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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
La settimana scorsa ricevo una lettera dalla mia banca. Mi chiedono e-mail e cellulare nel caso vogliano contattarmi in modo più veloce e diretto (per far cosa poi?). Cosa devo fare per mandare queste informazioni?
A tal fine – naturalmente solo nel caso in cui Lei fosse d'accordo, e con la possibilità di modificare in qualsiasi momento tale Sua scelta – La preghiamo, qualora non lo avesse già fatto, di comunicarci tramite lo schema in calce a questa lettera i contatti che Lei ritiene utili, e di consegnare poi tale schema a una qualsiasi delle nostre Filiali, presso la quale potrà anche trovare ogni ulteriore informazione.
Ho provato a fare un'analisi del periodo e logica di queste 69 parole e 8 (o 9?) proposizioni, ma mi sono perso nel groviglio di relative, coordinate-subordinate, congiunzioni ipotetiche. Per non parlare degli aspetti testuali, perché "A tal fine" richiama una frase di quasi pari lunghezza, o delle espressioni che grondano cortesia quali "solo nel caso in cui Lei fosse d'accordo", "modificare in qualsiasi momento tale Sua scelta", "La preghiamo". Per fortuna la banca aderisce a Patti Chiari:
"PattiChiari" è il progetto promosso dall' ABI per migliorare i rapporti tra Banca e Clientela, improntato ai valori della chiarezza, comprensibilità e trasparenza nel dialogo che coinvolge ogni giorno operatori di sportello e utenti.
Altrimenti non avrei capito nulla.
Già dal titolo il libro di Antonio G. Calafati Dove sono le ragioni del sì? La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza, recentemente pubblicato da Seb27, invita il lettore al dubbio e alla lettura critica.
Calafati è docente di Economia Urbana e di Analisi delle Politiche Pubbliche presso la Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche, e il libro nasce da un corso in cui è stato chiesto agli studenti di leggere Il Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa alla ricerca delle ragioni del sì alla Tav in Val di Susa. La lettura si è trasformata in una più generale analisi di come i grandi giornali, con i loro editorialisti e giornalisti, affrontano tematiche decisive per lo sviluppo del nostro Paese.
Partendo da un caso concreto, il dibattito sulla Tav all’inizio del dicembre 2005, Calafati estende lo sguardo alla società della conoscenza rappresentata dai giornali:
Per Calafati il dibattito sulla Tav, così come emerso dagli editoriali, dai corsivi e dalle dichiarazioni dei politici, non è stato sostanziato da dati e da analisi basati su fatti ma da un’inadeguatezza di fondo. Il dibattito sulla realizzazione della linea ferroviaria Torino - Lione è stato una parodia e dimostra “l’incapacità di condurre una discussione collettiva su un problema complesso”. Se si leggono le analisi degli editorialisti (da Sergio Romano ad Angelo Panebianco, da Lucia Annunziata a Giovanni Valentini, per citare alcuni dei più autorevoli) e le affermazioni dei politici (dal Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso al sindaco di Torino Sergio Chiamparino, a vari politici nazionali - per lo più del centro-sinistra), non si trovano argomentazioni razionali. Tutti sono - commenta Calafati - risolutamente, ostinatamente, inspiegabilmente favorevoli all’opera.
Rimarrà deluso chi, attirato dal titolo del libro e memore del dibattito da cui è scaturito, cercherà dati, approfondimenti tecnici, studi di fattibilità e loro confutazioni. Il libro parte dalla Tav, ma non è un libro sulla Tav. E rimarrà deluso chi, come chi scrive, cercherà uno studio approfondito delle argomentazioni che nel libro sono criticate. Gli articoli da cui muove Calafati sono citati ma non riportati per intero, e l’autore si limita a brevi citazioni fuori dal contesto senza offrire al lettore l’opportunità di un’indagine più dettagliata. Il libro rimane sospeso tra l’urgenza dell’autore di intervenire nel dibattito e la mancanza di tempo e spazio per mettere davanti agli occhi del lettore quei dati, quelle riflessioni che Calafati, in quanto esperto di grandi opere pubbliche, potrebbe proporre. La stessa critica dell’argomentazione dei giornali, della gabbia logica e cognitiva in cui hanno costretto il dibattito, è accennata con strumenti parziali. Succede per esempio quando lo sguardo si sposta dalla specificità della Tav allo scenario complessivo: trasformare l’Italia nella piattaforma logistica dell’Europa.
A chi scrive questo scenario ricorda il framing così come definito da George Lakoff. Un frame è una struttura concettuale composta da metafore, slogan, che impongono una visione del mondo, e l’Italia come piattaforma logistica d’Europa disegna una visione del futuro e indirizza concettualmente il dibattito.
Pur non essendo questo post il luogo per approfondire il concetto di frame, è giusto evidenziare che Calafati porta il lettore a un momento analitico cruciale - dal punto di vista politico, economico, culturale e cognitivo - accennando a un’analisi della struttura dell’argomentazione da cui ci si aspetterebbe di più (dire che si tratta di una “follia” è un giudizio e non un’analisi del modello concettuale); ha il merito di metterci in guardia da “trappole micidiali per il lettore”, dai “labirinti tematici, concettuali e logici” presenti nelle argomentazioni degli editorialisti ma il filo d’Arianna che ci propone, per quanto utile punto di partenza, non è sufficiente per uscire dal modello concettuale che si sta imponendo.
Translate This! cita una graduatoria degli stipendi americani apparsa su Money Magazine. Stropicciatevi gli occhi e le orecchie, perché compaiono anche i traduttori e gli interpreti. Superati da storici, archivisti e… imbalsamatori, fanno mangiare la polvere ai cuochi (ma non agli chef).
Sto camminando in corso San Maurizio, Torino, davanti a me c’è una famiglia di turisti russi, padre madre figlio adolescente. All’altezza di via Giulia di Barolo si fermano, incuriositi dalla chiesa sullo sfondo. Il ragazzo sfodera una modernissima macchina fotografica digitale e scatta una serie di foto all’edificio religioso. Sarà che quando uno è all’estero fotografa ogni cosa, ma con tutto il rispetto mi chiedo cos’abbia di interessante la chiesa di Santa Giulia per meritare tanta attenzione da duecento metri (ammetto subito la mia colpevolezza: in California ho sprecato mezzo rullino per fotografare sulla spiaggia di Santa Monica degli uccelli dal becco lungo che picchiettavano la battigia). Va anche detto che nemo turista in patria est: ricordo ancora il mio stupore quando un’amica torinese mi disse di aver visto ad Asti il luogo dove bruciavano gli eretici. Eretici ad Asti?
La cosa buffa è che per fotografare la chiesa il ragazzo si è appoggiato alla Fetta di Polenta, senza accorgersene. Uno degli edifici più strani e bizzarri che si conoscano, la Fetta di Polenta fu progettata da Alessandro Antonelli (si dice per scommessa) su una superficie di 27 metri di lato su via Giulia di Barolo e di 5 metri su corso San Maurizio; la casa, di 6 piani, è alta 27 metri ed è larga solo 70 centimetri sul lato opposto a corso San Maurizio. Alcune foto qui, qui e qui.
Ma soprattutto il giovin russo avrebbe posto maggiore attenzione all’edificio, se avesse saputo che è meta di pellegrinaggio di tutti i lessicografi, e il perché lo lascio spiegare alla targa ivi posta, così mirabilmente scolpita dal lapicida:
In questa casa abitò e operò
Niccolò Tommaseo
nato a Sebenico nel 1802 morto a Firenze nel 1874
Anima fierissima di Italiano
Ministro della Repubblica Veneta nel 1848-49
Poeta, prosatore, filologo sommo
qui compose per l’editore Pomba
il grandioso Dizionario
monumento imperituro
della Lingua Italiana.
La settimana scorsa c’è stata in Langit una polemica su traduzione di parolacce e libertà di espressione. Uso il termine parolacce nella sua accezione comune e senza alcun intento morale. Una traduttrice chiede consigli sulla traduzione in italiano dell’espressione holy f*** (utilizzo gli asterischi per evitare che alcuni ignari arrivino loro malgrado qui). Come succede spesso in questi casi, arrivano moltissimi suggerimenti, finché un traduttore inglese suggerisce, se il contesto sostiene la sua ipotesi, di tradurre con quella che in italiano è una bestemmia. Alcuni si sentono offesi e lo fanno presente, altri difendono la libertà di discussione sulla mailing list, perché comunque la discussione verte su un aspetto linguistico e culturale rilevante all’interno del testo in cui è presente. Fin qui i fatti.
La parolacce in genere si riferiscono a:
- sesso
- funzioni corporali
- religione (bestemmie)
Dal mio punto di vista, in questo caso credo che sia necessario valutare se holy f*** sia una bestemmia o meno.
Se è una bestemmia, tecnicamente bisognerebbe tradurre con l’equivalente italiano. Ma in Italia le bestemmie non si possono scrivere o pronunciare in ambiente pubblico (lasciamo perdere il fatto che la gente lo faccia quotidianamente), e quindi c’è una resistenza fortissima a usarle in un testo. Diventa una scelta di responsabilità o di scandalo, da discutere con il redattore o l’editore. Raffaella Toregiani segnala che in letteratura una bestemmia è stata usata solo da Aldo Busi, anche se con grafia diversa rispetto a quanto ci si aspetterebbe.
Se non si tratta di una bestemmia, tradurre con una bestemmia non è solo un errore linguistico, ma trascina addosso a chi lo fa pesanti giudizi.
Ho fatto una ricerca nella versione gratuita e demo del British National Corpus: holy f*** compare tre volte (ma due volte nello stesso testo e probabilmente con un altro senso); inoltre si trova anche in un articolo del Seattle Weekly, dove non sembrerebbe una bestemmia. Questo mi fa dubitare che l'espressione abbia la stessa forza di una bestemmia in italiano; a ciò va aggiunto che la traduzione è stata proposta da un traduttore inglese e non italiano, e questo può essere emblematico del fatto che la percezione delle parolacce nelle altre lingue sia molto diversa rispetto alla propria lingua. (E gli stessi madrelingua inglesi hanno idee diverse sulla volgarità delle parole, come nella polemica sulla pubblicità australiana So where the bloody hell are you?.) Nelle imprecazioni holy perde molto del suo contenuto semantico come in holy cow! holy smoke! holy mackerel! holy shit! (che compare 10 volte nella versione demo del BNC).
C’è un altro aspetto interessante. Alcuni dei traduttori che si sono lamentati dell’uso della bestemmia su Langit hanno sottinteso che scrivere una bestemmia equivale a dirla, cioè a bestemmiare. Chi ha contestato questo punto di vista ha sostenuto che non è vero, perché per esempio dire “sesso” non equivale a fare sesso (bastasse questo…). Ma è evidente che la forza espressiva, culturale e linguistica della bestemmia è tale che scriverla non è un semplice atto di citazione - perfino in ambito metalinguistico - ma una bestemmia vera e propria. È un atto linguistico alla Austin o Searle: dire è fare.
Prendo spunto dal Quaderno dei vocaboli, che qualche giorno fa nel post Prurito cita l’espressione idiomatica inglese the seven year itch, che è generalmente tradotta “la crisi del settimo anno”. Mi sono sempre chiesto se l’espressione inglese derivi dal film di Billy Wilder (in italiano: Quando la moglie è in vacanza). Il New Shorter Oxford riporta due significati:
colloq. (orig. US) (a) a form of scabies alleged to last for or recur after seven years; (b) (chiefly joc.) a supposed tendency to infidelity after seven years of marriage.
L’Online Etymology Dictionary dice:
1899, Amer.Eng., some sort of skin condition (sometimes identified with poison ivy infection) that either lasts seven years or returns every seven years. Jocular use for "urge to stray from marital fidelity" is attested from 1952, as the title of the Broadway play (made into a film, 1955) by George Axelrod (1922-2003), in which the lead male character reads an article describing the high number of men have extra-marital affairs after seven years of marriage.
Quindi l'idiom non deriverebbe dal film, ma dalla commedia da cui è stato tratto. Gli appassionati sanno che nel periodo in cui uscì il film era in vigore il Codice Hays di autocensura, e Wilder e Axelrod faticarono non poco a produrre un testo non censurabile, riuscendo comunque mirabilmente a trasmettere tutto il divertimento delle situazioni. Così come è noto che alcune scene furono tagliate (come quella in cui un idraulico recupera un attrezzo nella vasca mentre Marilyn si sta facendo il bagno), o che la celeberrima scena della metropolitana non fu girata a Manhattan, ma su un set perché - ricorda IMDb - in strada:
5000 onlookers whistled and cheered through take after take as Marilyn repeatedly missed her lines. […] The original footage shot on that night in New York never made it to the screen; the noise of the crowd had made it unusable. Billy Wilder re-staged the scene on the 20th Century Fox lot, on a set replicating Lexington Avenue, and got a more satisfactory result. However, it took another 40 takes for Marilyn to achieve the famous scene.
Joe DiMaggio non apprezzò.
La chiusa è obbligatoria. Come molti sanno ora Torino ha una metropolitana. Oltre a essere un evento storico per i trasporti, rappresenta anche una straordinaria novità per l’immaginario dei cittadini torinesi, come ha ricordato Claudio Gorlier, perché si aggiunge una dimensione inedita, quella sotterranea. In questi giorni ho notato che quelle che sembrano griglie di ventilazione (che nel film provocano il sollevamento della gonna di Marilyn) sono rialzate rispetto al piano stradale di circa mezzo metro e sono poste in luoghi in cui passaggio è impossibile, oltre a essere piuttosto brutte alla vista. Poiché penso che sia improbabile che una fanciulla rischi la vita nell’attraversamento dei corsi e si inerpichi lassù per catturare il vento sollevato dal passaggio dei treni, temo che non avremo mai una Marilyn torinese.
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