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La foto del Golden Gate Bridge è di Francesco Meschia

martedì, 30 agosto 2005
Sciamannati modaioli

A luglio nella mailing list it-en ci fu un interessante dibattito. Una traduttrice, dovendo tradurre un testo relativo a un gruppo rock, si era imbattuta nell’espressione baggy scenesters. Si descriveva un gruppo rock che invece di ispirasi a legioni di baggy scenesters e agli Oasis, era più in sintonia con gruppi rock americani come i Nirvana.

Le segnalai i siti Your Dictionary.com e Urban Dictionary, che definiscono il termine scenester come "Youthspeak". Ma anche la prima edizione del New Oxford Dictionary of English  ne riporta una definizione:

informal, chiefly N. Amer. A person associated with or immersed in a particular fashionable scene

che però è un po’ troppo fredda.

Il Ragazzini 2006 propone “fricchettone, alternativo, scenester”.

La traduttrice risolse con “giovani trendy in abiti grunge” e può darsi che il contesto giustifichi questa soluzione. Personalmente percepisco però una connotazione negativa. Se sono persone che vogliono frequentare i posti giusti e vedere i gruppi giusti, potremmo azzardare qualcosa tipo “habitué”, ma forse il termine si addice più agli assidui frequentatori dei café chantant che non al pubblico di gruppi rock à la mode.

Propongo una soluzione più estrema: visto che sono baggy e spesso la loro capigliatura è offensive, perché non rischiare "sciamannati", che ha anche una vaga assonanza? Suggerisco “sciamannati che sono diventati parte integrante dell’arredamento di certi locali”.

Postato da: nicpoeta, 30/08/2005 20:13 | link | commenti
dizionari visionari

domenica, 28 agosto 2005
Correggere è un dovere?

In un post su Language Log del 18 agosto Arnold Zwicky commenta un caso di etica citando una lettera apparsa sul New York Times Magazine: rispondendo a una traduttrice che ha scoperto che il testo che sta traducendo è in parte copiato da una pubblicazione precedente, Randy Cohen nella sua rubrica The Ethicist sostiene che tutti coloro che sono coinvolti nel processo di pubblicazione devono segnalare gli errori trovati nel testo, siano questi questioni etiche (brani copiati o fonti non citate), utilizzi impropri o veri e propri errori. 

Zwicky sostiene, trovandomi d’accordo, che non è per niente facile definire un errore. Ovviamente ci sono errori evidenti quali errori di battitura, parole mancanti nel testo, errori di copia e incolla ecc., ma c’è un’area grigia che include:

matters on which there are house styles, different styles for different houses, and also "usages people keep telling you are wrong but which are actually standard in English".

 

(si veda l’interessante pagina di Paul Brian sui non errori  in inglese).

Il redattore o il correttore di bozze si trova talvolta di fronte situazioni non facili da risolvere. Ecco due casi tipici.

Caso 1

Il vostro cliente, il responsabile della documentazione di un’importante azienda automobilistica, ha rivisto un testo in più lingue da voi preparato e corregge l’inglese “its function” con “it’s function”. Si tratta di un errore palese, ma il responsabile della documentazione – non inglese – è intervenuto appositamente perché è convinto la sua sia la forma giusta.

Caso 2

Correggendo le bozze dell’articolo di un ricercatore universitario notate che scrive sempre XIII°. Tutte le fonti a vostra disposizione confermano che agli ordinali che si rappresentano con numero romano non si aggiunge il “°”.

In entrambi i casi gli errori sono evidenti, ma non altrettanto evidente è il modo in cui correggerli, e se comunicare al cliente che si tratta di errori. Nel caso 1 il cliente è intervenuto appositamente, modificando una parola giusta, e può essere inutile citare dizionari e grammatiche per fargli cambiare idea o dire che la traduzione è stata fatta da un madrelingua. Lui ha sempre scritto così e anche se tu sei il traduttore, lui in ultima analisi è il proprietario della documentazione e scrive quello che vuole. Per evitare di lasciare un errore nel testo può essere sensato proporre un’espressione alternativa, per esempio “the function of the device”.

Nel caso 2 il tipo di comunicazione dipende dall’interlocutore. Alcuni ricercatori sono disposti a considerare correzioni giustificate (citando le fonti della correzione) altri invece preferiscono mantenere il proprio stile e  le proprie preferenze, indipendentemente dall’uso corrente.

In entrambi casi eviterei di eseguire la correzione senza interpellare prima l’autore del testo.

L’area grigia del tipo di errori spesso sconfina nelle sabbie mobili del rapporto con l’autore o con il cliente.

Postato da: nicpoeta, 28/08/2005 12:33 | link | commenti
semanticamente

venerdì, 26 agosto 2005
La donna sineddoche

Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa Michele Farina scrive a proposito di Pamela Anderson: “La sfottevano, Pammi, la donna sineddoche diventata una parte di sé (per di più rifatta)”.

Cito dal dizionario della lingua italiana De Mauro. Sineddoche: figura retorica, affine alla metonimia, consistente nel trasferire il significato da una parola all'altra sulla base di un rapporto di contiguità materiale, come nel caso del tutto per la parte, della parte per il tutto, del singolare per il plurale, ecc.

Per quel che capisco io il tutto (Pamela nella sua interezza), viene espresso nei termini della parte (il seno), con la quale intrattiene un rapporto di contiguità materiale. Quando diciamo Pamela Anderson diciamo seno, spec. rifatto. Una figura retorica di se stessa.

Finalmente ho capito che cos’è una sineddoche, gli esempi classici come prora al posto di “nave” sono decisamente meno chiari.

Postato da: nicpoeta, 26/08/2005 22:28 | link | commenti (4)
semanticamente

mercoledì, 24 agosto 2005
Aristotele, Quintiliano e i cellulari

Il numero 2 di “Technical Communication” (maggio 2005), la rivista della Society for Technical Communication, presenta un articolo dal titolo “Cultural Differences in the Appreciation of Introductions of Presentations” di Marinel Gerritsen ed Evelyn Wannet dell’Università di Nimega (l’abstract può essere letto qui).

L’articolo analizza il modo in cui vengono fatte le introduzioni alle presentazioni dei prodotti, e quanto sia importante tener conto degli aspetti culturali, quale ad esempio la nazione di origine del pubblico. Nell’articolo le autrici presentano i risultati di uno studio sperimentale sulle differenti reazioni di pubblici provenienti dai Paesi Bassi, dalla Francia e dal Senegal. Ai tre pubblici è stato chiesto di leggere tre diverse introduzioni a presentazioni di un cellulare. Le introduzioni erano di tre tipi: Ethical appeal, che faceva leva sul ruolo dell’azienda nel mercato mondiale dei cellulari e sui premi per la qualità ricevuti; Overview, che schematicamente introduceva i punti toccati durante la presentazione; Anectode, dove l’oratore raccontava un aneddoto in cui il telefono cellulare presentato si è rilevato di vitale utilità.

Lo studio dimostra che esistono differenze culturali nella fruizione di una presentazione e questo, secondo le autrici, ha “un impatto enorme sulla progettazione della documentazione”. I redattori tecnici quindi  dovrebbero tener conto di queste differenze quando preparano manuali, documenti e siti Web. Anche per i telefonini.

Interessante e ricco di implicazioni, anche se ho l’impressione che la redazione tecnica sia solo una, e non necessariamente la più importante, delle applicazioni; è vero tuttavia che la rivista, divisa nelle sezioni Applied Research e Applied Theory, ha un taglio più scientifico che tecnico, con un occhio alle ricadute professionali delle ricerche presentate.

Quello che mi ha stupito sono state le premesse: secondo le autrici le tecniche utilizzate per iniziare una presentazione sono sostanzialmente quelle descritte dalla retorica classica, sviluppate dai sofisti e fatte proprie da Cicerone:

Queste strategie sono ritenute universali. Le studiose però le mettono alla prova della cultura del pubblico. Pare, per esempio, che gli olandesi apprezzino maggiormente l’Overview e conseguano il punteggio più alto per benevolem facere e docilem facere (qualsiasi cosa ciò voglia dire).

Ho l’impressione che articoli e libri rivolti a professionisti possano dividersi in due categorie: quelli che si rifanno a padri nobili e a teorie linguistiche per poi parlare di applicazioni quotidiane, e quelli che vogliono dibattere di teoria e inserirsi nella scia dei padri nobili descrivendo poi eventuali ricadute pratiche. L’articolo in questione mi pare appartenga al secondo gruppo.

Che da Aristostele e Quintiliano si arrivi ai cellulari probabilmente stupisce solo me. Forse qualcuno, da qualche parte, ha già scritto:

Nell’Institutio oratoria, VIII, 6, 5, Quintiliano afferma che: “Transfertur ergo nomen aut verbum ex eo loco, in quo proprium est, in eo in quo aut proprium deest aut translatum proprio melium est”. È dunque necessario tener conto di questo importante principio nell’impostazione del trasferimento dei messaggi di testo. Il menu interattivo consente un facile accesso al  sottomenu Messaggi, rendendo la composizione dei messaggi immediata e intuitiva. Una volta digitato, il messaggio potrà essere salvato come messaggio predefinito e trasferito (epiphora, Aristotele, Poetica, 1457b, 6-9) su un'altra SIM tramite l'innovativo sistema SmartTransfer e qui archiviato. In questo modo il messaggio potrà essere utilizzato sia in mancanza di altri messaggi, sia per il vostro divertimento (inopiae causa, frequentata delectationis, Cicerone, De Oratore III, 155).

Postato da: nicpoeta, 24/08/2005 19:43 | link | commenti (2)
semanticamente

martedì, 23 agosto 2005
Kaiser e il linguista

Nel racconto “The Whore of Mensa” (disponibile qui, con i riferimenti per l’edizione italiana), Woody Allen narra di un detective, Kaiser Lupowitz, che viene ingaggiato da un uomo vittima di un’estorsione. L’artefice dell’estorsione è una tale Flossie, tenutaria di un bordello molto particolare: dietro giusto compenso le sue ragazze intrattengono i clienti discutendo di Ezra Pound, T.S. Eliot, di antropologia ecc. Un bordello per uomini delusi dal livello intellettuale delle loro mogli e che cercano “donne intellettualmente stimolanti” dice il cliente, “E sono disposto a pagare per questo. Non voglio una relazione, voglio un’esperienza intellettuale veloce, e poi voglio che la ragazza se ne vada.” Il detective accetta l’incarico, e avvicina una delle ragazze. Dopo aver discusso di Melville e Milton, e dopo averla ricompensata per il servizio Kaiser dice:
"There's plenty more where that came from."
"What are you trying to say?" I had piqued her curiosity. She sat down again.
"Suppose I wanted to have a party?" I said.
"Like, what kind of a party?"
"Suppose I wanted Noam Chomsky explained to me by two girls?"
"Oh, wow."
"If you'd rather forget it..."
"You'd have to speak with Flossie," she said. "It'd cost you."

Se il protagonista volesse fare qualcosa di veramente spinto, avere a disposizione due ragazze che gli spiegano Chomsky, beh, gli costerebbe un bel po’.

L’idea di aprire il blog con questo racconto mi è venuta leggendo The Language Instinct di Steven Pinker, che a pagina 119 cita questo passo nel capitolo “Words, Words, Words” per sottolineare che la fama di Chomsky è arrivata anche nei racconti di Woody Allen, oltre che in molti altri posti.

L’idea di fondo del blog è discutere di argomenti in qualche modo “linguistici”, anche in senso lato, in maniera leggera e senza prendersi troppo sul serio, offrire un’esperienza intellettuale veloce e condivisa.

I post saranno divisi in varie categorie:

Dizionari visionari, dove si discuterà di dizionari, lessici, glossari ecc.;
SemanticaMente, per argomenti linguistici, para o psuedolinguistici e affini;
Intraduzioni, sulla traduzione;
Riletture, letture, commenti e citazioni.

P.S. Il testo originale sul sito dice “It’s cost you”; in Pinker e altrove in rete è: “It’d cost you”, che è la versione che ho riportato qui. Interessante come la rete richieda talvolta delle tecniche da filologo per ottenere informazioni affidabili.

Postato da: nicpoeta, 23/08/2005 13:21 | link | commenti
riletture