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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

domenica, 26 novembre 2006
Il gusto delle parole

Per alcune persone dire di avere una parola “sulla punta della lingua” non è una metafora. Secondo uno studio di Julia Simner, neuropsicologo cognitivo dell’Università di Edimburgo, alcune persone che soffrono di sinestesia - il sincronismo funzionale di due organi di senso - sentono involontariamente il gusto di una parola quando la odono o quando cercano di ricordarla.

Nota, anche perché più facilmente individuabile, è la sinestesia legata alla vista, alcuni infatti percepiscono lettere e numeri come se fossero colorati, ma recentemente hanno preso piede anche gli studi sul gusto. Simner e la collega Jamie Ward hanno testato alcune persone affette da sinestesia mostrando loro le foto di 96 oggetti non comuni come un sestante, un catamarano, nacchere e carciofi (non comuni per loro, evidentemente). Su un totale di 550 test, le due ricercatrici sono riuscite a indurre 89 risposte “sulla punta della lingua”. In 17 di queste, le persone affermavano di percepire un gusto mentre cercavano di ricordare la parola. Il significato suscitava il gusto.

Sembra esserci uno schema ricorrente nelle associazioni. Gusti riferiti a mince (“carne tritata”) e cabbage (“cavolo”) si estendono a parole con suoni simili, per cui anche la parole prince può sapere di carne tritata. Parole che includono la g come roger e edge possono avere il gusto di sausage. Per gli interessati a una descrizione più organica, Scientific American e The New York Times.

D’ora in avanti penserete alle vocali di Arthur Rimbaud (A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali) quando vi verrà l’acquolina in bocca?

Postato da: nicpoeta, 26/11/2006 20:51 | link | commenti (4)
semanticamente

sabato, 25 novembre 2006
and Thanksgiving for All!

Un paio di sere fa ricevo una mail da uno dei project manager di un’agenzia americana che quasi si stupisce che in questi giorni qui in Italia lavoriamo. Mi chiede: voi in Italia non festeggiate il Ringraziamento, quindi lavorate vero?

Insomma, è attraversato dal sottile dubbio che i Padri Pellegrini siano arrivati anche qui. Ma posso capirlo: giapponese in Pennsylvania, lavora in un ambiente multietnico, e a volte gli aspetti culturali possono essere sfuggenti (anche se opera nell’ambito che grossolanamente possiamo definire “mediazione culturale”). Per non sbagliare, lui ha lavorato.

Per noi italiani cresciuti a telefilm, il giorno del Ringraziamento è soprattutto il banchetto di cui è protagonista il tacchino. Vale allora la pena di leggere questo post sugli aspetti gastronomico-culturali del Ringraziamento, A Traditional American Thanksgiving, sull’OUPblog.

Originario dell’America, il turkey-tacchino fu portato in Europa per ritornare cucinato nel nuovo continente. Nel frattempo fu confuso con la guinea fowl (faraona, che era importata dalla Turchia) e per questo chiamato turkeycock o turkeyhen. Da notare l’espressione idiomatica like turkeys voting for Christmas, per indicare un’azione improbabile perché sarebbe dannosa per chi la compie.

Postato da: nicpoeta, 25/11/2006 11:23 | link | commenti
riletture

domenica, 19 novembre 2006
Un verbo anglo-americano per cose italiane (o finxerunt Germani?)

D’altra parte è nello stile dell’«uomo Berlusconi» il rifiuto delle lacrimose litanie sul declino italiano, il disfattismo opportunistico di chi, incapace di affrontare a viso aperto il presente, tesse e intriga. Chissà quanti Badoglio sono all’opera, ha da pensare, ricordandosi di quello che fraternamente gli ha detto George, nel ranch texano, innanzi allo scoppiettante caminetto: in America venne coniato il verbo to Badogliate come sinonimo di tradire, a ricordo dei camaleonteschi comportamenti del nostro Pietro Badoglio, prima e dopo l’8 settembre 1943.

Giancarlo Galli, Poteri deboli, Mondadori, 2006.

Imbattutomi in questo passo, mi sono fermato a riflettere: chissà se si trova ancora traccia del verbo. Beh, in rete dilaga, su siti (solo italiani) che sottolineano il “tradimento” badogliano. Ma si riscontrano incoerenze: Galli sostiene che il verbo fu coniato dagli americani (e lo ribadisce qui), in rete molti dicono che furono gli inglesi. Tutti sono accomunati da una mancanza di rigore filologico e lessicografico. Il verbo sarà pure esistito per un breve periodo, ma non trovo conferma per affermazioni su forum e siti tipo “basta sfogliare un qualsiasi vocabolario di lingua inglese per trovare il verbo “to badogliate”... quell’infame giorno il vocabolario inglese si arricchiva di un nuovo termine... Davvero? A parte l’Oxford in 20 volumi, ho verificato su Webster, New Shorter Oxford, New Oxford Dictionary e diversi altri, senza trovarne traccia. Suggestiva anche se priva di fondamento l’ipotesi che sia stato coniato da Ezra Pound, ma questa interpretazione ribalta il punto di vista anglo-americano: Pound fu affascinato da Mussolini e si trasferì in Italia, dove in trasmissioni radiofoniche attaccò gli Stati Uniti (il che gli valse la prigionia prima in un campo di prigionia e poi in manicomio), il suo quindi rappresenterebbe il punto di vista di un “fascista” e non di un “alleato”. 

Non si vuole negare l’esistenza del verbo, ed è anche logico che possa essere sparito dai dizionari, vista la sua nulla rilevanza per la cultura anglo-americana, ma citare le fonti renderebbe le affermazioni più sostanziate. Come si discute qui.

A sparigliare ci si mette il sito del Vaticano, che addirittura in latino dice:

Qui [Badoglio], belli foedere cum Teutonica gente rupto, deditione sine ulla condicione ab Anglis Americanisque impetrata, funestissimum post hominum memoriam bellum composuit quod Benitus Mussolini dux a. d. IV Idus Iunias anuo MCMXL contra Gallicas Britannicasque gentes indixerat. Qua re Petrum Badoglio ambiguae fidei hominem semper putavit Teutonica gens, quod eodem tempore in utraque opposita parte fuisset. Illis, enim, temporibus, verbum "badogliare" id est prodere finxerunt Germani, nostri veteres foederati.

Se mi ricordo ancora qualcosa di latino il sunto è: Badoglio firmò l’armistizio (o resa incondizionata) con gli anglo-americani, cambiando schieramento in guerra, per cui i tedeschi (Germani) coniarono il verbo badogliare...

Postato da: nicpoeta, 19/11/2006 21:06 | link | commenti
dizionari visionari

martedì, 14 novembre 2006
Pizza ai peperoni - più gialli del fenicottero

L’avete sentito in film e telefilm, e la volete anche voi, un’enorme pizza ai peperoni, verdi, gialli, pasta morbida e topping generoso. Non osate pronunciare questa parola simil-italiana, pepperoni, e la indicate con il dito sul menu alla cameriera un po’ impaziente. Invece vi portano una pizza colma di rondelle che sembrano salame. All’assaggio questa specie di insaccato (vagamente simile a un salame dell’Italia meridionale) è pure piccante. Vi siete fatti beffare da un falso amico, la pepperoni pizza non ha nulla a che vedere che con i peperoni: il pepperoni è un salamino piccante, di manzo e maiale aromatizzato con pepe (e, tra parentesi, è pure uncountable, quindi guai a dire a pepperoni).

Questo salame pepperoni ha ovvie parentele etimologiche con i peperoni. I dizionari monolingui dicono che pepperoni deriva dall’italiano “peperoni”, il plurale di “peperone”, che traducono con chil(l)i. “Peperone” ha la stessa etimologia di “pepe”, latino piper, greco peperi, sanscrito pippali, per il sapore piccante di alcune varietà.

Il chil(l)i (Capsicum annuum var. longum) è il peperoncino, e deriva dal Nahuatl, mentre il peperone come lo apprezziamo noi è il capsicum annuum in altre varietà, pepper in inglese, bell pepper in americano. Ironia della sorte, nel pepperoni non ci sono peperoni (nonostante il suffisso accrescitivo) ma pepe.

Per amor di completezza e soprattutto di chiarezza riportiamo la definizione del colore chili data dal Webster’s Third New International Dictionary:

a moderate reddish orange that is yellower and duller than flamingo and duller and very slightly yellower than crab apple.

Postato da: poetaselvaggio, 14/11/2006 21:15 | link | commenti
dizionari visionari

venerdì, 10 novembre 2006
Le gioie (poche) e i dolori (parecchi) della localizzazione

The Joys of Localization si presenta così:

The translation industry has its good points but here we just discuss the bad ones.
We experience incompetent sales people, basketcase enginerds, difficult translators, fried DTPers, lazy managers, uninformed clients and of course psycho PMs.

Anonimamente si può postare in questo blog la propria esperienza, raccontare aneddoti, sfogarsi. Interessante ma non così sorprendente che le esperienze siano simili in tutto il mondo, perché a Dayton come a Düsseldorf, a Torino come a Buenos Aires tutti abbiamo conosciuto traduttori inaffidabili o che fanno i difficili, tecnici informatici che fanno tutto tranne capire i tuoi problemi e clienti “che vanno educati”. Divertente, ma l’anonimato toglie un pizzico di credibilità al tutto. Ve lo dice un in-questi-giorni-psycho PM.

Postato da: nicpoeta, 10/11/2006 20:43 | link | commenti
intraduzioni

lunedì, 06 novembre 2006
Meglio Nicole Kidman

Catherine Tate è un’attrice inglese celebre, tra le altre cose, per The Catherine Tate Show. In questo video su YouTube si offre a un suo collega come interprete in sette lingue (via Brave New Words).

Tralasciando l’analisi dellumorismo inglese (così sottile quasi da sfuggirmi in questo caso: sarebbe un parodia dei finti interpreti? Di chi si crede interprete senza esserlo?), va sottolineato che il suo interpretariato in italiano, oltre a essere probabilmente il migliore (?) dei sette, rivela la percezione che gli inglesi possono avere di noi quando devono prenderci in giro: gesti, toni alti, accento vagamente napoletano con preminenza di suoni come –ci.

Secondo me Nicole Kidman era un’interprete più credibile.

Postato da: nicpoeta, 06/11/2006 20:28 | link | commenti (2)
intraduzioni

mercoledì, 01 novembre 2006
se sento che Martìn...

Nelle traduzioni omofoniche (homophonic translations) il traduttore cerca di mantenere lo stesso suono del testo originale. Le traduzioni cieche (o alla cieca, blind translations - traduzione mia) vanno oltre e secondo il Cipher Journal

are a fine blend of translation & creativity: the poet-translator can neither speak nor read the poem’s original language but has formed a translation nonetheless.

(via LanguageHat.)

Il traduttore si “limita” a mantenere il suono dell’originale, senza conoscere la lingua di origine, ottenendo risultati che sconfinano nel surrealismo.

Perché tali traduzioni siano veramente omofoniche, cieche e surreali secondo me è necessario che la lingua di partenza e la lingua di arrivo non appartengano alla stessa famiglia e che non abbiano parole in comune, e che il testo di origine sia letto da un madrelingua e si possa registrarne la lettura.

Chissà perché, ma a me vengono in mente le canzoni di Leone di Lernia che fa diventare “killing me softly = chille che soffre” e “No more I love you's = è muort Antonio”. Ma soprattutto ricordo un gioco linguistico basato sulle vocali e le assonanze: si parte da un verso noto con lo scopo di creare un verso con la stessa accentazione. Ecco che dal verso noto per eccellenza si può ottenere questo (attenzione, da buon italo-piemontese per me “e” e “o” sono tutte uguali, senza distinzione tra aperte e chiuse):

se sento che Martìn ci porta Rita

che può essere la minaccia verso un tale Martin che vuole portare Rita a una cena. In questo caso riconoscere il verso di origine è piuttosto semplice, date le ovvie assonanze e la rima finale. Ma il risultato è alquanto banale perché oltre all’accentazione anche il numero e la lunghezza delle parole sono le stesse del verso di origine. Si può movimentare con una sinalefe:

e credo che’l mattin si dorma e rida (sinalefe dorma_e).

Più difficile è suddividere le vocali in maniera diversa, per ottenere parole con lunghezze variabili. Se uno non ama la confusione potrebbe dire:

detesto cena, vini, folla e grida (anche qui con sinalefe folla_e).

Altri tentativi?

Postato da: nicpoeta, 01/11/2006 18:32 | link | commenti
intraduzioni