poeta.selvaggio(at)gmail.com
About Translation
Blogos
bulbulovo
Fablog
Gruppo L10N (feed)
Il barbaro
Il quaderno dei vocaboli
Language Hat
Language Log
Naked Translations
separated by a common language
Taccuino di traduzione
The Language Guy
The Lexicographer's Rules
Translate This!
trapra
Wordlustitude
poetaselvaggio in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
nicpoeta in Elogio del refuso
muzii in Elogio del refuso
muzii in Let's pee in the cor...
nicpoeta in Good grief! I Peanut...
utente anonimo in Good grief! I Peanut...
liseuse in Il reggiseno alfabet...
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
visitato *loading* volte
La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Molti anni dopo, di fronte alla crema Gianduia, il commendator Michele Ferrero si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere la nocciola Piemonte. Alba era allora un villaggio di venti case di mattoni e di viti di barbera costruito sulla riva di un fiume dalle acque limacciose che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi uova senza sorpresa. L’arte della pasticceria era così recente, che molti dolci erano privi di nome, e per citarli bisognava indicarli con il dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di traduttori professionisti piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove traduzioni. Prima portarono il dizionario. Un traduttore magrolino, la barba di due giorni e mani di passero, che si presentò col nome di Nicolas, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli chiamava l'ottava meraviglia dei savi traduttori di T&t.
La Nota del Traduttore, con la consueta attenzione alla traduzione tecnica, presenta nella sezione Traduttorama un rassegna di articoli sugli strumenti di traduzione assistita. Gli interventi sono di Alessandra Muzzi (Déjà Vu), Carolina Turrini (SDLX), Fiorenza Mileto (SDL Trados) e Sabine Cretella (OmegaT). Io ho contribuito con l’articolo su Transit XV.
Tirate fuori dal cassetto il romanzo che non avete mai osato spedire a un editore perché credevate che non avrebbe avuto successo: ora avete a disposizione uno strumento efficace per valutarne l’accoglienza presso i lettori. Inserite il titolo nel Lulu Book Title Analyzer e otterrete una percentuale che vi dirà se insistere o lasciar perdere:
The Lulu TitleScorer has been developed exclusively for Lulu by statisticians who studied the titles of 50 years’ worth of top bestsellers and identified which title attributes separated the bestsellers from the rest.
(via Language Log)
In effetti devo dire che oltre al fatto di essere un libro che mi è piaciuto molto, An Instance of the Fingerpost mi ha attirato inizialmente anche per il nome. Evidentemente la percezione dei titoli deve essere diversa in Italia, se in italiano è diventato La quarta verità.
Secondo The Inquirer, che riporta una statistica dello Spiegel Online, Most bloggers are lame and have no friends. Su 100.000 intervistati in Germania, il 4% legge blog e li commenta, mentre il 12% ha un proprio blog. Interessante sarebbe la stima di quanti leggono abitualmente i blog senza averne uno. Secondo me pochi, perché la blogosfera è autoreferenziale ed è una comunità che ama citarsi, leggersi, incrociarsi. Quelli che arrivano da fuori spesso non capiscono che cosa sta succedendo.
Ma quanti blog ci sono? Sono in possesso di dati contraddittori. Jeremiah Patton sostiene che attualmente ci sono 14 milioni di blog che crescono al ritmo di 80.000 al giorno e, se capisco bene, 15 milioni sono i lettori (cifra che conferma la mia ipotesi blogger = lettore abituale di altri blog).
Secondo Allison Nazarian i blog sono 9 milioni, con 40.000 nuovi blog ogni giorno.
Stando allo Spiegel, il 75% degli intervistati sa che cos’è un blog. Sono certo che chi sta leggendo queste righe non si limita a saperlo.
Leggendo sul Guardian un articolo sulle proteste in Val di Susa mi sono imbattuto in questa frase:
Some 20 people, including five police, were taken away in ambulances following that incident and the tensions it generated have yet to subside.
È un uso plurale di police che non ho mai visto ma a quanto pare diffuso. Si vedano questi esempi:
Her comments came as NSW Opposition leader John Brogden told media in Macquarie Fields today that the government should have 800 police, not 80, in the area to restore law and order immediately. (The Sydney Morning Herald)
Five police were injured in last week's disturbance and three people were arrested (BBC)
"We're scared, we don't want to go out," he told Bloomberg by telephone. He didn't give estimates of how many police were in the village or how many shops were shut. (Bloomberg)
Ne ha fatta di strada dal XIX secolo quando questo uso era per lo più scozzese e colloquiale americano, secondo il New Shorter Oxford Dictionary. Comunque il senso di police officer è attestato dal Webster’s Third New International Dictionary.
L’altra sera guardavo CSI: Grave Danger. Nick viene rapito, e alla scientifica ricevono un messaggio che dice:
ONE MILLION DOLLARS IN 12 HOURS
OR THE CSI DIES
E in seguito anche Grissom si riferisce a Nick come CSI al singolare nel senso di agente della scientifica (e se lo dice lui...).
D’altronde sul sito della CBS si legge:
Ecklie arrives and tells the CSIs that this case is the lab's only priority that night.
Quindi anche Maria De Filippi non aveva tutti i torti quando rivolgendosi a Warrick (l’attore Gary Dourdan) gli disse una frase tipo: “CSI, vieni qui”
Sul numero di dicembre di intercom, la rivista della Society for Technical Communication, c’è un utile articolo intitolato “Top 10 Mistakes in High-Tech Copy” di Janice M. King. Dico “utile” perché, anche se rivolto a copy e redattori tecnici, l’articolo è senza dubbio interessante per i traduttori che si occupano di testi pubblicitari e di marketing relativi a prodotti IT.
Tra gli errori elencati vi sono: Excessive Hype, Forgetting to Sell, The “Blah, Blah, Blah” Syndrome, Lack of Clarity, Jam-Packed Jargon… e proprio quest'ultimo secondo me è il punto più interessante:
Your product has many wonderful features, applications, and benefits. That doesn’t mean you should tell readers about them all in the same breath. The message will be more effective if you spread out technical details, giving the reader time and brain space to absorb the message.
Parole sante! Che potrebbero essere concluse con giving the translator time and brain space to find the correct translation.
Epperò sulla stessa rivista poche pagine dopo campeggia con grande risalto questa pubblicità:
Quickly deliver professional Help, Web content, pdfs, portable-device contents, and XML. Point-and-click output customizations and GUI-based advanced features harness the power of XML for your online publishing needs. Out-of-box support for 14 online formats and over 45 languages, including double-byte characters. Section X accessibility compliance support, and much more.
E menomale che ci risparmiamo il much more, in cui certamente non ci priveranno di espressioni di cui ormai qualsiasi testo di marketing non può fare a meno: a few clicks away, business critical, business value, cross-platform, deliverables, enterprise-ready, leading edge, leverage, look-and-feel, over-the-counter, robust, seamless integration…
Tra i miei appunti pre-Internet trovo due chicche. La prima è una specie di limerick (probabilmente inviatomi da Franz) che ha a che fare con la teoria della relatività:
There was a young lady of Wight,
Whose speed was faster than light,
She departed one day,
In a relative way,
And came back on the previous night.
Sul sito di Stephen Hawking ne è riportata una versione leggermente diversa con la spiegazione alla luce della relatività generale.
La seconda è una frase palindromica segnalatami da Enrico Griseri:
Doc, note, I dissent: a fast never prevents a fatness; I diet on cod.
Appunti vergati a mano su carta ingiallita trovati in un cassetto della memoria che magari così salvo dal (mio) oblìo.
Qualche tempo fa il Taccuino di traduzione segnalava un interessante link sul termine dietrologia sul Christian Science Monitor: 'Dietrologia' – the story behind the story (maybe). La discussione prendeva spunto da un articolo sul San Francisco Chronicle, che a seguito delle rivelazioni sulla presunta costruzione di prove false da parte dei servizi segreti italiani sulla presenza di armi nucleari in Iraq scriveva:
In Italy this netherworld is called dietrologia -- a word that loosely translates as the widespread belief that political, security and criminal forces are constantly engaged in secret plots and maneuvers.
Secondo il Monitor:
As a term, "dietrologia" seems to go back a few decades, to a period when Italian politics seemed to have more than its share of mysterious political murders – remember the Red Brigades, the murder of Aldo Moro, the mysterious death of Roberto Calvi.
Il dizionario De Mauro dà come data di attestazione il 1974.
La spiegazione migliore (e praticamente in diretta rispetto al primo uso del termine) l’ho trovata in Romanzo di un ingenuo di Gianpaolo Pansa, che a pagina 231 dice:
Negli anni Settanta, i migliori cervelli d’Italia consumarono giorni e notti per individuare una ragione di quel caos gonfio di sangue. E soprattutto per scovare una risposta alla domanda delle domande: a chi giovava? Sì, quale mulino veniva fatto girare da tanti furibondi torrenti? Mai quesito ebbe un campionario di risposte tanto vasto. Risposte tutte diverse. Tutte contrastanti. Tutte ugualmente infondate o improbabili.
Trionfò una scienza nuova: la dietrologia. Che si esercitava su un’ossessione anch’essa propria dell’epoca: quella del golpe. Anzi, dei golpe, perché in quegli anni venne avvistata all’orizzonte, con un contorno di nubi fosche, una successione di immaginari colpi di stato, in embrione o in fase avanzata, o addirittura attuati, sia pure senza successo.
At the violet hour, when the eyes and back
Turn upward from the desk…
Sono appena arrivato in albergo. L’albergo Victor, 4 stelle nel centro commerciale e universitario di Bari, un albergo che non potrei permettermi neanche in sogno se non pagasse l’università (e proprio grazie all’università costa solo 83 euro). Elegante e discreto, accogliente e cortese. Un dipendente mi porta in stanza il bagaglio continuando a chiamarmi “professore”. Domani devo tenere all’università, Facoltà di Lingue, due lezioni dal titolo “La traduzione assistita e i linguaggi settoriali”. Squilla il telefono: strano, chi mi cerca a quest’ora? “Pronto” - è la docente che mi ha invitato - “ha impegni per stasera?” “Beh veramente no... (in realtà voglio fare un giro nel centro storico e andare fino a San Nicola)” “Bene, allora se le va può venire a cena con noi, abbiamo un altro ospite, un traduttore di teatro” “Va bene”. Ma chi sarà ‘sto traduttore? Uno famoso o un giovine alle prime armi?
Alle 20.20 prendo l’ascensore per andare nella hall dove devo incontrare gli altri. Una coppia sale in ascensore, lei un caschetto nero e occhiali con lenti spesse, lui alto in soprabito, calvo ma con i capelli lunghi bianchi ai lati, barba. Arrivati nella hall i due vengono salutati da una signora che li aspetta “Ciao Sandro, com’è andata la passeggiata di oggi? Ah, aspettiamo un’altra persona, un tal dottor Poeta”. Io sono esattamente dietro di lei: "Sono io", dico timido. Avvengono le presentazioni, il tipo dell’ascensore è quel traduttore ospite come me. Si presenta: “Piacere, Serpieri”, io, quasi svenendo dico con la bocca completamente secca: “Piacere… Poeta”.
I shall rush out as I am, and walk the street
With my hair down, so.
(Tra traduttori ci si capisce)
Sono a cena con Alessandro Serpieri. Non ci posso credere. Il traduttore della Waste Land, di Shakespeare, uno dei massimi anglisti italiani. “E lei di che si occupa, che cosa traduce?” “Beh, io, mah, cioè mi ocupo di trazioni teniche, cioè mi occupo di traduzioni tecniche, tipo... non so... informatica (non reagisce)... automobilismo (non reagisce).” Allora per salvarmi interviene una professoressa: “Il dottor Poeta domani ci farà vedere un video sulla traduzione. A proposito abbiamo abbastanza cuffie in laboratorio?” Cuffie? Interviene un’altra “Noi siamo interessati all’aspetto lessicale, lessicografico, non so se ha presente di che cosa sto parlando, noi l’anno scorso abbiamo anche utilizzato Eurodicautom.” Addirittura… Devo reagire: “Io in realtà domani presento un software, cioè un programma per computer, che assiste il traduttore durante la traduzione. Dunque non è un video e non servono cuffie. Ho presente cosa intende per lessicografico, ho lavorato per tre anni in una redazione lessicografica. Eurodicatom è uno strumento che uso quotidianamente…” Mi blocco, mi guardano tutti in modo un po’ strano, forse ho esagerato nella foga.
Serpieri mi fa “Ah dunque si occupa di computer. Io un po’ di tempo fa ho comprato un giornale e dentro c’era un CD, era roba sua?”.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Questo post mi sembra un doveroso contraltare all’ultimo. Chissà quanti ne avrà visti e sentiti di traduttori come me Serpieri, chissà cosa penserà lui, un Traduttore. Di quelli come me, fuori dall’accademia e con un piede nel business, che hanno rinnegato Keats per Esselink.