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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

mercoledì, 28 giugno 2006
C’è chi crittografia e chi san Paolo

Mark Liberman chiede suggerimenti per un certo Daniel, che sposerà Sarah e vuole far incidere un messaggio cifrato sulle fedi:

Sarah and I are getting married in September, and want to engrave an encrypted message in our rings. The catches:
(1) Each ring should make sense on its own. I.e., neither ring may look like "XJFIWLGOSIBNQ".
(2) Only about 20 characters can fit on each ring.
(3) The message must require both rings to be decoded; further, every *character* of the message must require both rings to be decoded.

(L’intero problema su Language Log.)

Caspita, sarebbe stata proprio una bella idea, senonché guardando le minuscole dimensioni della mia fede (date le mie piccole mani), a malapena c’è spazio per il nome e la data (e mi va bene che Sara è corto).

Comunque un piccolo che di linguistico-traduttologico abbiamo voluto inserirlo anche noi, con san Paolo, Prima lettera ai Corinzi:

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia…

(Beh, poi abbiamo anche voluto correggere le bozze delle partecipazioni.)

Postato da: poetaselvaggio, 28/06/2006 21:39 | link | commenti
semanticamente

domenica, 25 giugno 2006
Forse cercavi: ninfomane

No, cercavo proprio linfomane su Google, anche se il solerte motore di ricerca mi suggerisce l’alternativa corretta. E la ricerca di linfomane dà più di 1000 risultati, in siti di varia umanità.

Linfomane compare nell’elenco dei lemmi non trovati del dizionario De Mauro online. Quest’elenco, a tratti esilarante, è estremamente interessante perché mostra come gli utenti utilizzano un dizionario online, cercando la grafia di coscenza e agiotaggio, l'attestazione di calchi che si stanno diffondendo nella lingua italiana come proattivo, e il significato di termini tecnici e presenti sui giornali come cartolarizzazione. Il modo in cui si interroga un dizionario online è un’indicazione utile per i redattori e i webmaster; il sito potrebbe per esempio avere la funzione di suggerire una serie di alternative alla parola scritta male, come succede sul Merriam – Webster OnLine cercando strenght.

Invece è un esercizio poco scientifico cercare di derivare giudizi linguistico-sociologici sulla base delle ricerche, supponendo un esercito di misogeni e fedigrafi che non sanno cosa sia una linfomane, e avursi da un contesto sociale promisquo cercano una relazione tuttaltro che celebrale, pur sapendo che si tratta di un paliativo. Non facciamone una questione di epistemiologia.

Personalmente credo che le linfomani possano esistere.

Postato da: nicpoeta, 25/06/2006 15:58 | link | commenti (2)
dizionari visionari

mercoledì, 21 giugno 2006
(paper) dictionaries ain’t never gonna die

Lungo e interessante post di Grant Barret dal titolo Language Evolution in the Digital Age, su Open Source e il futuro dei dizionari cartacei e online.

Secondo Barret, il concetto di dizionario non esiste per l’inglese, perché non c’è un canone ufficiale o un’accademia che normi la lingua. Chiunque può fare un dizionario e chiamarlo come preferisce. E proprio perché chiunque può fare un dizionario, il lessicografo non è una professione che richiede attestati o qualifiche. Però quando le persone parlano del Dizionario “use “The Dictionary” to mean “the English language as I know it.””, una sorta di prova inconfutabile dell’esistenza o uso di una parola. Più corretto sarebbe parlare al plurale, “i dizionari”, per indicare l’insieme dei principali dizionari in commercio.

Nell’era dei motori di ricerca e dizionari online, i dizionari cartacei, che per definizione sono lenti, saranno costretti a inseguire? No, sostiene Barret:

folks are still awful at crafting search queries. They misspell them. They phrase them as a question (“what does gleeking mean?”) instead of using special queries (“define:gleek”).

Nonostante l’inondazione di parole nuove – o presunte tali – i dizionari continuano a essere usati, e rappresentano un setaccio critico all’afflusso continuo di neologismi:

The pace of print dictionary change perhaps more accurately mirrors the true pace of language change rather than the perceived pace of language change.

Questo filtro è rappresentato dai redattori, con la loro competenza tecnica e la conoscenza della lingua; ma è lo sforzo sforzo organizzativo comune (editoriale) che dizionari come The Urban Dictionay o Wiktionary non possono vantare (anche perché i dizionari tradizionali si occupano anche di parole poco eccitanti come preposizioni e articoli); spesso nei dizionari online il processo editoriale è confuso e troppe persone lavorano alla stessa voce.

Tuttavia il ruolo di dizionari online come quelli citati è importante, perché se tutti usano e fanno la lingua, tutti possono contribuire, e non è un caso che OED, Merriam-Webster e Collins cerchino di coinvolgere in qualche modo gli utenti. Barret conclude:

Certainly no savvy lexicographer ignores Urban Dictionary. Its visitors might seem like a million chimps trying to hammer out Shakespeare, but among the useless words are gems that do indeed deserve to be on the permanent record. As for Wiktionary, its goals are admirable and it needs only time and persistence to prove its worth.

Il mio riassunto è volutamente incompleto e disorganico, perché ho voluto mettere in evidenza solo alcune parti della lunga analisi; invito pertanto gli interessati a leggere il post originale. Diverse volte ho discusso in pubblico (su Langit) e su questo blog di Wiktionary. Pur apprezzandone la filosofia e lo spirito, ne ho criticato gli aspetti lessicografici: dagli articoli basati sulla forma grafica delle parole (ne avevo parlato qui), a una certa incoerenza nel trattamento di parole appartenenti alle stesse categorie ecc. Forse perché io mi sono sempre appassionato a preposizioni e articoli, cosa che non sembra la priorità dei redattori del dizionario Open Source: si veda il, di e da.

Postato da: nicpoeta, 21/06/2006 21:12 | link | commenti
dizionari visionari

sabato, 17 giugno 2006
Se la guerra non è una metafora

I giornali americani si sono stupiti del risalto che i media italiani hanno dato a una frase del giocatore della nazionale di calcio statunitense Eddie Johnson. Parlando della partita con l’Italia di stasera, il giovane attaccante ha affermato:

It’s like us in the World Cup, we’re here for a war. We came here to battle. We came here to represent our country. We know those guys (soldiers) are the same guys who are thinking of watching us and counting on us. (Seattle Post Intelligencer)

“Those guys” sono militari della base di Ramstein dove è ospitata la nazionale americana. Vista l’eco suscitata, il ct Arena ha dovuto “put the war metaphor to rest”, per usare le parole di Sports Illustrated:

And let me say this: I think it was a little distorted, the war analogy. I’m sure our player did not intend to really state that this game was a war. We are playing a game. A young player making a mistake, and a press corps that was glad to jump on that. (Boston Herald)

La metafora della guerra è estremamente pervasiva nel linguaggio umano, e riflette l’esperienza dello scontro, reale o immaginato. Metafore, espressioni idiomatiche e analogie derivanti dal concetto “guerra” sono diffusissime in tutte le lingue. (Chi vuole saperne di più può leggere qui alcune pagine di Metaphors We Live By di George Lakoff e Mark Johnson). Vittorio Zucconi, intervenendo ieri a Il Gol sopra Berlino su La7, ha sostenuto che questo tipo di linguaggio è assai comune tra gli sportivi americani.

Tuttavia gli americani sono ospiti di una base militare, protetti da un imponente servizio di sicurezza perché possono essere bersaglio di attentati. Gli americani in guerra ci sono davvero, in Iraq, e anche le truppe italiane sono lì, con tutti i problemi che sappiamo. Quando la metafora si scontra la realtà, vince la realtà.

Sull’argomento sono intervenuti i giocatori italiani Giardino e Iaquinta. Il primo dicendo:

La guerra non c’entra, qui conta il gioco, è sbagliato usare la parola guerra. Sappiamo che i nostri soldati a Nassiriya ci vedranno, vogliamo fare bella figura anche per loro. Combattono ogni giorno per l'Italia.

In preda al patriottismo si è lasciato scappare che i soldati italiani “combattono”. Tecnicamente non dovrebbero, praticamente forse sì, metaforicamente senz’altro. Iaquinta dal canto suo ha spinto la metafora alle estreme conseguenze:

La parola guerra mi sembra eccessiva, però, anche per noi sul campo sarà una guerra: io mi rendo conto che per gli americani questa partita sarà come vivere o morire, per loro sarà come andare in guerra. E allora anche noi ci adegueremo.

Postato da: nicpoeta, 17/06/2006 16:20 | link | commenti (1)
semanticamente

mercoledì, 14 giugno 2006
e per quelli a cui piace la Büffelmozzarella

Il New York Times racconta che nella zona dell’Emmenthaler si sono attrezzati per produrre uno dei formaggi preferiti dagli svizzeri: la mozzarella di bufala. Dopo varie vicissitudini, tra cui malattie delle bufale, ricette scaricate da Internet non proprio affidabili, e mozzarelle di forme ineguali, gli ingegnosi casari svizzeri ci sono riusciti: Schangnau, 954 abitanti, è diventata la Battipaglia svizzera.

Ma la denominazione “mozzarella di bufala” è protetta, così i produttori svizzeri hanno dovuto adottare il termine Büffelmozzarella.

Postato da: nicpoeta, 14/06/2006 20:45 | link | commenti (2)
intraduzioni

domenica, 11 giugno 2006
Per quelli a cui non piace il coriandolo

Separated by a common language è il blog di Lynn Murphy, linguista americana che vive nel Regno Unito (via The Lexicographer’s Rules). Scopo del blog è discutere delle differenze tra inglese americano e inglese britannico; le classiche e arcinote differenze elencate dai dizionari come:

truck/lorry and elevator/lift … are just the tip of the iceberg. What I intend to cover here are words/phrases/pronunciations/grammatical constructions that get me into trouble on a daily basis.

Per esempio, conviene fare attenzione quando si parla di “coriandolo”:

Americans call the green part of the coriander plant cilantro, while the British call it coriander. Americans use coriander to refer to the spice made by drying and grinding the plant’s fruit. Presumably the difference exists because Americans were introduced to the herb in Mexican cooking, whereas the British know it from South/Southeast Asian cooking.

Per motivi storici e geografici, coriander indica due parti diverse della pianta in AmE e BrE, e cilantro è “coriandolo” in spagnolo. Un bel problema, per chi come me non distingue neppure tra coriandolo e cumino.

Postato da: nicpoeta, 11/06/2006 19:32 | link | commenti
dizionari visionari

mercoledì, 07 giugno 2006
Platone, Cartesio e i manuali di inglese

«...Trascrivevo diligentemente le frasi nel mio manuale, per impararle a memoria, ed ecco, col leggerle e rileggerle, non ho appreso la lingua inglese, ma sorprendenti verità; che la settimana è di sette giorni (questo lo sapevo anche prima), o che il pavimento si trova in basso e il soffitto in alto (forse sapevo anche questo, ma l’avevo dimenticato, in ogni caso non ci avevo mai pensato, e ora questa idea mi parve molto strana anche se indubbiamente giusta). ...Dopo le verità universali l'autore del manuale mi rivelò verità particolari, esprimendole, certo ispirandosi al metodo di Platone, mediante il dialogo. A cominciare dalla terza lezione comparvero due personaggi, non posso dire se reali o immaginari, il signore e la signora Smith, due inglesi. Per la mia delizia, la signora Smith comunicava al suo consorte che loro due avevano alcuni bambini, che vivevano nei dintorni di Londra, che il loro cognome era Smith, che il signor Smith era un impiegato, che avevano una domestica, Mary, anch’essa inglese, che ormai da venti anni avevano amici di cognome Martin... Mi permetterò di richiamare la vostra attenzione sul fatto che le affermazioni della signora Smith avevano carattere di assiomi assolutamente indiscutibili, e che l’autore del mio manuale seguiva completamente il metodo di Descartes, poiché, e questa era la cosa più stupefacente, nella ricerca della verità egli agiva con molta metodicità... Nella quinta lezione alle verità elementari ne seguivano altre più complesse. All’affermazione In campagna si sta più tranquilli che nella grande città seguiva la risposta Sì, ma in città c’è una popolazione più densa e, inoltre, là ci sono più negozi ».

Questa citazione, arguta e vera, è per me un mistero. Mi ci sono imbattuto serendipicamente cercando tutt’altro nei cassetti della memoria. È contenuta in una fotocopia che inizia con “sco” a cui avevo aggiunto a biro “Ione”, per cui l’attribuisco a Ionesco, e il testo che la introduce dice: “Ionesco, già utilizzata da I.I. Revzin nel suo libro «Metodo di modellazione e tipologia delle lingue slave», ma che non ha perduto per questo la sua grazia… I manuali standard non si scostano molto da questa esposizione parodistica: esempi se ne possono trovare a decine. Eppure esiste un principio metodologico…”

Internet una volta tanto non aiuta. Qualche idea sulla sua origine?

Postato da: nicpoeta, 07/06/2006 20:52 | link | commenti (2)
riletture

sabato, 03 giugno 2006
Ursprache per vincere lo spelling bee

Katharine Close, una tredicenne del New Jersey, ha vinto giovedì scorso il 79° National Spelling Bee, gara nazionale di ortografia (sul New York Times per vedere il video degli ultimi istanti). La notizia, di per sé poco significativa per noi italiani, è comunque interessante per diversi motivi: per la prima volta dal '99 una ragazza vince la competizione; la parola con cui ha vinto è una parola tedesca di ambito linguistico, Ursprache (“protolingua”), e l'avversaria della vincitrice, la canadese Finola Hackett, è caduta su un’altra parola tedesca: Weltschmerz (“dolore universale”).

L’esotismo della parola deve aver messo in crisi qualche giornalista, visto che Languagehat dice:

It's pronounced OOR-shprah-khuh, but the NPR newsreader who announced the result this morning made it rhyme with rake, which annoyed me mightily.

Se volete sentire la pronuncia del conduttore di NPR e qualche sua amenità, qui c’è l’audio. Va rilevato inoltre che molti giornali, tra cui il NYT, trascrivono le due parole tedesche con la minuscola.

P.S. per me spelling bee, a pelle, è maschile.

Postato da: nicpoeta, 03/06/2006 15:06 | link | commenti (2)
dizionari visionari