Blogger: poetaselvaggio

Contatti:

poeta.selvaggio(at)gmail.com

Feeds

Pulsanti

GeoURL

Ricerche nel blog

Contatore

visitato *loading* volte

Crediti

La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

lunedì, 28 novembre 2005
Due concezioni della traduzione

Dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, la traduzione può essere catalogata secondo due concezioni: business e romantica. Sono due termini impropri e non sempre in contraddizione, e business utilizza l’inglese di cui bisognerebbe fare a meno, ma secondo me sono utili per fotografare la situazione. Molte delle riflessioni che seguono sono state ispirate da una proficua conversazione con Denise Russell, presidente di Language Masters, Inc. e autrice di Turn Your Second Language Into Ca$h. Questo post è piuttosto lungo, ma credo sia interessante per i professionisti del settore.

 

Descrizioni

La concezione business è tipica delle grandi agenzie di traduzione internazionali, soprattutto di quelle con sede negli Stati Uniti. Secondo questa concezione, l’agenzia di traduzione (uso “agenzia” anche qui in modo improprio; pur senza farsi allettare da sfide nominalistiche sarebbe utile tener conto delle distinzioni fatte da Gianni Davico) è prima di tutto un’azienda, strutturata come qualsiasi altra azienda con responsabili finanziari, commerciali, operativi ecc. È una prospettiva top-down, in quanto il processo è al centro e la qualità del prodotto è una conseguenza della qualità del processo. I processi interni ed esterni sono standardizzati, prevedono procedure per tutte le fasi (gestione, traduzione, editing, proofreading). Per fare alcuni esempi, la standardizzazione del processo riguarda la ricerca dei fornitori, che sono selezionati in base a prerequisiti stabiliti in precedenza e che in molti casi saranno sottoposti a prove. Gli attori coinvolti nelle varie fasi del lavoro, project manager, traduttori, revisori ecc. sono tenuti a seguire istruzioni e checklist. Il revisore, per esempio, dovrà attenersi a una scaletta delle cose da controllare, partendo da verifiche puramente formali (è stato tradotto tutto? ci sono errori di battitura?) a controlli più linguistici (ci sono errori di traduzione? è stata mantenuta la coerenza terminologica e stilistica?). Si consideri per esempio il QA Model della Localization Industry Standard Association che comprende, tra le altre cose:

An extensive list of GILT error categories, and severity levels and weights. Predefined metrics to define PASS/FAIL. List of tasks that are performed by testers/translators/reviewers on localization projects. User-definable and extensible error categories, severity levels, severity level, weights, tasks, etc. Metrics to measure/compare the performance of individual vendors. Objective measures of error severity can automatically trigger appropriate business decisions.

Il lavoro di traduzione è misurato e oggettivizzato, vengono utilizzate le memorie di traduzione e tutte le parole hanno lo stesso peso traduttivo ma non hanno lo stesso peso nei conteggi: frasi già tradotte non verranno più pagate a meno che non ne sia richiesta la revisione.

Per la concezione romantica, il prodotto traduzione è al centro del lavoro dell’agenzia, e tutto il resto (gestione, marketing ecc.) viene costruito a partire da esso. È una prospettiva bottom-up, il traduttore è l’attore protagonista e viene scelto in base a capacità, talvolta prove, ma anche per conoscenza o su suggerimento di qualcuno. In molti casi il traduttore è responsabile della qualità del lavoro, che non necessariamente sarà rivisto, in quanto l’agenzia tende a fidarsi delle sue capacità e della sua esperienza, e il fatto che usi un CAT o meno può essere una sua scelta. La traduzione è un prodotto di abilità e genio, e nasce dalla conoscenza delle lingue e degli argomenti. La revisione si basa a volte su impressioni (questa frase non mi piace, il testo non è scorrevole) più che su criteri oggettivi di valutazione. I conteggi sono spesso a cartella di arrivo, quindi si sa da dove si parte ma non si sa dove si arriva.

 

Criticità & paradossi

Si dirà che ho citato un ente di standardizzazione per la localizzazione e non per la traduzione, ma è proprio nella localizzazione che avviene l’incontro (o scontro) delle due concezioni. La localizzazione rappresenta ormai una quota non trascurabile del mercato delle traduzioni e il romantico che entra in questo ambito deve modificare le proprie prospettive. Ma anche le agenzie americane che non si occupano preminentemente di localizzazione applicano questo modo di operare, come nel caso di Language Masters, perché la mentalità prescinde dalla specificità del prodotto e perché traducendo molto spesso in lingue che non sono l’inglese i multilanguage vendor devono garantire la stessa qualità a prescindere dalla combinazione linguistica.

Un punto dolentissimo della professione del traduttore che viene dibattuto a non finire su mailing list e blog è la remunerazione del lavoro. I traduttori spesso sono partecipi della concezione romantica, e chi comincia a fare il traduttore si vede quasi sempre come un artigiano della parola, un demiurgo che traspone un messaggio nella propria lingua, che media attraverso le culture, e vede etimologicamente se stesso come un poeta, (dal lat. poēta(m), dal gr. poiētēs, der. di poiéō “faccio, produco”) e non come un traduttore (der. di tradurre, cfr. sup. lat. traductum, con -ore, cfr. lat. traductor “chi consegna”; dal dizionario De Mauro). Essi fanno un lavoro che amano e che si ripaga con il prestigio, a volte sono disponibili a farlo addirittura gratis se vedono il loro nome pubblicato. Certi editori e certe agenzie lo sanno e a volte ne approfittano. Ma dato che carmina non dant panem la disillusione arriva presto e non è raro che si passino nottate a tradurre manuali di saldatrici per pochi spiccioli.

Nella concezione business, se da un lato con CAT e ripetizioni si impongono sconti e si considera la traduzione alla stregua di qualsiasi tipo di produzione, dall’altro ha luogo la demistificazione della missione del traduttore: è un professionista come un altro e viene pagato per la quantità e per la qualità del lavoro. Eppoi il professionista è fallibile: la revisione viene fatta sul testo prodotto, che certo può contenere errori (ovviamente non oltre una certa soglia) e il giudizio è sul merito della traduzione e non sulla persona del traduttore. Mentre può capitare nella concezione romantica che il giudizio sulla traduzione si trasformi in un giudizio sulla persona.

Va detto che procedure standard troppo rigide possono essere spersonalizzanti e provocare una sorta di estraniamento dei partecipanti nei confronti del lavoro, mentre un coinvolgimento dei traduttori spesso dà ottimi risultati. Inoltre le procedure hanno la memoria corta: se per anni un traduttore ha lavorato bene con un’agenzia, al primo errore grave corre il rischio di essere estromesso dal gruppo dei fornitori. I romantici si affezionano ai propri traduttori e a volte perdonano gli errori.

 

Una possibile sintesi

Grandi progetti richiedono professionalizzazione, organizzazione e visione. La mancanza di procedure chiare e standard può provocare ritardi, errori, incertezze e perdite economiche. Gli stessi traduttori (soprattutto tecnici, ma non solo) dovrebbero uscire dalla mistica della missione ed entrare più nella logica del rapporto fornitore-cliente. Però si lavora con persone e non con procedure, si consegnano messaggi per la comunicazione e non solo prodotti. E anche se un po’ mi fanno arrabbiare certe risposte sulle mailing list (Come si lavora con questa agenzia? Risposta: sono puntuali nei pagamenti, sono simpatici... e professionali, quasi che la simpatia sia una condizione più importante della professionalità), abbandonare tutto il romanticismo fa perdere gran parte del bello di questo mestiere.

Postato da: nicpoeta, 28/11/2005 20:48 | link | commenti (3)
intraduzioni

venerdì, 25 novembre 2005
Nascituri attempati

...diritto all’orario ridotto fino al compimento del primo anno del nascituro.

Così scrive il nostro amministratore di condominio in un comunicato sulla custode. Mi sforzo di trovare un contesto per dar senso alla frase:

1) la custode è incinta e quando il nascituro (chi sta per nascere, se dobbiamo dar retta ai dizionari) compirà un anno la madre non avrà più diritto all’orario ridotto; solo che quando il bambino compirà un anno sarà bello che nato (in realtà basta aver compiuto un secondo per non essere più nascituro); qui nascituro ha un senso flessibile, e indica il soggetto bambino dalla gestazione al compimento del primo anno.

2) Ma il bambino della fattispecie (come direbbe l’amministratore) ora ha 4 mesi, e l’avviso è stato apposto due giorni fa. Riferirsi a un bambino di 4 mesi come nascituro mi pare un po’ forzato.

Evidentemente l’amministratore deve essersi ispirato all’Ascom di Padova che riporta nelle sue news:

Con la Sentenza n. 18537 del 15 settembre 2004, la Sezione IV della Corte di Cassazione si è espressa in merito alla nullità del licenziamento di gestanti e neomamme.

La Suprema Corte ha infatti dichiarato la nullità insanabile del licenziamento, intimato dal datore di lavoro, alle lavoratrici che si trovino nel periodo compreso dall'inizio della gestazione fino al compimento di un anno del nascituro. Il datore sarà obbligato quindi a riammettere in forza la lavoratrice corrispondendole i danni causati dal mancato guadagno.

Ma la sentenza 18537 (qui in Word) non parla mai di nascituro:

...mancato riconoscimento di tutte le retribuzioni maturate e in ogni caso fino al compimento di un anno di età del bambino...

Va considerato in proposito che la legge n. 1204/1971 ha lo scopo di tutelare la posizione della lavoratrice madre in un periodo particolare della sua vita, tanto è vero che, superato il primo anno di età del bambino...

Sotto questo profilo la sentenza impugnata, che limita la condanna al pagamento della somma corrispondente alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino a quella di compimento di un anno di età del bambino...

Inoltre sulla Garzantina di Diritto alla voce Licenziamento si legge:

Analogo divieto di licenziamento opera in favore delle lavoratrici madri dall’inizio dello stato di gravidanza sino al compimento di un anno di età del neonato.

Posso provare a trovare un labile spiraglio: in “dall'inizio della gestazione fino al compimento di un anno del nascituronascituro è complemento di specificazione di gestazione. E allora avrebbe più senso, per quanto gestazione sembri reggere più un complemento di specificazione soggettivo (gestazione della madre) che una specificazione oggettiva (gestazione del bambino). Ma lo spiraglio è davvero minimo: le gestanti sono le donne in stato di gravidanza, quindi sono loro a compiere l’azione.

Magari correggo a penna sull’avviso e scrivo “bambino”.

Postato da: nicpoeta, 25/11/2005 20:44 | link | commenti (1)
semanticamente

mercoledì, 23 novembre 2005
Celti e piemontesi ballano la giga dell’etimologia

La rivista in piemontese è! ha pubblicato una mia lettera sull’etimologia della parola piemontese gigèt. Sul numero 8 era presente un articolo di Gianfranco Gribaudo sulle tracce di celtico nel dialetto piemontese in cui l’autore sosteneva che gigèt (“smania, eccitazione, brio”) deriva dal celtico gig, “solletico”, imparentato con giga, “danza irlandese”, così come riportato dal suo Ël Neuv Gribàud dissionari piemontèis. Ho scritto una lettera alla rivista perché ero un po’ perplesso dalla certezza di Gribaudo. Le fonti italiane da me controllate (Vocabolario Treccani in 5 voll., Dizionario De Mauro in 6 voll.; Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli) dicono che giga deriva dall’inglese jig, di origine incerta. Tra le fonti inglesi il New Oxford Dictionary of English conferma l’etimo incerto, mentre il Webster Unabridged fa derivare jig dal medio francese giguer, “danzare”, di origine germanica, imparentato con il norreno geiga, “girarsi”, “voltarsi”. Niente celtico dunque.

Mi ha fatto una strana impressione vedere la mia lettera tradotta in piemontese, non da me, ovviamente.

Car Diretor, i scrivo a rësguard ëd l’artìcol ëd Gianfranch Gribàud “Marche sèltiche ant ël piemontèis” (“é!”, n. 8); artìcol motobin interessant për chi com mi a l’ha pòca conossensa dël piemontèis ma a l’é anteressà ai problema lenghìstich.

I ciamo dë s-ciairì na question: tute le paròle piemontèise an dëscussion ant l’artìcol a l’han n’etimologìa germànica e mach un-a a l’é dàita com d’orìgin sèltica: gigèt. E pròpi costa ùnica a l’é peui nen tant ciaira scond mi: antratant che Gribàud a fà vnì gigèt dal sèltich gig “gatij”, àutri, com për esempi ël dissionari anglèis Webster a lo pòrta com d’orìgin germànica. Am piasërìa savèjne ëd pì ansima a costa paròla.

Nella sua risposta Gribaudo dice giustamente che il sostrato celtico in Piemonte esiste ed è precedente a quello germanico, e che le parole celtiche gigil e gigilt significano “solletico”. Ma concede anche che non che non ci sono prove scritte, e che le strade etimologie sono impervie e sdrucciolevoli.

Postato da: nicpoeta, 23/11/2005 20:55 | link | commenti (1)
semanticamente, dizionari visionari

sabato, 19 novembre 2005
Canguri, galletti e maiali

Dopo 32 anni l’Australia si qualifica per i Campionati mondiali di calcio che si terranno in Germania l’anno prossimo (qui e qui per la notizia sui giornali locali). I giocatori della nazionale australiana sono soprannominati Socceroos. Ho fatto ricerche senza trovare l’origine del termine (neanche qui), l’unica cosa che emerge è che tutte le squadre australiane hanno un soprannome: i Socceroos sono i giocatori della nazionale di calcio maschile, le Matildas sono le giocatrici della squadra femminile, i Kangaroos sono i giocatori della nazionale di Rugby League, i Wallabies quelli di rugby, gli Emus quelli di basket. Insomma l’uso di animali locali per denotare le squadre è diffuso, mentre in Italia mi vengono in mente le rondinelle del Brescia, il galletti dell’Asti e non molto altro, ma non certo per le squadre nazionali (però noi abbiamo la valanga azzurra e la valanga rosa, il settebello e il setterosa...). Potrebbe trattarsi di un calco su Kangaroos, per cui i Socceroos sarebbero i Kangaroos del calcio, dato che il rugby è più popolare.

Non posso esimermi dall’ozioso esercizio della ricerca di una traduzione in italiano, visto che durante Juventus - Bayern Monaco il telecronista asserì orgoglioso della sua conoscenza del tedesco che il cognome del centrocampista Bastian Schweinsteiger significa “colui che sale sul maiale”. Dunque, “canguri del calcio”? “calciuri”? “cangutori”? Aspetto suggerimenti e ovviamente chi sapesse l’origine del nome può farmelo sapere.

Postato da: nicpoeta, 19/11/2005 13:41 | link | commenti
intraduzioni

mercoledì, 16 novembre 2005
Burritoed in the Merriam-Webster's Open Dictionary

Quante volte aprendo un dizionario cartaceo o consultandone uno online avete detto: eh, ma questa parola non c’è! Perbacco, manca anche questa, io la uso sempre! Qualcuno si è perfino spinto a scrivere alle redazioni lettere che recitavano “Noto con disappunto che la parola trolling manca nel vostro pregiatissimo dizionario. Vogliate ovviare a questa mancanza al più presto giacché trattasi di termine di fondamentale importanza nel mondo del blogging.” Ora tutti possono partecipare all’arricchimento di uno dei più autorevoli dizionari online, il Merriam Webster. Il Merriam-Webster's Open Dictionary è un’impresa aperta a tutti coloro che vogliono inserire un neologismo.

Così scopro che il verbo burrito è:

To wrap oneself entirely; She burritoed herself in the covers so all I had left was the sheet.

Ora ho la traduzione in inglese di quello che io definisco “arrovogliarsi nelle lenzuola”! E pensare che una volta ero malato di zeppelepsy.

Postato da: nicpoeta, 16/11/2005 20:48 | link | commenti (2)
dizionari visionari

lunedì, 14 novembre 2005
EURALEX a Torino

Il dodicesimo congresso internazionale di lessicografia EURALEX si terrà a Torino dal 6 al 9 settembre 2006. Per informazioni qui.

Postato da: saraw, 14/11/2005 20:23 | link | commenti
dizionari visionari

domenica, 13 novembre 2005
Previti saver

Perché in inglese, stando almeno a quello che si legge su Internet, la legge “salva-Previti” è tradotta “Save Previti Law” o “Save Previti bill”? E mi riferisco a giornali che i telegiornali italiani non esitano mai a definire “autorevoli” (un po’ come i giornalisti italiani non perdono occasione di definire Madonna “l’ex material girl”): il Washington Post, il Financial Times (in abbonamento, per la citazione qui) e lo Scotsman. In italiano il composto salva + nome è produttivo: salvacondotto, salvadanaio, salvagente, salvamotore, salvaschermo, salvaspazio, e “salva-Previti” segue la stessa struttura. Non mi pare che esistano in inglese parole che iniziano con save, a parte save-all. In inglese si trovano safe- (safe-conduct), -saver (time saver, screensaver), -saving (space-saving), e dunque perché non utilizzare i processi di formazione delle parole esistenti? Nei composti elencati safe indica l’incolumità o la sicurezza (safe sex), -saving il risparmio (energy, labour-saving), -saver ciò che fa risparmiare. Io inizialmente ero per “Previti saver” ma a pensarci bene può essere interpretato come “qualcosa che (ci) fa risparmiare Previti”, dato che time saver è qualcosa che fa risparmiare tempo, probabilmente l’opposto di ciò che “salva-Previti” significa in italiano.

Postato da: nicpoeta, 13/11/2005 10:56 | link | commenti (3)
intraduzioni

giovedì, 10 novembre 2005
Social musicking?

Social è la parola d’ordine, condividere idee e gusti in Rete allo scopo di aumentare le proprie conoscenze.

Avete messo i vostri segnalibri su del.icio.us e le vostre foto su Flickr? Ora potete condividere i vostri gusti musicali su Last.fm:

You get your own online music profile that you can fill up with the music you like. This information is used to create a personal radio station and to find users who are similar to you. Last.fm can even play you new artists and songs you might like.

A questo punto siete così social che rischiate di perdervi tra la folla del Web. Niente paura: se volete tenere tutto sott’occhio incollate ogni cosa su SuprGlu. Per esempi e saperne più, qui.

Postato da: nicpoeta, 10/11/2005 20:40 | link | commenti
riletture

lunedì, 07 novembre 2005
In Galles qualcuno ci ama

Poeta Selvaggio è stato inserito nei Translation Links (sezione Weblogs) della School of European Languages della Swansea University. Saremo in grado di essere all’altezza della compagnia in cui siamo inseriti?

Postato da: poetaselvaggio, 07/11/2005 19:36 | link | commenti
intraduzioni

sabato, 05 novembre 2005
Una modesta proposta per la traduzione di “folksonomy”

Leggendo il sito http://www.tagcloud.com/ mi sono imbattuto nel termine folksonomies:

Folksonomies & Tagging are all the rage lately (See Flickr and del.icio.us for the most popular examples), so we thought it would be fun to see what happens when you automate the process.

Saranno pure “all the rage” ma non avevo la più pallida idea di che cosa si trattasse. Guardando le occorrenze in Google (1.850.000 di folksonomy, 687.000 di folksonomies) ho capito di essere come al solito in ritardo. Una spiegazione dettagliata si può leggere qui e qui in Wikipedia.

Da quello che ho capito, diversamente dalle tassonomie, che sono classificazioni in classi omogenee e strutturate gerarchicamente, le folksonomies  sono classificazioni basate su parole chiave o tag. Uno degli esempi più noti è del.icio.us dove, una volta inserito un segnalibro, si può aggiungere un tag per classificarlo. Ognuno può utilizzare i tag che vuole oppure quelli che di volta in volta sono suggeriti, e grazie a essi gli altri utenti possono individuare segnalibri interessanti. Le categorie di Splinder hanno una funzione simile.

Mi ha lasciato perplesso la traduzione italiana che ho trovato in rete: folksnomia dice Wikipedia. Alle mie orecchie di italiano l’inglese folksonomy non fa né caldo né freddo, e capisco immediatamente che si tratta di folks+taxonomy, e al mio orecchio di ex (ahimè) studente di linguistica cognitiva mi sembra la scoperta dell’acqua fresca, visto che è da decenni che antropologi e linguisti parlano di folk models e folk theories per indicare il sistema di conoscenze e credenze di una determinata cultura relativo alla botanica, alle emozioni ecc. Invece al mio orecchio folksonomia pare una specie di mostro con la testa inglese e il corpo pseudoitaliano. Le mie proposte per pensionare questo obbrobrio sono:

1) sul modello di folk etymology, che è l’etimologia popolare, potrebbe diventare tassonomia popolare (concetto ampiamente accettato dalla comunità scientifica); se proprio vogliamo salvare l’aspetto glamour della derivazione inglese potremmo dire tassonomia pop.

2) Sul modello di folk music, che è la musica folk, potrebbe diventare tassonomia folk.

3) Sul modello di Minculpop potrebbe diventare taspop.

Aspetto proposte. Ho come l’impressione che la tassonomia folk e la tassonomia pop non siano propriamente la stessa cosa.

Postato da: nicpoeta, 05/11/2005 16:50 | link | commenti
semanticamente, dizionari visionari, intraduzioni