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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Sul treno due ragazzi si stanno preparando per un concorso per entrare nelle forze armate. Fanno conoscenza con le persone dello scompartimento che insieme a loro si divertono a rispondere ai test degli anni prima. “La parte di italiano è difficilissima” dice uno dei due, “bisogna conoscere bene la grammatica. Ad esempio sapete la risposta alla domanda ‘Cos’è una proposizione iurassica?’”.
Ovviamente no, e bisogna ammettere questi test più che difficili sono impossibili, visto che ho dovuto scorrere il Serianni per capire che si trattava delle... iussive.
L’atmosfera è rovente, l’assemblea deve decidere l’ammontare e la suddivisione delle spese di rifacimento del cortile. Polemiche e ostruzionismi si trascinano da diverso tempo, ma è venuto il tempo di deliberare. Un condomino si alza e dice: “L’articolo del regolamento di condominio sulle spese di manutenzione può essere interpretato in vari modi. La parola nonché è ambigua nelle frase:
Le spese relative alla manutenzione sia ordinaria che straordinaria delle rampe di accesso ai locali sotterranei nonché quelle di pulizia e illuminazione dei disimpegni siti in detto piano saranno a carico [segue elenco].
Qual è l’intepretazione giusta?”
L’amministratore chiede e ottiene il silenzio, si alza imponente e autorevole, schiarisce la voce e proclama: “Ho chiesto il parere all’avvocato De Advocatis, che ha sentenziato: Secondo il Devoto Oli, nonché significa inoltre, per di più. Stando alle parole dell’avvocato,” continua l’amministratore, “dobbiamo interpretare la frase come se fosse:
Le spese relative alla manutenzione sia ordinaria che straordinaria delle rampe di accesso ai locali sotterranei inoltre quelle di pulizia e illuminazione dei disimpegni siti in detto piano saranno a carico: [segue elenco].”
Facciamo un balzo sulle sedie. Possibile che per leggere una voce di un dizionario bisogna chiedere a (e soprattutto pagare) un avvocato? E in base a che cosa è stato scelto il dizionario? E di quale edizione? Comunque taciamo. La soluzione (?) è stata trovata e non mi pare il caso di sollevare problemi di merito, anche perché una cosa detta da un avvocato ha comunque una rilevanza legale mentre se io dicessi quello che voglio dire sarei preso per un idiota.
Però non mi arrendo. Decido: faccio un’analisi sintattica, semantica e pragmatica di nonché, cerco in corpora, grammatiche, dizionari, giornali e Internet, mi voglio togliere lo sfizio. E magari trovo qualcosa che non quadra.
Infatti. Ma senza fare tutte le ricerche che mi ero ripromesso, che per la verità erano piuttosto lunghe e tortuose, nonché forse tutta questa voglia da parte mia neanche c’era.
Ho fatto un’analisi logica grezza ed ecco cosa risulta:
|
spese relative |
|
quelle |
|
|
nonché |
|
|
alla manutenzione sia ordinaria che straordinaria |
< > |
di pulizia e illuminazione |
|
delle rampe |
< > |
dei disimpegni |
|
di accesso |
< > |
(che sono) siti |
|
ai locali sotterranei |
? |
in detto piano |
Si tratta di due sintagmi praticamente speculari da un punto di vista strutturale con lo stesso numero di sintagmi annidati dipendenti da spese relative e quelle. nonché fa solo da anello di congiunzione o ago della bilancia. Dal punto di vista del significato, la parte sinistra della tabella si riferisce alla manutenzione delle rampe di accesso ai piani sotterranei, la parte di destra alla pulizia e all’illuminazione di detto piano. Qui sta l’inghippo: quale piano? C’è un evidente problema di coreferenza: a che cosa si riferisce detto? Non è citato nessun piano al singolare nel sintagma di sinistra. Ci sono rampe e locali sotterranei, e dato che i locali sotterrani sono disposti su tre piani, detto piano non si riferisce a nulla. A meno che le rampe non costituiscano un piano a sé, ma se sono “rampe” non sono “in piano”.
Forse posso oppormi alla suddivisione delle spese.
In questi giorni probabilmente il sistema solare cambierà, con un voto. Il 24 agosto alla conferenza dell’Unione astronomica internazionale a Praga i partecipanti voteranno su una nuova definizione di “pianeta”. La questione è diventata rilevante a seguito della scoperta di 2003 UB313, un corpo celeste più grande di Plutone e su orbita ancora più distante. A questo punto la logica era: se Plutone è un pianeta, allora lo è anche Xena. Per altri neanche Plutone meriterebbe lo status di pianeta. La nuova definizione messa ai voti sarà:
un pianeta è un corpo celeste che a) ha sufficiente massa per sostenersi nello spazio in equilibrio idrostatico (con forma approssimativamente rotonda) e b) orbita intorno a una stella e non è una stella né un satellite di un pianeta.
Con questa nuova definizione i pianeti diventano 12, includendo Cerere, Caronte e Xena. Ovviamente non tutti sono d’accordo.
Che modificando una definizione si possa modificare la natura (nel senso più ampio) non è cosa nuova, e mi vengono in mente considerazioni di ordine lessicologico e filosofico.
La definizione di “pianeta” si pone a metà tra dizionario ed enciclopedia, i dizionari definiscono le parole, le enciclopedie catturano il concetto. Più è specialistico il termine e più è enciclopedica la definizione che i dizionari tendono a dare. Ma dato il problema scientifico della definizione di “pianeta“, i dizionari se la cavano con definizioni piuttosto generiche (De Mauro, Webster).
Su questo s’innestano le considerazioni filosofiche. Secondo alcuni le teorie sono metafore, gabbie concettuali che l’uomo applica alla natura (e in effetti Xena e gli altri erano lì da ben prima che gli astronomi li scoprissero). In qualche modo mi sembra di sentire ridacchiare Popper per il quale una teoria scientifica si regge sull’alternarsi continuo di affermazioni e confutazioni: un’ipotesi ha valore scientifico se può essere falsificata, smentita, e superata dall’esperienza (la scoperta di Xena ha “falsificato” l’esistente concetto di pianeta). Ma qui mi fermo con la filosofia, memore di Piperita Patty che redarguisce così Charlie Brown: “Mi vai sul filosofico, Ciccio? Alle ragazze non piace quando un ragazzo va sul filosofico, Ciccio”.
A seguito degli attentati sventati in Gran Bretagna, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che il suo paese è in guerra contro i fascisti islamici (Islamic fascists in inglese). L’espressione ha suscitato molte reazioni e commenti e vorrei portarne due all’attenzione di chi legge, la prospettiva storico-politica con punto di vista italiano di Sergio Romano nell’articolo I fascisti islamici sul Corriere della Sera, e la prospettiva linguistico-comunicativa con punto di vista americano di Geoffrey K. Pullum nel post Neocon "Islamic fascist" designation spreads to government su Language log.
Romano esordisce affermando che:
Nel linguaggio corrente la parola «fascista» ha perduto il suo senso originario e significa semplicemente violento, intollerante, se non addirittura mascalzone. Molti di coloro che se ne servono hanno del fascismo un’idea vaga e sanno soltanto che è un insulto, quindi buono per aggredire verbalmente un uomo politico.
L’editorialista si chiede se esista un fascismo islamico e come si configuri. Negli anni trenta diversi Paesi musulmani guardarono con interesse a Mussolini, che mirava ad alimentare il nazionalismo antibritannico e antifrancese in Africa e Medio Oriente. Ma nessuno dei personaggi amici di fascisti e nazisti possono essere definiti fascisti, almeno nel senso che la parola ha storicamente:
È certamente vero che i regimi nazionali e sociali, creati in alcuni Paesi europei negli anni Venti e Trenta, parvero a molti leader arabi e musulmani, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, particolarmente adatti alle loro esigenze. L’autorità indiscussa del leader, il partito unico, il ruolo delle forze armate e della burocrazia, l’uso spregiudicato della polizia e dei servizi segreti, il controllo della società e della stampa parvero ingredienti utili per Stati nascenti dove le masse erano in buona parte analfabete e l’albero della democrazia parlamentare stentava a crescere. Ma non tutti i regimi autoritari possono considerarsi fascisti o comunisti.
Il regime più simile al fascismo fu fondato in Siria nel 1940:
Il suo fondatore, Michel Aflaq, era siriano e cristiano. Aveva studiato alla Sorbona negli anni Trenta, aveva assistito alle battaglie politiche fra destra e sinistra nelle strade di Parigi, aveva inghiottito un inebriante cocktail di letteratura politica europea da Mazzini a Lenin, era anticolonialista, panarabista, fiero del grande passato arabo, ma risolutamente laico e socialista.
Morì ospite dell’unico dittatore mediorientale che Romano consideri realmente fascista: Saddham Hussein, che si servì del partito unico e militarizzò la società, instaurò il culto del leader e fu a modo suo sia nazionalista che socialista. Romano conclude:
Mi sarebbe molto più difficile, invece, trovare tracce di fascismo nei movimenti politici di ispirazione religiosa, dalla Fratellanza musulmana a quelli che sono nati dopo la rivoluzione iraniana, l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e la prima Guerra del Golfo nel 1991. Fra il Baath e il fanatismo religioso, anche quando si alleano contro un nemico comune, vi è un incolmabile fossato. A differenza dei suoi predecessori, Bush sembra avere dimenticato che il maggiore nemico dell’Iran di Khomeini fu l’Iraq di Saddam Hussein, e che nella lunga guerra fra i due Paesi, dal 1980 al 1988, gli Stati Uniti furono dalla parte dei fascisti contro gli islamisti.
Pullum parte da considerazioni linguistiche e statistiche rilevando che “Islamic fascism” è diffusissimo in Rete (200.000 occorrenze), ed è in uso da circa 16 anni fa. L’uso dell’espressione potrebbe essere un artificio retorico di Bush per collegare la lotta al terrorismo alla guerra contro le potenze dell’asse negli anni 1939-1945. Ma, sostiene il linguista, il suo uso da parte dei Neocon non stupisce affatto:
The word stereotypically connotes a combination of complete control of all institutions by a highly militarized authoritarian state headed by a charismatic leader. It is used for political systems that are radical, totalitarian, corporatist, and chauvinist. It is quintessentially opposed to liberalism ... the older and more technical sense: individual rights, free-market economics, and a minimum of control by authorities of how people should live, worship, trade, interact, or express themselves.
Per questo “Fascism” non è un termine inadeguato:
to pick for the kind of nightmare that would probably result if a global Islamic caliphate were to be established by the sort of Waziristan cave denizens who issue taped messages encouraging disaffected young Pakistanis in Britain to go out and blow themselves and a few hundred passengers to pieces on a train or a plane to glorify Allah. [...] The opposition to individual rights, free markets, choice in lifestyle, tolerance in religion, and expression of dissent of the jihadists is plangent.
Forse è vero che si tratta di un artificio retorico per dire: come abbiamo combattuto contro Hitler e Mussolini, così dobbiamo estirpare il terrorismo islamico, ma indipendentemente da questo:
the term “Islamic fascism” seems to me perfectly reasonable one to use when characterizing the movement in question.
Un paio di mesi fa chiacchierando con un amico ho detto una frase tipo: “Se lo sapevo, lo facevo prima”. Lui mi interrompe e dice: “Il congiuntivo, bisogna usare il congiuntivo: se lo avessi saputo l’avrei fatto prima”. Provo a spiegare che nel parlato l’imperfetto indicativo è comunemente utilizzato nel periodo ipotetico, che si tratta di un uso modale dell’imperfetto e altri usi sono per esempio l’imperfetto onirico (ho sognato che rifacevo la maturità), l’imperfetto di cortesia (volevo un chilo di pane), l’imperfetto ludico (io ero Zidane tu eri Materazzi), l’imperfetto narrativo ecc., descritti da Carla Bazzanella, ma non pare convinto.
Una settimana fa discutendo con un altro amico ho ridetto una frase simile, e lui mi corregge: “Bisogna usare il congiuntivo: se lo avessi saputo”. Mentre cerco di fare lo stesso discorso sull’uso modale, sua moglie sostiene che quando faccio degli errori li faccio di proposito. Anche lui comunque non pare convinto dalla mia descrizione linguistica.
Ripensandoci qualche giorno dopo, ho notato straordinarie analogie tra i due amici: entrambi sono cari amici (storici), entrambi si chiamano Marco, hanno studiato legge e fanno un lavoro “burocratico”. Nome a parte, l’attenzione al congiuntivo deriva forse dall’abito mentale. Se lo sapevo non lo dicevo.
È presente nella maggior parte dei super- e ipermercati e serve per evitare code estenuanti quando si deve comprare poco: è la cassa 10 pezzi. In molti casi però la gente che vi fa la coda ha ben più di 10 pezzi, facendomi inalberare quando devo comprare solo il latte o le lamette da barba.
Secondo me la cassa 10 pezzi è una cassa ambigua: che cosa si intende infatti per “10 pezzi”? Un esemplare di ogni pezzo (1 scatola di biscotti, 1 mozzarella ecc.) moltiplicato per 10 fa dieci pezzi. Ma se uno ha: 4 scatole di biscotti dello stesso tipo, 2 mozzarelle e 5 lattine di birra sfuse, quanti pezzi ha, 3 o 11?
È la differenza tra tipo e replica (o occorrenza o istanza), type e token in inglese: ci sono 11 repliche di prodotti ma solo 3 tipi di prodotti. Proprio come succede con il sintagma:
poeta selvaggio
in cui si contano 14 lettere, ma 10 tipi differenti di lettere, perché lettere come a, e, g e o sono ripetute.
Non è il caso di scomodare Saussure, Peirce, Lyons o Eco, ma a quanto pare il linguaggio e i supermercati sono sistemi semiotici che si basano su (alcuni) principi di categorizzazione simili. Utile da sapersi quando qualcuno vuole passarvi davanti alla cassa dicendo “Posso passare? Ho solo pochi pezzi”.
Nel Pergamonmuseum di Berlino fa un caldo soffocante ed è forse per questo che non siamo troppo impressionati dai reperti in mostra. Davanti a uno dei fregi dell’altare di Pergamo digitiamo sull’audioguida in italiano il codice corrispondente per farci spiegare di che cosa si tratta. Dopo qualche secondo si avvia la registrazione e parte una voce bassa con un forte accento… calabrese, misto di influssi tedeschi. Ci guardiamo perplessi, ma la traduzione è buona e continuiamo l’ascolto.
Il giorno dopo siamo alla Gemäldegalerie, dove per fortuna c’è l’aria condizionata, una vera benedizione in questi giorni di incredibile calura berlinese (nulla a che vedere comunque con l’afa torinese). Da Dürer a Holbein, da Vermeer a Canaletto, ogni tanto ci fermiamo e ci facciamo raccontare i quadri dall’audioguida: ancora lui, il calabro-tedesco, con il suo accento tagliente fatto di “zic-zac” e “maèstria”.
Nulla da dire sullo speaker, che quell’accento non ha mai pensato di toglierselo forse perché non sa neppure di averlo. La questione è più generale, perché stiamo parlando di due importanti istituzioni culturali tedesche che hanno comprato da qualcuno lo speakeraggio in italiano e gli è stato venduto un servizio fatto da una persona probabilmente nata in Germania da genitori italiani senza nessuna nozione di dizione. Perché non vogliamo pensare che abbiamo risolto il problema all’italiana: nessun problema, c’è un mio amico di origine italiana che può leggerti le descrizioni delle opere, che ci vuole…