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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Questo post nasce da un’emergenza concreta. Molti lettori ignari finiscono su questo blog cercando con i motori di ricerca la parola esaudiente; attualmente infatti Google dà tra i primi risultati Poeta Selvaggio (wow!; non garantisco l’affidabilità dei link in futuro), indirizzando gli internauti sul post Una spiegazione esaudiente. Dato che nessun dizionario riporta la parola esaudiente, che comunque è utilizzata, cercata in Internet e in dizionari (si veda questa lista di parole non trovate sul De Mauro), e poiché penso che i dizionari – specialmente se visionari – non solo devono registrare l’uso ma anche seguire, se non anticipare, i desideri dei parlanti, ho deciso di redigere la voce di esaudiente di un possibile dizionario della lingua italiana. Per me si tratta di una “parola di fatto”.
e•sau•dièn•te
agg.
1. che tratta una questione in modo approfondito, compiuto, in ogni suo dettaglio: spiegazione, descrizione, risposta e.; un articolo chiaro ed e. 2. convincente, che non lascia dubbi o incertezze: ipotesi e.; spero di essere stato e. 3. adeguato, soddisfacente, conforme alle necessità: l'isola di Ponza è collegata in maniera e.; utilizzare una metodica più e.; la risposta farmacologica non è sempre e. per gli effetti collaterali della stessa.
der. avv. esaudientemente
Etimologia Falso participio presente di esaudire (esaudente), forse per influsso di esauriente.
Il volume raccoglie contributi su campi diversi (teatro, letteratura, cinema, TV) per affrontare in modo critico ed eclettico le varietà del comico presenti in Italia dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta. Il periodo in questione riveste un’importanza culturale cruciale, permeato com’è da un clima storico-culturale attraversato da contestazione e anni di piombo, autunno caldo e strategia della tensione, spinte riformatrici e crisi del sistema.
Dalla ricerca delle linee di una tradizione italiana della comicità che ha origine con Petrolini e Totò, all’emergere di figure eccentriche e innovative di attori-autori o registi (Fo, de Berardinis, Valeri, Gassman, Villaggio, Moscato, Benigni, Moretti ecc.), la riflessione teorica mette in evidenza la metamorfosi del comico, in una transizione sospesa tra teatro e nuovi media.
Generi e spazi si contaminano, i percorsi si mescolano, e da essi emerge la figura dell'attore-creatore, funambolo che gioca sull’ambiguità ragione-cuore: il suo è un riso-pianto al tempo stesso vero e folle, ribelle o oscuro, amaro o umoristico. L'artista cerca nuovi linguaggi e forme espressive nel tentativo di contrastare la realtà fittizia imposta dall'emergente “società dello spettacolo”.
Comicità negli anni Settanta. Percorsi eccentrici di una metamorfosi fra teatro e media, a cura di Eva Marinai, Sara Poeta, Igor Vazzaz. Introduzione di Anna Barsotti. Edizioni ETS, Pisa. I dettagli dell'opera sono disponibili sul sito della casa editrice e dell'Università di Pisa.
Nella puntata di giovedì scorso di CSI viene uccisa una fanciulla che lavora presso una fiera. Warrick e un detective interrogano il suo capo, che dice (in inglese rende molto meglio):
Hey, I got over seventy women working this convention, man. Booth bimbos, crowd gatherers, hostesses, narrators, demonstrators, translators. Whatever you need, I got it.
Già, whatever you need, da appariscenti fanciulle scollate e scosciatissime, a pensose traduttrici. O no?
Per chi voglia saperne di più sulle booth bimbos (o booth babes o booth bunnies), il sito e3girls.com è più che informativo; inoltre potete leggere qualche commento sul Gamesblog del Guardian, ma non vi tedio oltre, con una semplice ricerca in Rete troverete tutte le informazioni.
Volevo fare un post sul moggismo, non sulla cosa, ma sulla parola, e sul parallelismo ismo italiano / ism inglese. Pensavo che non tutti gli isms possano diventare ismi. Cercando in rete sono finito inevitabilmente su bushism, che sembra monopolizzare gli ismi americani, tanto che il primo risultato che dà Google è The Complete Bushisms di Slate. Che cos’è un bushism? Wikipedia dice:
A Bushism is a word, phrase, pronunciation, or other linguistic error that occurs frequently enough in the public speaking of President of the United States George W. Bush to have become useful in caricatures of him. These have crept into popular folklore and have formed the basis of websites and even published books.
C’è anche l’italiano bushismo:
Un bushismo è una parola, frase o un'altra locuzione pronunciata dal Presidente degli Stati Uniti George W. Bush caratterizzata da errori involontari di grammatica o significato, spesso con effetti comici. Il termine è entrato nell'uso comune (soprattutto negli Stati Uniti, ma anche altrove) a causa della frequenza con cui Bush introduce “bushismi” nelle sue dichiarazioni pubbliche. Esistono interi siti Web dedicati alla raccolta di “bushismi”; in Italia, la rivista Internazionale ne pubblica uno ogni settimana.
(Ma in italiano è entrato nell’uso comune?)
Dunque si tratta di una sorta di figura retorica, una parola o frase. Il De Mauro elenca 1637 ismi, ma di questi solo 40 si riferiscono alle parole. Questi hanno a che fare per lo più con parole di una qualche origine geografica (francesismo, latinismo, olandesismo ecc.), ma pochissimi derivano da persone (dantismo, petrarchismo) e per ovvie ragioni. Parrebbe quindi che ismo in italiano per indicare una parola o espressione inventata da qualcuno sia molto più rara che in inglese.
Non accontentandomi di Wikipedia, sono tornato alle origini, e ho cercato ism sul Concise Companion to the English Language, nella mia edizione del 1998:
The suffix is widely used with considerable freedom and flexibility to label any regional and local usage such as Newfoundlandism and New Yorkism, and for nonce purposes, as in: Simon Hoggart’s ‘Bushism of the week’, in the Observer magazine during 1989 referring to the usage of US President George Bush. When asked to comment on the fall of the Berlin Wall, Bush is reported to have said: ‘I wouldn't want to say this kind of development makes things to be moving too quickly at all… so, I'm not going to hypothecate that anything goes too fast.’
Come qualcuno avrà notato, non si parla di George W. Bush, presidente dal 2001, ma di George H. W. Bush, presidente dall’89 al 93. La conferenza in cui ha pronunciato questa frase è del 9 novembre 1989: sta crollando il muro di Berlino.
È evidente che oggi il termine si riferisce al presidente in carica, e d’altra parte nell’89 il Concise Companion non poteva immaginare gli eventi futuri. Ma chi ha fatto la voce di Wikipedia poteva conoscere gli eventi passati.
Quando si scrive un libro ad ogni capitolo non si rivela mica come andrà a finire. Questo è un romanzo e stiamo scrivendo i singoli capitoli. Non è un romanzo giallo, ma d'amore. Quindi tutto bene e certamente, alla fine, si sposano. (Il Corriere della Sera, Rai News 24.)
Così si è espresso recentemente il Presidente del Consiglio in pectore Romano Prodi, per spiegare che la formazione della squadra di governo è a buon punto. L’uso di questa fantasiosa metafora da parte di Prodi mi sembra una strategia discorsiva messa in atto affinché l’opinione pubblica modifichi il proprio modo di leggere i fatti. Finora infatti, riferendo delle trattative per la formazione dell’esecutivo, la stampa ha spesso uilizzato metafore con connotazioni negative: nodi ancora da sciogliere (Reuters, Il Tempo), rebus da risolvere (Il Sole 24 Ore, L’Unità), guerra e braccio di ferro (Il Giornale, Il Corriere della Sera), danza e balletto di poltrone (Il Sole 24 Ore, Yahoo! Notizie Italia). Naturalmente la sostanza non cambia, cioè le difficoltà e le trattative tra partiti per i ministeri, ma concepire tale sostanza come romanzo crea implicazioni diverse. Non più nodi e rebus, ma momenti dell’intreccio, non più guerra, ma amore, perché alla fine i personaggi (quanti?) si sposano. Speriamo che non siano finzione, questi frammenti di un discorso politico.
John R. Searle terrà una conferenza dal titolo "What is language" giovedì 25 maggio 2006, alle ore 15:30, presso il centro Torino Incontra di via Nino Costa 8. La conferenza ha luogo nell'ambito del premio Mente e Cervello istituito dal Centro di Scienza Cognitiva dell'Università e Politecnico di Torino. Oltre che a Searle il premio sarà conferito il 24 maggio a Giovanni Liotti (Presidente della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva) e ad Andrea Comba (Presidente della Fondazione CRT di Torino).
Being in the dictionary, then, doesn't make a word “real.” All words are real. Words are like dogs. Some dogs are pedigreed, some are not, but the unpedigreed dogs are dogs just the same — they bark like dogs and run like dogs and rub their little doggy noses into your hand whether or not they have a piece of paper from the Kennel Club. It's the same with words. The right word in the right place can make you laugh, or cry, or think — act like a “real word” whether it's been caught in alphabetical order between the covers of a thick reference book or not.
Dal post What's a Word Gotta Do to Get in This Joint, Anyway? di Erin McKean, editor del The Concise Oxford American Dictionary. La lessicografa è stata guest blogger del PowellsBooks.Blog dal 10 al 14 aprile. Interessanti i suoi post su lessicografi, parole e dizionari.
Gli ultimi mesi hanno fornito diverse occasioni di dibattito a chi si occupa, sia a livello professionale che amatoriale, di parole, lessici, dizionari ecc. Tra le varie notizie che hanno tenuto banco, il presunto raggiungimento del milione di parole da parte dell’inglese (CBS News, The Sunday Times, e i commenti di Benjamin Zimmer su Language Log, e Jesse Sheidlower su Slate - segnalato da The Lexicographer’s Rules); L’Oxford English Corpus raggiunge “1 billion words” (ancora Benjamin Zimmer per una rassegna stampa e i commenti; ovviamente non mi azzardo a tradurre billion).
Per quanto riguarda il mercato dei dizionari, segnalo l’uscita della seconda edizione del dizionario Oxford-Paravia.
Con l’avvio della campagna elettorale per le amministrative, la buca della posta ha ricominciato a riempirsi di materiale informativo-pubblicitario-propagandistico da parte di amministratori, consiglieri comunali, circoscrizionali e all that jazz. Ieri trovo una lettera su carta intestata, con tanto di torello rampante, che sciorina le cose fatte in questi anni. La mia lettura si blocca su questa frase:
Ho sollecitato… l’Amministrazione affinché ponesse rimedio al degrado dei marciapiedi e della pista ciclabile…. e qualche risultato dovrebbe già essere visibile.
dovrebbe? Che cosa indica questo verbo così poco politicamente comunicativo? Non credo obbligo, perché un risultato non può essere obbligato a essere già visibile; non può significare “essere opportuno, consigliabile”, perché suonerebbe strana una perifrasi tipo “è opportuno che qualche lavoro sia già visibile”, dato che verrebbe da chiedersi: “Altrimenti?”. Mi sa che si tratta di una modalità epistemica, che indica il frutto di un’ipotesi, una valutazione di un fatto, e quindi la traduzione è: “penso, è possibile, che qualche risultato sia già visibile”. Ma se è una ipotesi su un fatto, il fatto dov’è?
In un intervento sul Corriere della Sera del 23 aprile Tommaso Padoa-Schioppa discute del problema del passaggio dalla scelta di chi governa a quella di come governare, del passaggio di uno schema che da bino (la costruzione di schieramenti capaci di vincere) diventa plurimo (le soluzioni proposte per il problemi sono molteplici e travalicano gli schieramenti). A un certo punto scrive:
Ciò che è bino e ciò che è plurimo hanno ragioni d'essere ugualmente forti. È per questo che, nella sua intelligenza, la lingua inglese ha coniato parole diverse per i due diversi significati della politica: conquista del potere (politics) ed esercizio del potere (policy).
L’affermazione è suggestiva, perché pur trattandosi di una discussione di politologia, ha risvolti lessicologici, traduttivi, e prima ancora di comprensione che chi a che fare con l’inglese ben conosce. I dizionari e manuali d’uso della lingua inglese riportano quasi sempre la distinzione che qui, per chiarezza, cito dal Collins COBUILD English Usage:
Politics… is usually used to refer to the methods by which people acquire, retain, and use power in a country or society.
If you want to refer to a course of action or plan that has been agreed upon by a government or political party, the word you use is policy.
Poiché l’italiano “politica” copre entrambi i significati, i dizionari bilingui di solito propongono strutture del genere:
politics: politica; arte del governare; idee politiche
policy: politica, linea politica.
politica:
1 (scienza, arte del governare) politics + verbo sing.
2 (modo di governare, linea di azione) policy
Come possiamo distinguere l’uno dall’altro, leggendo testi inglesi? Quali sono i segnali contestuali che indirizzano la nostra interpretazione ed eventualmente ci possono aiutare a tradurre in inglese? Se facciamo una veloce ricerca su Google News U.S., The New York Times, e The Guardian si può notare che policy è accompagnato di solito da aggettivi quali domestic, foreign, economic, monetary, social ecc., modificatori quali health, education ecc. e da nomi quali government, mayor, Bush (o president), Blair. Politics tende ad essere preceduto da aggettivi e modificatori relativi a paesi: Italian, US, UK ecc., a istituzioni: party, parliamentary, o a idee: green, communist. Una parola come government, che rappresenta l’esercizio del potere, colloca con policy. Dato poi che policy è una linea di azione nei confronti di qualcosa, può essere seguito da preposizioni quali toward(s) e on.