo deriva probabilmente dall’alto tedesco medio būle “amico intimo”, parente del tedesco Buhle “amante, amato”.

Postato da: nicpoeta, 01/12/2006 20:47 | link | commenti
riletture, semanticamente