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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia
Fermento tra i traduttori (in vari blog e mailing list) visto che oggi è San Gerolamo, patrono dei traduttori (e di altri), e mi pare giusto ricordarlo tramite uno dei suoi “errori” di traduzione più divertenti.
Vi siete mai chiesti come mai il Mosè di Michelangelo ha le corna? Traducendo Esodo 34, 29, Gerolamo scrisse:
cumque descenderet Moses de monte Sinai tenebat duas tabulas testimonii et ignorabat quod cornuta esset facies sua ex consortio sermonis Dei
Scendendo dal Sinai la faccia di Mosè “cornuta esset”. È però ormai accertato che si tratta di un errore di traduzione. Il testo biblico in italiano a cura della C.E.I. recita:
Quando Mosè scese dal Monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore.
Il traduttore ha confuso quaran, “irraggiare”, con qeren, “corno”. Nel Codice del quattro (in italiano, in inglese) si fanno varie ipotesi: una è che solo Cristo può risplendere di luce e per questo Gerolamo è stato tratto in inganno.
È interessante notare che nella Nova Vulgata l’errore è stato corretto:
Cumque descenderet Moyses de monte Sinai, tenebat duas tabulas testimonii et ignorabat quod resplenderet cutis faciei suae ex consortio sermonis Domini.
La notizia è di quelle che fanno riflettere sul senso della vita. Benjamin Zimmer su Language Log asserisce che non bisogna fidarsi dei dizionari su Internet poco precisi, perché si può incappare in errori quasi divertenti. L’esempio che colpisce al cuore è quello della Maserati Kubang. Come spiega anche Quattroruote kubang significa “vento di Giava”. Ma, dice Zimmer,
the actual word is kumbang, not kubang. Angin kumbang literally means "bumblebee wind" in Javanese and Indonesian, and it refers to a very dry south or southwesterly wind that blows into the port of Cirebon on the north coast of Java. But this got mangled on various websites listing winds of the world (…), and kumbang was changed to kubang.
Ma allora che cosa significa kubang? “Pozzanghera di fango”, “pantano”!
Che nessuno gli dica niente della Lamborghini Countach...
L’interessante puntata di Blu notte andata in onda ieri era dedicata al ruolo dei servizi segreti americani in Italia. A un certo punto Carlo Lucarelli introduce un personaggio oscuro: una sorta di chimico, hippy, forse inglese, forse americano, che viene arrestato in possesso di lsd e poi rilasciato. Siamo nel 1975 e Lucarelli dice che il personaggio "conosce Jim Morrison". L’espressione ci ha lasciati perplessi, visto che Jim Morrison è morto nel 1971. Se io dico: “Conosco tizio” voglio dire che lo conosco in questo momento e presuppongo la sua esistenza in vita. Non crediamo che lo scrittore si riferisse a una mera conoscenza musicale e artistica, perché in seguito dice che il chimico è amico di Jim Morrison.
Sull’immortalità artistica di Jim Morrison non ci sono dubbi, su immortalità di altro tipo (nonostante la CIA) siamo più dubbiosi.
Come ho imparato le lingue di Diego Marani, pubblicato la scorsa estate da Bompiani, è un libro breve e a tratti divertente. È ciò che io definisco una lettura da treno o da autobus: informativa ma non concettosa, che si tiene agilmente in mano. Marani, che lavora presso il Consiglio dei ministri dell'Unione europea, ha scritto diversi romanzi e ha vinto il Premio Grinzane Cavour con Nuova grammatica finlandese.
Il libro può essere suddiviso in tre parti: l'introduzione, in cui informalmente Marani parla di apprendimento linguistico, dando particolare enfasi al concetto di imitazione; la seconda parte, in cui vengono descritti alcuni episodi inerenti la sua esperienza con le lingue, e la terza parte, dedicata all'europanto, la lingua-gioco da lui inventata.
La parte migliore è senza dubbio la seconda, con il susseguirsi di episodi relativi all'infanzia, all'università e ai primi passi nella carriera di interprete. Molti traduttori e interpreti si ritroveranno nel racconto della Scuola per interpreti dell'Università di Trieste ("...non è una facoltà universitaria, è una caserma. Non forma interpreti ma marine") o nei primi viaggi all'estero per imparare l'inglese ("Di inglese non imparai quasi nulla, tranne il menù del Wimpy Bar e un paio di insulti inutilizzabili, ma in compenso imparai a distinguere i vari accenti lombardi. Cosa che in questi tempi moderni può tornare utile"); molti ex-giovani ricorderanno la professoressa di inglese di cui erano segretamente innamorati: "Ad esempio, il più banale [espediente] ma sempre il più efficace resta quello di innamorarsi della professoressa. [...] Il ministero dell'istruzione dovrebbe rivalutare questo rivoluzionario metodo didattico anche per le altre materie. Soprattutto le più ostiche. Si potrebbe addestrare un corpo addestrato di professoresse seduttrici votate all'insegnamento di chimica, fisica, matematica, informatica."
Evidentemente gli amici che recentemente hanno avuto o che stanno per avere un bambino non hanno consultato il sito Babinology (segnalato sulla mailing list Langit da Chiara Bianchi). Nomi di bambini in tutte le lingue.
Limitandoci all’italiano apprendiamo che i nomi possono avere o meno un significato. Tra i nomi con significato troviamo Aroghetto (“rules the estate”) e molti altri. Mi piacerebbe capire perché Niccolo, Nicoli e Nicolo avrebbero un significato (“victorious, conquerer of the people”), mentre Nicola e Niccolò no. In questa categoria fanno loro compagnia gli imprescindibili Netto, Nettolo, Nappie e il mai abbastanza apprezzato Mazzuolo.
E voi, Sara, Alice, Alessia, Alessandra, Silvia, Serena ecc., consolatevi: il vostro nome non vuol dire nulla, al contrario di Bautista, Quorra, Sidonia e Trillare.
Una volta nominato il pargolo bisogna saperlo gestire. Ecco allora il sempre divertente articolo sulla Infant usability: http://www.stcsig.org/usability/resources/infants.html.
Il sessantesimo anniversario dell’ONU mi ha fatto venire in mente un episodio.
Il 23 ottobre 2003 ci rechiamo alle Nazioni Unite per una visita. Alcune persone entrano da un cancello e ci accodiamo ligi all’ordine che il luogo impone. Alla fine della coda ci accoglie una signora matronale, resa ancora più imponente dal suo abito di ordinanza blu: “You must be the principals” ci dice. “Eh?” faccio io e guardo Sara preoccupato, “Chi saremmo NOI?”. Va detto che era la prima volta che un americano ci rivolgeva la parola. Certo, eravamo stati in giro per musei e negozi ma mai nessuno ci aveva chiesto qualcosa. Inoltre le nostre brevi conversazioni si erano principalmente svolte in ristoranti thailandesi, in caffè italiani nell’East Village (dove fanno il vero espresso, ci aveva assicurato un amico mentre ci accompagnava), nonché durante una specie di interrogatorio a cui, come di prammatica, eravamo stati sottoposti all’immigrazione dell’aeroporto. Ma in questi casi eravamo preparati, il contesto era chiaro e potevamo capire il senso delle parole.
“The principals” ripete la signora, resa dubbiosa dalla nostra esitazione. “I presidi!” esclama Sara, che ha la prontezza di capire che cosa sta succedendo. “Che presidi?” faccio io. “No no, we’re no principals” biascichiamo e sgattaioliamo verso un’altra entrata dove nessuno ci chiede niente. Quel giorno i presidi di New York furono invitati alle Nazioni Unite nell’ambito di un programma rivolto alle scuole pubbliche (si veda qui e qui). Evidentemente il nostro atteggiamento fiero e sicuro, la severità del nostro incedere e un certo didatticismo nel nostro modo di essere ci hanno fatto passare per presidi (in questo caso il modale must denota necessità logica: la signora ha tratto una conclusione logica dal contesto conosciuto o osservato).
Isn’t it ironic? In Italia non siamo neanche insegnanti e alle Nazioni Unite ci prendono per presidi. E poi si dice la fuga di cervelli…
Francesco, uno degli animatori del blog il gabbiano r/c, mi segnala che ad Asti le pensiline degli autobus sono studiate per gli ippovedenti. Per essere precisi, sul sito del Comune si legge:
Realizzazione di percorsi tattili per ippovedenti presso le fermate degli autobus urbani.
Plaudo con entusiasmo alla fine di un’odiosa discriminazione e al riconoscimento dei sacrosanti diritti di una minoranza troppo spesso ignorata. Poco si sa di loro, secondo alcune fonti la loro vista trasforma ogni forma in cavallo, secondo altri sono cavalli che vedono ogni cosa a forma di uomo. In virtù di percorsi tattili lungamente studiati, i nostri amici potranno attendere l’autobus con tranquillità e fiducia nel futuro. E questo grazie agli oculoprosciuttati che scrivono le notizie sul sito del Comune.
In Everything is Illuminated di Jonathan Safran Foer l’eroe si reca in Ucraina alla ricerca della donna che salvò suo nonno dai nazisti. È accompagnato da uno pseudo-interprete che conosce l’inglese a livello di lesson one e che parla traducendo letteralmente in inglese espressioni e parole della sua lingua madre. L’interprete va ad accogliere l’eroe alla stazione e gli chiede:
“Your train ride appeased you?” I asked. “Oh, God,” he said, “twenty-six hours, fucking unbelievable.” This girl Unbelievable must be very majestic, I thought.
Steven Pinker, in The Language Instinct cita Dorothy Parker che per giusticare la sua assenza disse: “I’ve been too fucking busy and vice versa”.
Dei 27 avverbi che finiscono in –ing citati dall’Oxford-Paravia una ventina sono rafforzativi che derivano dall’aggettivo.
Pur non avendo l’aspetto di un avverbio (e per questo l’interprete è stato tratto in inganno) fucking si comporta in tutto e per tutto come un avverbio. Una veloce ricerca eseguita in Google News America e nel sito del British National Corpus rivela che:
- colloca con aggettivi, spesso peggiorativi: blind, cruel, stupid, insane, lazy, disgusting, insecure, horrible, pathetic, o che indicano stupore: awesome, amazing.
- colloca con verbi: this always fucking happens; segue gli ausiliari e precede la forma base: I can't fucking believe it, He couldn't fucking handle it, He's an engineer and he don't fucking know nothing, I'll fucking disappear and go and make shoes like Daniel Day Lewis; può precedere o seguire altri avverbi: Obviously, I wanted one, but they were fucking really expensive, Man, that’s a fucking very very nice record, He can be very fucking dangerous at times, They tend to be very very fucking busy, More fucking aggressive.
Può avere funzione di infisso; in questo caso precede sempre la sillaba accentata:
out-fucking-rageous
out-fucking-standing
consti-fucking-tutional
Phila-fucking-delphia
Uni-fucking-versity
E non posso non concludere che con:
Trans-fucking-lation.
Ho fatto con Google una breve ricerca di alcune parole in due siti di blog, Splinder e Blogger. Si tratta di risultati grezzi, le parole non sono distinte per significato ma solo per il loro aspetto grafico. Quindi “lavoro” potrebbe riferirsi sia al nome che al verbo. Ovviamente non c'è nessuna pretesa di scientificità o di rappresentatività.
|
Parola
|
Splinder
|
Blogger
|
|
amore
|
594.000
|
28.600
|
|
Aristotele
|
814
|
152
|
|
Chomsky
|
604
|
172
|
|
desiderio
|
190.000
|
977
|
|
lavoro
|
522.000
|
39.300
|
|
messaggio
|
259.000
|
14.200
|
|
Platone
|
10.800
|
109
|
|
poesia
|
174.000
|
858
|
|
poeta
|
76.100
|
525
|
|
poetico/a
|
19.600/26.800
|
165/218
|
|
Quine
|
31
|
61
|
|
scrivere
|
466.000
|
28.900
|
|
scuola
|
287.000
|
17.800
|
|
sogno/i
|
322.000/321.000
|
14.900/11.500
|
|
traduzione
|
52.800
|
639
|
|
università
|
138.000
|
12.800
|
|
versi
|
72.900
|
527
|
|
vorrei
|
473.000
|
21.900
|
La prima differenza che salta agli occhi è che amore è la parola più usata in Splinder, ma non in Blogger, dove è superata da lavoro e scrivere. Che gli utenti di Blogger siano meno sognatori e più pragmatici? Per loro sogno è 6°, per gli utenti di Splinder è 5°, quindi come scala di valori sono tutto sommato simili.
Tra i filosofi Platone ottiene risultati strabilianti in Splinder, facendo letteralmente a pezzi Aristotele, mentre in Blogger ci sono più aristotelici che platonici. E, sopresa, Blogger supera Splinder, e di gran lunga, solo nelle citazioni di Quine.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, parlando alla cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, ha affermato ironicamente:
Io il Pil non l'ho mai incontrato per strada, si rintana sempre in qualche locale segreto con la porta chiusa a chiave. Questi dati si riferiscono al Pil ufficiale, ma poi c'è quello sommerso, quello sotto il tavolo che e' sempre più imponente.
Se ci rifacciamo alla teoria della metafora di Lakoff e Johnson esposta in Metaphors We Live By (1980), si tratta di una metafora concettuale: IL PIL È UNA PERSONA. Secondo i due studiosi:
The essence of metaphor is understanding and experiencing one kind of thing in terms of another... the concept is metaphorically structured, the activity is metaphorically structured, and, consequently, the language is metaphorically structured (pagina 5).
È vero che in questo caso la metafora non sembra naturale, anzi è un’invenzione che intende essere divertente, però ha senz’altro lo scopo di strutturare il concetto di PIL, spesso astratto (la somma del valore dei beni prodotti e dei servizi attivati in un anno nel territorio di una nazione, compresa la produzione dovuta a fattori produttivi di proprietà estera secondo il dizionario De Mauro), in termini di un concetto più concreto, quello di PERSONA.
A quanto pare il signor PIL deve essere una persona schiva, se non addirittura infingarda e simulatrice, che non si fa vedere in giro per strada ma si rinchiude da qualche parte. E anche quando qualcuno riesce ad aprire la porta, il PIL si nasconde sotto il tavolo. E pare che sotto il tavolo ingrassi e goda di ottima salute, mentre il suo collega ufficiale non sempre se la passa bene.